Se prendono soldi pubblici le startup non fatturano nemmeno un euro, uno studio

Uno studio dell’Università del Salento ha fotografato una situazione paradossale per le startup pugliesi, ma anche italiane. Ma per alcuni si tratta di un’analisi troppo parziale. Ecco perché

Puglia, terra di programmi regionali per agevolare nuova imprenditoria e idee innovative. Milioni di euro in bandi, concorsi, pitch-competition e supporto. Punto di partenza di vincitori di contest nazionali e internazionali. Ma per qualcuno, poco più che un fallimento.

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Nella regione dei ‘Bollenti spiriti’, i piani regionali di azione a sostegno delle nuove imprese, la nuova economia delle startup somiglia molto a quella vecchia «dove è frequente l’attitudine a minimizzare il rischio d’impresa grazie all’ombrello protettivo della politica». In cui le «politiche di sviluppo regionale contribuiscono molto poco all’occupazione ed alla crescita». E soprattutto in cui il 72% delle startup non fattura nemmeno un euro, quasi tutte non hanno addetti e a volte non si sono nemmeno strutturate come imprese.

È questa la tesi conclusiva di uno studio condotto da Gianluca Elia e da Mario Marinazzo, ricercatori del laboratorio di Ingegneria economico-gestionale dell’Università del Salento, che sgonfia un ecosistema in crescita, ma comunque caratterizzato da una generale visione positiva. Fino ad oggi.

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Così crescono le startup italiane

I due hanno raccolto e analizzato i dati dei vincitori dei bandi Start Cup Puglia della Regione e Valore assoluto della Camera di Commercio di Bari dal 2008 al 2014, entrambe competizioni basate sull’analisi dei business plan e con premi finanziati da fondi europei. E proprio con fondi comunitari del Pon “Vincente” è stato realizzata la ricerca. Per classificare i risultati è stato creato il valore S.U.P.E.R., acronimo di “StartUp Performance Evaluation and Rating”. Ma i risultati non sembrano affatto super.

I (non) super dati e il campione scelto

La nota metodologica: il campione delle 36 startup scelte è “particolare” perché non esaustivo di tutte le realtà pugliesi, ma “selezionato” perché composto da idee premiate con denaro pubblico da giurie di esperti. Ma comunque piuttosto variegato, tra origini e legami col mondo accademico, ambito di lavoro, attività o addirittura esistenza dell’impresa (una idea vincitrice su dieci non lo è mai diventata): 26 non fatturano nemmeno un euro, 31 non hanno nemmeno un addetto e 9 non sono mai transitate dallo stato di “idea imprenditoriale” a quello di “impresa”, oppure risultano in liquidazione o inattive.

Per evidenziare invece le caratteristiche qualitative è stato applicato e adattato il “Valuation Worksheet” di William H. Paine, basato sui seguenti macrofattori in tabella. Incrociando caratteristiche esterne e score, vengono fuori le valutazioni su cui si è già sviluppato un aspro dibattito.

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La maturità nell’approccio al marketing, insieme alla forza della proposta, permettono una collocazione elevata. Deficienze nel team e incapacità di porsi sul mercato affossano, invece, quelle insufficienti. E incrociando i due campi di analisi emergono queste caratteristiche:

  • le sette promosse sono spin-off universitari o iscritte nella sezione speciale del registro delle imprese e possono, per questo, godere di relative agevolazioni;
  • nessuna delle nove startup prive di aiuto pubblico raggiunge il livello verde di eccellenza;
  • a creare fatturato e occupazione, sono però solo tre: Echolight (Lecce), Biofordrug (Bari) e Safewheat (Bari);
  • il tasso di “morti premature”, tra assenza di incassi o lavoro o addirittura mancata trasformazione in società, si attesterebbe al 20%, quasi il doppio di quello della Silicon Valley (dice lo studio) e comunque di quello italiano (fonte Unioncamere)

Puglia terra di startup
Ma solo di quelle che non hanno contributi pubblici

Nonostante la Puglia sia stata la base di partenza per idee imprenditoriali diventate importanti come Jobrapido, Decysion/Engage, Edilportale / Archilovers, Blackshape, Timbuktu, MusiXmatch o Wiman, il dato certamente conferma un elemento scontato: anche l’aiuto pubblico non è sufficiente a tenere in piedi un’idea poco brillante. E nonostante, dice lo studio, «un massiccio intervento della Regione» in cultura, finanza, supporto e politiche ad hoc è l’assenza di capitale umano, inteso come investitori esterni attratti, a condannare le imprese innovative pugliesi, capaci solo di fare auto-occupazione e investimento con capitale proprio. Se a queste caratteristiche però proviamo ad affiancare quelle nazionali, notiamo che la conformazione delle pugliesi non è poi così diversa da quella delle startup italiane iscritte nell’apposita sezione del registro delle imprese: anche in questo caso, infatti, il capitale iniziale è costituto da mezzi propri (nell’83% delle aziende) e in parte da denaro pubblico (21% dei casi, fonte Unioncamere)

Al centro del «quadrivio pugliese startup – nuove tecnologie – occupazione – crescita», insomma, viene descritta una imprenditoralità «comoda e garantita», in un ambito in cui «l’attenzione mediatica è rivolta più all’emergere in sé di una nuova impresa, che non alle sue prospettive di consolidamento e di sviluppo effettivo».

Replica dalla Regione: «studio miope»

Ma l’agenzia regionale per l’innovazione non ci sta e risponde ai dati esposti, a suo dire «parziali e confusi». La finalità di Start cup, organizzato proprio da Arti e affiliato al Premio nazionale dell’innovazione, è la diffusione di cultura, prevalentemente dedicata a spin-off universitari. Non si tratta quindi di incentivi, «visto l’importo limitato» di 10mila euro (la stessa cifra riconosciuta ai vincitori di Valore assoluto), vincolati alla costituzione dell’azienda e alla partecipazione alla finale di PNI. In fondo, guardando i dati nazionali, per il Centro ricerche di Unioncamere 10mila euro corrispondono appena al capitale iniziale delle startup innovative italiane. Non proprio una pioggia di soldi, insomma, ma una spinta all’avvio di per sé insufficiente come unica fonte di sostentamento. «Analizzare le 36 startup premiate in un unico lasso temporale così ampio (2008-2014) non può fornire dati significativi – continua Arti – È del tutto evidente, infatti, che startup nate in anni più recenti possono non registrare ancora ricavi o non aver attivato occupazione. Sarebbe stato più utile analizzare l’evoluzione che il processo sta avendo, evidenziando che negli ultimi anni i casi di successo sono più significativi».

I rimedi a un mondo difficile e per definizione soggetto ad “alta mortalità” come le startup? Sono già in campo: «In questi anni l’Arti – continua l’agenzia nel comunicato di risposta – consapevole della complessità del tema e del fatto che la politica degli incentivi da sola non può determinare il moltiplicarsi di iniziative innovative di successo, per conto della Regione ha messo a punto una serie di strumenti di supporto». Con tanto di stoccata sull’uso dei fondi europei che hanno finanziato lo studio: «Parlare di questi temi con approssimazione genera confusione, soprattutto se a innescarla sono studi realizzati nell’ambito di progetti finanziati a soggetti che avrebbero dovuto far nascere startup di successo invece di limitarsi ad analizzare le iniziative degli altri».

Invece secondo la ricerca lo stallo proseguirà almeno finché non si punterà sulle attrazione di persone, utilizzo delle best practices presenti sul territorio, metodi di apprendimento del settore già nell’ambito della scuola secondaria e sostituzione di giurie di contest con investitori da coinvolgere.

Le prospettive e la politica dell’innovazione

La sostanza, insomma, è che la Puglia può avere anche idee valide, innovative e interessanti. Il “capitale umano” di startupper e ideatori è esistente e pulsante dopo anni di partecipazione nonostante, come è ovvio, tra le pieghe dei bandi per l’innovazione possano sempre nascondersi approfittatori. Proprio per questo, come dicevamo nel report sullo stato dell’ecosistema meridionale del 2015, è arrivato il momento del salto di qualità, mettendo a sistema le singole parti, aiutando la conoscenza e la formazione e favorendo il coinvolgimento vero di investitori seri. Altrimenti la mano pubblica da sola non potrà mai bastare. È una questione prettamente di politica del territorio, in sinergia con i suoi attori. Che torna di prepotente attualità in un periodo di cambio della guardia in Regione, con un nuovo governatore, e di uscita di scena di alcuni dei principali animatori della scena dell’innovazione pugliese.

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