Meno tasse a chi investe in startup, Gay (Digital Magics): «Imitiamo la Spagna»

Tre domande a otto attori dell’ecosistema startup italiano. Per capire meglio quali dovrebbero essere gli incentivi che il governo sta preparando in queste settimane per il settore. L’opinione di Marco Gay

Tre domande a otto attori dell’ecosistema startup italiano. Per capire meglio quali dovrebbero essere gli incentivi che il governo sta preparando in queste settimane per il settore (con il decreto Finanza per la Crescita 2.0) e cosa servirebbe davvero per dare una spinta alla giovani imprese innovative italiane. Le parole d’ordine? Investimenti, crescita ed exit. In quest’ordine. Qui le risposte di Marco Gay (vice presidente Digital Magics).

FINCRESCITA_gay

Nel decreto “Finanza per la Crescita 2.0” ci sarà una parte che prevede meno tasse per chi investe in pmi e startup, con uno sgravio fiscale per le società che comprano quote in startup (dicono del 20%). Come valuta questa misura?

«Sicuramente è una misura che va a ripetere e confermare quella già vigente: uno sgravio fiscale per le aziende che investono sul capitale in startup. La reputo molto buona perché abbiamo bisogno di accelerare lo sviluppo del capitale di rischio che attualmente in Italia è molto dormiente. Se pensiamo che l’anno scorso sono stati investiti 130 milioni di euro, si parla di pochissima cosa rispetto agli altri paesi: la Spagna ad esempio conta mezzo miliardo, la Francia 800-900 milioni e la capofila, la Gran Bretagna arriva addirittura 2,5 miliardi. Tutto questo è legato sicuramente a politiche di detassazione degli investimenti. Nel white paper che avevamo proposto e che rimane ancora valido, queste proposte c’erano e devo dire con soddisfazione che molti dei punti individuati come strategici sono diventati realtà. Che ci sia un ecosistema che guarda in quella direzione è importante, ma su incentivi e sgravi bisogna almeno raggiungere i livelli della Spagna dove si parla del 40%».

Dai primi calcoli pare che dai privati potrebbero essere attivate risorse fino ai 10 miliardi l’anno da destinare a pmi per fare ricerca e sviluppo. Potrebbe innescare un meccanismo di acquisizioni di startup da parte delle aziende che ne beneficeranno?

«Ne sono certo e parto dai dati oggettivi. L’Italia ha un risparmio privato incredibile: 4mila miliardi. Detto questo, tutti i metodi – e questo è uno buono – per scatenare il capitale di rischio (quindi parte di questi 4 mila miliardi) anche tramite incentivi fiscali, sono buoni per scaricare denaro sulle Pmi. Si tratta di un concetto importantissimo per l’economia reale, in grado di diventare un volano che mette in comunicazione il potere innovativo delle startup e il grande bisogno di innovazione che hanno le aziende».

Visto che il decreto è ancora in bozze e le misure per le startup sono ancora poco più che ipotesi, cosa vorrebbe contenesse? Quale sarebbe la misura che potrebbe davvero fare la differenza ed aiutare gli investimenti in startup?

«Il minimo che ci potremmo aspettare da questo decreto è che vengano ripristinati i valori di defiscalizzazione oggi vigenti, questo è minimo di cui abbiamo bisogno, perché questo ecostistema che sta cominciando a partire ha bisogno di fiducia e questa si crea anche con le agevolazioni degli investimenti. Meglio ancora sarebbe se decreto poi contenesse anche un aumento della defiscalizzazione fino al 40%, insieme a ulteriori agevolazioni degli investimenti in open innovation».

a cura di Mariachiara Furlò

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