Startup Life – Supercazzole, cinismo e Starcraft

Nota: Diego Banovaz è il Ceo di Fairbooks, una startup che si definisce «Lo Spotify dei lettori, l’Uber degli scrittori», una piattaforma web per scrittori indipendenti che vogliono pubblicare la propria opera gratuitamente. Ci hanno proposto di raccontare la vita di chi fa startup nell’acceleratore romano di Luiss Enlabs. Questo è l’ottavo appuntamento di una serie di... Read more »

Nota: Diego Banovaz è il Ceo di Fairbooks, una startup che si definisce «Lo Spotify dei lettori, l’Uber degli scrittori», una piattaforma web per scrittori indipendenti che vogliono pubblicare la propria opera gratuitamente. Ci hanno proposto di raccontare la vita di chi fa startup nell’acceleratore romano di Luiss Enlabs. Questo è l’ottavo appuntamento di una serie di uscite che proporremo ai nostri lettori ogni domenica.

Qualcuno di voi, saprebbe descrivere come cammina? Nel senso, spiegare attentamente tutti i muscoli che piega, flette, gli impulsi che vengono inviati, il tempo, il momento esatto in cui si sposta l’equilibrio da una gamba all’altra… Non è facile come cosa ma, dai e dai, è un processo che diventa automatico, che ci è talmente naturale che riusciamo a farlo senza nemmeno pensarci. E il cervello è in grado di automatizzare cose anche molto, molto complesse. Qualche tempo fa avevano fatto uno studio sui giocatori professionisti di Starcraft, un RTS che ha spopolato per decenni. In questo studio avevano analizzato l’elettroencefalogramma di questi player impegnati in diversi match. Il gioco, ve l’assicuro, non è per niente facile, alcuni professionisti premono circa 3 tasti al secondo. Eppure, dalle analisi fatte, loro non stavano utilizzando il loro cervello, tutte le mosse e contromosse erano radicate ed automatizzate che non v’era nessun intervento creativo nel loro modo di giocare.

E dopo l’incipit più lungo della storia, proprio mentre state per chiudere la tab, parte il parallelo sulle vicende mie e del responsivo Kodo. Nel programma di accelerazione, come dicevo la scorsa volta, ogni momento è buono per provare il pitch. Con slide deck, senza, in ascensore, al bagno… Lo fai talmente spesso che quando conosci una ragazza e ti devi presentare, devi ricordarti di non partire con il classico “Sono Diego Banovaz e sono il CEO di Fairbooks…”. Cioè, non è che non si fa, è solo che, dopo i primi test, metriche alla mano, capisci che ci sono altri approcci che convertono di più.

E così, dopo mesi e mesi di tentativi e pratica, ti rendi conto che puoi raccontare la tua startup anche mentre stai scrivendo un’email, Whatsappando con una tipa o programmando. E tutto questo senza deteriorare la qualità del “prodotto”.

Una volta il sergente ci disse: “tutti i vostri pitch fanno cagare, qualcuno fa anche vomitare. Mano a mano che ci prenderete mano, inizierete a vedere quanto fanno fanno cagare e vomitare gli altri pitch.” Sul momento accetti quanto senti nella classica modalità “questa è la frase che a fine film dirò aaaaah, questo voleva dire con…”. E poi passano i mesi, le occasioni di presentare si intensificano e, verso la fine del programma, un povero CEO non ha tempo che per quello.

Questa volta, io e il gestante Kodo siamo stati ospiti al Salone Internazionale del Libro: ci hanno riservato un panel di ben cinquanta minuti in cui parlare di Fairbooks. Nella stessa giornata c’era anche il “pitch day” per le startup selezionate dal Salone stesso. Ovviamente, non ci siamo fatti sfuggire l’occasione di andare a sentire un po’ che si dice “la fuori” nel nostro settore. È strano guardare startup sconosciute proporsi a degli investitori: nella tua testa rimbalzano tutte le domande e i dubbi che ti sei posti guardando al tuo prodotto e devi trattenerti dall’alzare la mano e non fare domande. Mentre ascolti ti rendi conto di tutte quelle regole “infrante” da parte degli speaker: tu per una mano in tasca sei stato appeso a testa in giù per due ore, mentre un flagellatore designato dalla nazionale di Rugby si divertiva a percuoterti con un bastone di acciaio arrugginito. Per aver risposto “circa” al totale del fundraising stai ancora pagando il dentista che ti ha rimesso i denti in bocca e per aver osato camminare troppo in fretta sul palco ti stanno ancora ricrescendo le unghie dei piedi, brutalmente e sadicamente strappate utilizzando solamente un cucchiaio di legno. Arriva al pitch una startup figlia del programma di accelerazione di EnLabs (Verticomics) e da subito si cambia registro. Slide deck pulito, presentazione cristallina e non banale, numeri interessanti e risposte a tono. E dopo aver preso mentalmente appunti sulle idee per migliorare il tuo pitch, ti rendi conto di come le parole che ti erano state dette mesi prima cominciano ad avere un senso, di come ormai riesci a vedere con occhio critico e cinico i sogni degli altri, snaturarli dall’impatto emotivo che cercano di trasmettere e tramutarli in numeri e obiezioni.

E ti gasi. Ti gasi per il classico discorso del “conosco il mio nemico, posso batterlo!” Inizi a pensare a come imbastire la miglior supercazzola mai stata coniata per trasmettere agli investitori la figata che stai realizzando. Finiscono le startup, hai un’ora prima del tuo intervento. Rivedi mentalmente i passaggi, cambi un paio di parole, aggiungi mentalmente dei richiami alle startup che hanno presentato, cerchi sottilmente di tarare il gergo per adagiarsi sugli standard del pubblico che hai visto avvicendarsi nel corso della giornata. E poi arriva il tuo momento, sistemi il computer, colleghi le slide, provi il microfono. Sorridi pensando a quanto riesci ad essere rilassato dopo tutta l’esperienza fatta sul campo… Alzi gli occhi, incroci lo sguardo con l’ammiccante Kodo. Ti guardi attorno, in sala c’è praticamente solo lui. Rivolgendo un pensiero all’altissimo sorridi, the show must go on!

 

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