In questo nuovo indice l’attrattività dell’Italia balza dal 45° al 14° posto. Prima di Austria e Svezia

A Cernobbio in occasione del The European House-Ambrosetti è stato presentato un report che rivede radicalmente quanto l’Italia (e gli altri Paesi) possono essere attrattivi per gli investimenti. Ecco di cosa si tratta.

Il balzo sarebbe considerevole. Dal 45esimo posto tra i paesi più attrattivi per le imprese al 14esimo. Trentuno posizioni di un fiato. E’ ciò che succederebbe se l’Italia venisse analizzata dal Global attractiveness index, uno strumento di analisi presentato domenica 4 settembre al The European House-Ambrosetti di Cernobbio. Oggi quel 45° posto è dovuto alla valutazione di uno strumento molto popolare e riconosciuto, ma piuttosto controverso nel mondo del business. Il Doing business report della World Bank.

Il problema del DBR è la sua metodologia, che in molti contestano. E quindi l’idea di un nuovo indice che riveda il metodo. Non è un discorso di poco conto. Quelle classifiche oggi sono uno strumento usato dagli investitori internazionali, l’unico che hanno per valutare potenzialità (e criticità) dei singoli paesi. E’ per questo che, per gli attori di Cernobbio, è così importante che la fotografia del paese che ne esce sia quanto più possibile coerente con la realtà. In ballo ci sono miliardi di investimenti.

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Dentro il nuovo indice

Per capire di cosa si tratta, dobbiamo rifarci a quanto scritto nel report presentato oggi. Qui secondo le parole di Enrico Giovannini (Ordinario di Statistica, Università Tor Vergata) che è uno dei due advisor del progetto:

«Sul piano concettuale, l’indice considera tutte e quattro le diverse forme di capitale (economico, umano, naturale e sociale) che sostengono non solo lo sviluppo economico, ma anche la qualità delle istituzioni e della vita delle persone, elementi questi che incidono significativamente sulle decisioni d’allocazione degli investimenti privati internazionali».

«D’altro lato, l’indice considera elementi importanti per la sostenibilità di lungo termine dei sistemi socio-economici e la loro resilienza a fronte di possibili shock, compresi quelli di carattere naturale. Infine, allo scopo di cogliere possibili non linearità nell’evoluzione delle diverse economie (si pensi a riforme strutturali che in breve tempo modificano le condizioni dei mercati), vengono presi in considerazione indicatori di dinamicità socio-economica relativi agli anni più recenti».

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Il problema delle classifiche che non rappresentano l’Italia

Valerio De Molli, managing partner di Ambrosetti, sintetizza i principali limiti delle classifiche internazionali oggi più in voga: «Purtroppo negli ultimi 10 anni (e più) l’Italia, in tutte le classifiche più accreditate e utilizzate, si è posizionata quasi sempre agli ultimi posti tra i Paesi ad economia avanzata e spesso dietro a Paesi in via di sviluppo»

«Solo per fare alcuni esempi, l’Italia è al 77° posto al mondo in libertà di stampa (dietro alla Namibia o al Burkina Faso), al 45° posto nell’Ease of Doing Business Report della Banca Mondiale (dietro alla Malesia o ancora alle Mauritius) e al penultimo posto in Europa per corruzione (nell’ultimo Report di Trasparency Index l’Italia è al 61° posto, contro il 21° dell’Uruguay)».

«Distorsioni significative della realtà oggettiva»

«È evidente che tali posizionamenti, pur alla luce delle criticità note del sistema-Italia, rappresentano delle distorsioni significative della realtà oggettiva, che stridono con le capacità innovative e imprenditoriali del Paese e determinano, insieme ad altri fattori, effetti negativi a cascata. Si pensi, solo per fare un esempio, al dato preoccupante sui flussi di investimenti diretti esteri verso l’Italia, che diventa ancora più critico se si isolano i risultati conseguiti dalle Regioni del Mezzogiorno. Tali considerazioni non attengono alla sola realtà italiana, ma valgono anche per molti altri Paesi non correttamente rappresentati nei loro veri fondamentali».

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Il ranking Ambrosetti quindi analizza il capitale fisico, umano, sociale e naturale di 144 Paesi attraverso 50 variabili suddivise in quattro grandi “attributi di attrattività”:

  1. Apertura (export, turisti stranieri, numero di migranti eccetera),
  2. Innovazione (dagli utenti internet alle pubblicazioni scientifiche),
  3. Dotazione (dal Pil e gli investimenti ai laureati),
  4. Efficienza (produttività, total tax rate, giustizia).

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Da quello che risulta ai dati raccolti l’Italia va piuttosto bene nei primi tre ambiti. Ma soffriamo (e tanto) nell’efficienza del sistema Paese (siamo 50esimi su 144). Gli ambiti su cui intervenire, secondo gli autori dell’indice che tra gli advisor vanta anche Ferruccio De Bortoli (ex direttore del Corriere oggi presidente di Longanesi), Angelo Trocchia (presidente e amministratore delgato Unilever) Leonardo Salcerini (Toyota Material Handling), Matteo Marini (presidente ABB Italia), bisogna:

  • accelerare l’attuazione della riforma della Pa,
  • agire sui tempi della giustizia,
  • varare un Piano strategico della logistica,
  • rafforzare l’integrazione ricerca-industria,
  • potenziare il sistema di formazione e riqualificazione della forza lavoro,
  • supportare la digitalizzazione delle imprese.

Il motivo di fare bene (e in fretta) queste opere è che, come ha spiegato nell’introduzione al report Giovannini «I ranking internazionali hanno un’elevata capacità di influenzare scelte di localizzazione agendo sulla percezione degli investitori. Questa correlazione diretta schiude enormi potenziali per il nostro Paese: secondo il nostro indice l’Italia è 14esima mentre è solo 25esima per flussi di investimenti diretti esteri attratti. Si può fare davvero molto di più».

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