Perché (e in che settori) la realtà virtuale è un’opportunità per le startup italiane

In Italia è un settore ancora poco sviluppato, ma gli investimenti cresceranno e anche le startup che se ne occupano. Ne abbiamo parlato con i Ceo di Applix e Spinvector

 

«Non siamo ancora vicini al mass market. Non vedo la realtà virtuale e aumentata entrare da subito nella quotidianità. Qualche giorno fa i giocatori della Sampdoria hanno indossato gli Oculus Rift in campo a San Siro. E molti, anche persone esperte di tecnologia, mi hanno chiesto cosa avessero in testa» spiega a Startupitalia! Claudio Somazzi di Applix azienda da 5 milioni di fatturato che dal 2010 lavora alla realtà aumentata e virtuale.

Oggi sviluppa applicazioni compatibili con tutti i device VR presenti sul mercato (come Samsung Gear Vr, Sony HMZ-T2, Oculus Rift): «Invece di fare un videogioco straordinario per bissare il successo dell’Angry Birds di turno, meglio guardarsi intorno. Abbiamo il patrimonio artistico che tutto il mondo ci invidia e offriamo lo 0% di strumenti di interazione per i turisti» spiega Claudio che con il team di Applix (sono 80 le persone in squadra) ha sviluppato alcune celebri App di realtà virtuale. Come Virtual History Roma, citata nel 2011 da Steve Jobs per il lancio dell’iPad 2 e Beeing Leonardo che permette di “entrare” nelle opere del genio toscano.

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claudio somazzi applix

Claudio Somazzi di Applix

 

I settori in fermento in Italia

  • Museale/archeologico (es. app per viaggiare nell’antica Pompei e seguire l’eruzione del Vesuvio)
  • Immobiliare (es. app per mostrare interni)
  • Simulatori (per addestramento in campo militare)
  • Eventi aziendali (es. azienda che vende elicotteri può far vivere agli spettatori un’esperienza di volo.
  • Retail (mostrare prodotti che non hai in magazzino)

«Non esisterà l’industria della realtà virtuale, come non è esistita mai l’industria dell’informatica. La VR è una tecnologia che sarà applicata a tutte le industrie. È una cosa destinata ad arrivare» spiega Giovanni Caturano di Spinvector, azienda specializzata nella produzione di giochi ed applicazioni di realtà virtuale.

La loro storia inizia con la produzione di video games in Francia con un angel che crede in loro e un’idea Dronez, che tocca in poco tempo il milione di copie vendute. Poi la decisione di tornare in Italia, a Benevento, per investire nella realtà aumentata e virtuale. In Italia l’accordo con Atlante Ventures (2 milioni di euro) e vittorie a bandi europei. Oggi la startup fattura intorno al milione di euro.

giovanni caturano spinvector

Giovanni Caturano di Spinvector

 

Spazio negli eventi

«La realtà virtuale non attecchirà subito come un iPhone o un iPad. Personalmente, non vedo ancora qualcuno utilizzare visori mentre è sul divano di casa, continuerà a usare la PlayStation in modo tradizionale. Più spazio nell’ambito degli eventi, per poter spettacolarizzare un’esperienza. In questo senso CardBoard di Google ha un vantaggio, il costo molto basso rispetto agli Oculus. Se sono un’azienda e voglio proporre un evento singolare comprare Oculus (oggi al suo costo va aggiunto quello del telefono Samsung e siamo intorno ai mille euro)  mi costerebbe molto di più rispetto al CardBoard che ha già un importante diffusione in Italia. Noi stessi stiamo studiando con grande interesse CardBoard e presenteremo presto soluzioni in tal senso» continua Somazzi.

Il successo in due parole: customer interaction

Scommette sulla customer interaction Somazzi, quello il campo su cui puntare: «La realtà virtuale va considerata come un mezzo per riempire una mancanza. Faccio un esempio, potrebbe capitare che vado in una concessionaria di auto che non ha una macchina in esposizione oppure con gli interni in pelle come piacerebbero a me. A quel punto con Oculus Rift o prodotti simili, l’azienda potrebbe mostrare al cliente come è la macchina dei suoi sogni, e questo è un discorso che può essere allargato anche ad altri campi».

In Italia aumento degli investimenti nel 2016

«Siamo indietro rispetto a Paesi come Germania, Francia e Regno Unito, dove c’è maggiore attenzione. Tuttavia, prevedo un aumento degli investimenti, rispetto al 2015. Prima di cercare capitali però bisogna misurarsi con la tecnologia, studiarla, usarla e capire cosa è possibile fare veramente, confrontarsi con gli altri, condividerla. Ed entrare nell’ottica che sei tu che devi essere bravo a spiegare le cose agli altri. E non gli altri a capirle. Se dopo 20 incontri con investitori nessuno apprezza il valore della tua idea significa che devi cambiarla» spiega Catarano.

«Occhi al futuro, ma con i piedi ben saldi a terra»

«A un giovane startupper direi che c’è sempre una distanza abissale tra le previsioni di mercato e la realtà quotidiana. Chi vuole fare business nel settore deve guardarsi intorno e capire cosa fa la gente, cosa chiede. Quindi non bisogna mai partire dalla soluzione, “da quanto è figa vendiamola”. Ma dal mercato di riferimento. Cosa offre? Quali spazi? Cosa fa la gente?» conclude Somazzi.

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