Marcello Mari

Marcello Mari

Gen 26, 2016, 7:00am

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Gen 26, 2016, 7:00am

Brusson (Blablacar): «Abbiamo 200M ma non siamo ancora redditizi. Uber? Non è sharing economy»

Abbiamo intervistato il founder di Blablacar Nicolas Bresson che racconta le strategia di crescita dell'azienda, il round D da 200 milioni e perché alcuni big mondiali hanno diffuso un concetto distorto di sharing economy

BlaBlaCar è il servizio di car pooling più famoso del mondo ed anche l’unico unicorno francese ad oggi con oltre 300 milioni di dollari raccolti fino ad oggi, 200 milioni dei quali a settembre per consolidare i propri piani di espansione. Attualmente presente in 20 paesi del mondo ed utilizzato da circa 20 milioni di utenti su base trimestrale, BlaBlaCar non ha avuto lo stesso uniforme successo come mi conferma Nicolas Brusson co-founder della compagnia: «il mercato inglese sembra essere più restio alla condivisione dei mezzi di trasporto. In UK c’è un problema legato alla fiducia negli autisti che stiamo cercando di superare tramite una partnership con AXA, una compagnia di assicurazione».

Benché siano reticenti a rilasciare numeri sull’utilizzo in diversi paesi, Brusson ha specificato chiaramente come la Francia sia ancora il loro mercato più grande, seguito a pari merito da Italia, Spagna e Germania, dove esiste una cultura della condivisione più avanzata.

I 200 milioni di un round D che è stato la spinta definitiva

Già a partire dal luglio 2014, a seguito del finanziamento da 200 milioni di dollari ottenuto da INDEX VENTURES, la società francese è diventata davvero globale: in un anno ha esteso la sua attività in tre continenti e in sette nuovi Paesi, inclusi tre mercati emergenti come la Turchia, l’India e il Messico. Già affermata in Europa, BlaBlaCar ha consolidato il mercato con tre acquisizioni in Germania, in Messico e nell’Europa dell’Est: tra queste, l’acquisizione di carpooling.com, il secondo servizio di ride sharing più grande al mondo, avvenuta lo scorso aprile. Il series D round arriva in risposta alla rapida crescita del car pooling in Europa e al velocissimo decollo dei mercati emergenti, dove alla domanda per una soluzione di viaggio innovativa hanno contribuito le carenze del traporto pubblico e gli alti costi necessari per possedere e mantenere un’auto.

«Il mercato che ci ha sorpreso di più è quello russo ed ucraino” mi racconta Brusson “inizialmente si pensava che BlaBlaCar aveva avuto successo in Francia perché è un paese socialista, ma in Russia? Chi se lo sarebbe aspettato, e invece è uno dei mercati che cresce più rapidamente. Dal punto di vista economico, il più interessante al momento è sicuramente l’India».

I paradossi della sharing economy, che tanto orizzontale non è

Ma il vero problema riguarda la consolidazione di un modello di “sharing economy” che si è già visto con Uber ed AirBnb, ovvero la professionalizzazione degli utenti. Uno studio realizzato da The Verge su alcuni dati messi a disposizione da AirBnb ha rivelato come una piccola percentuale degli affittuari detenesse gran parte degli affitti nella città di San Francisco. A Londra, invece, gli autisti di Uber sono gli stessi che offrono regolari servizi di taxi privato (mini-cab).

«Questo deriva da una cattiva interpretazione del concetto di sharing economy – Uber ed AirBnb non sono sharing economy – nulla in contrario, ma sono una cosa diversa». afferma Brusson “BlaBlaCar ha messo un limite al prezzo che un autista può far pagare su alcune tratte, per mantenere un vero e proprio spirito da sharing economy».

In Spagna, ad esempio, la Confebus (Confederación Española de Transporte en Autobús), la lobby del trasporto pubblico locale, aveva fatto causa a BlaBlaCar per esercizio abusive di servizio pubblico, ma ne è uscita sconfitta. Non si tratta infatti di autisti che trasportano utenti da una parte all’altra dietro un pagamento, ma sono in realtà autisti che già coprirebbero la stessa tratta e che decidono di coprire i costi del viaggio trasportando dei passeggeri. Questo non consolida nuovi centri di poteri come invece fa Uber ed AirBnB ma contribuisce invece a spargere la ricchezza, come dovrebbe essere secondo il mantra della sharing economy.

Per piacere, smettetela di chiamare Uber e AirBnb startup

Sarebbe in effetti il caso che si smettesse una volta per tutte di mettere Uber e AirBnb nel calderone della sharing economy. Cosi come si dovrebbe smettere chiamarle startup.
Per quanto riguarda BlaBlacar, seppur io l’autostop l’abbia sempre fatto gratis e qualcuno che mi tirava su bene o male l’ho sempre trovato, non fatico a riconoscere che in questo caso la tecnologia possa servire un vero bisogno. Mi piacerebbe vedere meno automobili girare con solo l’autista a bordo e mi piacerebbe che si creasse una società dove la collaborazione possa essere anche incentivata dal denaro. D’altronde dall’alto della mia età, uno stipendio seppur misero ce l’ho e come soluzione rimane sempre più economica del normale servizio pubblico. Ed anche più divertente.

La sfida più grande per BlaBlaCar al momento è diventare redditizio e raggiungere la massa critica nei paesi in cui sta cercando di espandersi. Il che non è necessariamente semplice.