Storia di Fabrizio Capobianco, il pioniere degli italiani in Silicon Valley

Lancia due startup in Italia (tra cui TOK.tv) e poi si trasferisce in Usa dove, con due business di successo, raccoglie 35 milioni di dollari

Quando mette piede in Silicon Valley 17 anni fa, Fabrizio Capobianco, originario della Valtellina, ha le idee chiare su cosa vuole fare: software. Internet sta esplodendo e lui è un vulcano di idee. Ma la Valley è un’esperienza più dura di quanto pensasse. Gli serve un visto, allora deve trovare prima un lavoro. Circostanza non facile per chi è imprenditore nell’animo: prima di approdare negli Usa ha già lanciato due startup in Italia. Ma poco importa. Aspetta il momento opportuno e impara più che può: «Ho capito due cose. Come gli americani producevano software e li lanciavano sul mercato. E soprattutto che gli ingegneri italiani non erano secondi a nessuno» racconta in una sua intervista nel 2009.

fabrizio-capobianco

Anche da questa esperienza sarebbero poi nate Funambol, azienda che sviluppa soluzioni cloud su misura (30 milioni di finanziamenti raccolti). E anni dopo TOK.tv, piattaforma di social tv che permette di commentare una partita insieme agli amici (5 milioni in un round): «Lo so che la narrativa romantica spinta dalla Silicon Valley parla solo di pranzi gratis in azienda, piscine e parrucchieri, juke box e altre cose amene. La realtà è che si fa una fatica bestia» scrive sul suo blog.

Pioniere in Silicon si fa le ossa in Italia

È durante gli studi di ingegneria all’Università di Pavia che Fabrizio comprende la portata rivoluzionaria della Rete ed è determinato a coglierne le opportunità. Dopo il dottorato fonda la sua prima delle sue quattro startup. Si chiama Internet Graffiti con la quale nel 1995 prova a convincere le aziende italiane a sviluppare progetti e siti web: «Ho fatto un po’ di fatica. Ero giovane e in Italia sudi più camicie quando lo sei, e ti proponi per un business» racconta Fabrizio. Le cose vanno bene, ma è ambizioso e cerca soldi per far crescere l’azienda. Una volta trovato un partner, decide di usare il capitale per fare qualcosa di diverso, e apre Stigma che produce un software di gestione via intranet che sarà poi sarà usato da Kraft, Novartis, Rai e la Borsa Italiana. È il 1999 e vuole portare il prodotto negli Usa, ma il suo partner nel business è di avviso diverso. Allora lascia e cerca l’avventura in Silicon Valley, supportato da sua moglie che ha vinto un post-dottorato a Stanford.

silicon valley

«Ne sapevo di Java più degli sviluppatori americani»

Una volta in Silicon Valley scopre di saperne di Java più di molti ingegneri di HP: «Mi sono reso conto che un ingegnere italiano poteva avere la stessa preparazione di uno in Silicon Valley grazie a Internet» racconta Fabrizio a IlLosangeles. La sua idea è quella di fare ancora un’azienda e cimentarsi nel “regno del software”, ma prima di partire, ha bisogno del visto e di un lavoro: «Ho preso una pila di cv e mi sono messo alla ricerca. Dopo un mese già lavoravo per Tibco, che poi sarebbe diventata Reuters. Mi sono occupato di un prodotto di trading online, che poi avrebbe avuto clienti come Fineco e Mediolanum in Italia» racconta Fabrizio.

Nel 2002 nasce Funambol

La startup con cui Fabrizio si fa strada in Silicon nasce in realtà in Italia. A Pavia con Stefano Fornari, uno dei soci, inventa un software che anticipa il cloud, in sostanza una soluzione che consente di salvare dati sulla “nuvola” da dispositivo mobile, accessibili da qualunque strumento: «Funambol è nata con l’idea che tutti avremmo avuto molti dispositivi nella nostra vita e quindi ci voleva una piattaforma per sincronizzarli tutti. Allora non c’erano i tablet e nemmeno gli iPhone, abbiamo avuto un’idea lungimirante» racconta Fabrizio a IlLosangeles. Lascia la base di sviluppo a Pavia (oggi sono 50 le persone impiegate in Italia) e mette il quartier generale in Silicon Valley, dove lavorano su aspetti di vendita e marketing oltre una decina di persone.

Nel 2004 il primo investitore. Sta per firmare, ma qualcosa va storto, chiede una quota troppo alta. Fabrizio prova a negoziare, ma le cose non vanno come sperato: «Ci siamo trovati senza soldi, con gli avvocati da pagare e la sensazione di una morte imminente» racconta in un’intervista a Panorama. Per fortuna tre mesi dopo arriva il primo venture con cui chiude l’accordo: 5 milioni di dollari da Walden Venture Capital e HIG. Poi sarebbero Nexit Ventures, Castile Ventures, per un totale di oltre 30 milioni. Oggi Funambol ha accordi con decine di operatori mobili in tutto il mondo e decine di milioni di utenti finali. L’azienda è guidata da Amit Chawla, mentre Fabrizio passa dalla carica di Ceo a quella di presidente. Tra i motivi della decisione c’è una nuova avventura: si chiama TOK.tv e vuole rivoluzionare il modo in cui vediamo le partite in tv.

Nel 2012 la prima versione dell’app delle partite social

Sono due i motivi che portano alla nascita della quarta startup di Fabrizio: da una parte una considerazione sul mercato pubblicitario, l’85% ancora legato alla tv. E il desiderio di poter vedere le partite della sua squadra del cuore (la Juventus) con le persone di famiglia che sono distanti, suo padre in Italia e suo fratello in Mozambico. TOK.tv è in sostanza un’app che riproduce il concetto del bar dello sport (ma virtuale) dove tutti posso assistere a una stessa partite anche lontani nello spazio e commentarla insieme: «L’idea è stata quella di costruire una piattaforma vocale che mi permettesse di vedere la partita e parlare con altri utenti commentando insieme ciò che si vedeva. Siamo partiti con il baseball e la notte degli Oscar. L’idea di fondo è che non si dovrebbe mai guardare la televisione da soli perché c’è sempre qualcuno che conosci che sta guardando quello che stai guardando tu» spiega a IlLosangeles. A oggi TOK.tv ha raccolto 5 milioni di dollari di finanziamento, impiega 15 persone, di cui 10 in Italia, ha 12 milioni di utenti e ha stretto accordi con top club come Barcellona, Real Madrid, Juventus, Serie A, mentre ci anticipa una quinta partnership prossima.

tok.tv

Meglio un’azienda liquida

«Quello che succede, appena presi i soldi, è che la salita si inclina di più (non di meno). Se prima eravamo in quattro a pedalare, adesso siamo in quindici. Prendere soldi dai Venture Capital aumenta la fatica, non la diminuisce» scrive Fabrizio sul suo blog. Per lui la salita è iniziata 17 anni fa in un lungo percorso che fa di lui un modello per molti che sognano di avere la stessa fortuna nel migliore ecosistema di startup al mondo. A StartupItalia.eu offre qualche dritta per aiutare chi sogna il grande salto: «Non aprite un ufficio che non serve a niente. Costa tanti soldi e vi legate le mani, meglio un’azienda liquida senza ufficio. Fate una startup con una prospettiva globale da subito».

 

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