Perché i nostri dati sono il carbone del XXI secolo: Facebook, Whatsapp e 187 miliardi

I dati come il carbone nel 18esimo secolo e diventeranno una nuova forma di moneta. Il mercato varrà centinaia di miliardi, ma solo pochi ci hanno messo le mani. Finora. E uno spazio si apre anche per le startup

Whatsapp regala i dati dei suoi utenti a Facebook senza chiedere il permesso e scatena un putiferio in Europa. Le authority, tra le più attive le italiane e le tedesche, vogliono vederci chiaro in una decisione che non tiene in conto delle leggi sulla privacy dei consumatori. In ballo c’è molto di più della solita querelle tra Silicon Valley ed enti regolatori europei.

C’è un mercato, quello dei big data, destinato a raggiungere il valore di 187 miliardi entro il 2019 (fonte IDC) e lo sviluppo futuro delle startup e di tutto il comparto hitech: «I dati sono come il carbone nel 18esimo secolo», spiega al Guardian, Neil Lawrence, esperto di machine learning. Una fonte incredibile di energia nelle mani di pochi giganti del web.

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Perché a Zuckerberg interessano i dati degli utenti

Lo ricordiamo tutti Jan Koum, il fondatore di Whatsapp, quando dopo l’acquisizione di Facebook (per 19 miliardi) rassicurava gli utenti dell’app, oggi circa 1 miliardo di persone nel mondo: «Ecco cosa cambierà per voi utenti: nulla. Whatsapp resterà autonomo e indipendente», scriveva all’indomani dell’exit, nel 2014.

Solo due anni dopo tutto sembra essere cambiato e lo startupper, che ha sempre odiato la pubblicità, pare cedere alle necessità di monetizzare della multinazionale di Zuckerberg. Dal 25 agosto sul blog dell’app di messaggistica si informano gli utenti che i loro dati saranno condivisi sul social network anche per motivi di marketing.

Ora basta pensare a cosa significa mettere in mano agli inserzionisti 1 miliardo di numeri telefonici, per capire il gigantesco volume di affari che può nascere dall’aggiornamento della privacy. E gli utenti? Hanno solo 30 giorni per cambiare le impostazioni dell’app e impedire a Facebook di impossessarsi dei loro dati personali.

L’Europa gioca la carta di ultimo baluardo della privacy

Il nuovo patto Whatsapp-Facebook non tiene conto della volontà dei consumatori e delle leggi sulla privacy, che non consentono a un’azienda di passare info dei  suoi consumatori a un’altra senza che i soggetti abbiano acconsentito. Una forzatura che non è sfuggita alle authority europee che chiedono oggi a Zuckerberg e Koum di fare chiarezza sulle loro reali intenzioni. Quello che non si capisce, soprattutto,  è che tipo di dati intendano scambiarsi e perché l’utente abbia solo 30 giorni per la revoca del consenso.

Johannes Caspar, commissario per la protezione dei dati e della liberà informazione di Amburgo ci è andato giù duro, ordinando il blocco totale dell’acquisizione dei dati degli utenti tedeschi di Whatsapp da parte di Facebook, con un’ordinanza che intende, “proteggere le informazioni di circa 35 milioni di persone”.

Cosa c’entra il TTIP? Tanto, davvero

Mentre Antonello Soro, il presidente dell’autorità garante per la privacy, ha deciso di avviare un’istruttoria ed espresso all’Ansa tutte le sue preoccupazioni: «Il passaggio di dati non solo riguarda gli utenti di Facebook e Whatsapp, ma si estende a tutti i contatti di chi non è iscritto a nessuno dei due servizi, i cui dati vengono comunicati solo perché è nella rubrica telefonica di un utente Whatsapp».

D’altronde quella sui dati resta una guerra aperta tra Usa ed Europa, anche se il Ttip (acrononimo di Transatlantic Trade and Investment Partnership) ha cercato di raggiungere una tregua. Cos’è? In sostanza, si tratta di un accordo di libero scambio tra Usa ed Europa.

All’interno del documento, alcune norme, che secondo i più critici, permettono un trasferimento di dati poco regolamentato, per fare un gran favore a Google e Facebook che così potrebbero eludere le authority europee. Il Ttip si sta inserendo anche nella sfida elettorale tra Trump e la Clinton, il primo contrario alla ratifica, mentre la candidata alla Casa Bianca sembra essere più favorevole per ingraziarsi i voti favorevoli della Silicon Valley.

I numeri dei big data e le startup che se ne occupano

Secondo il report dell’Osservatorio del Politecnico di Milano (Big Data + Business Intelligence), il valore complessivo del mercato dei big data e della business intelligence nel nostro Paese nel 2015  è stato di 790 milioni di euro. Già da tempo le imprese e la pubblicazione amministrazione ne hanno compreso l’utilità, nella possibilità che offrono di estrarre informazioni utili e migliorare le decisioni future.

I settori più attivi sono quelli finanziari con le banche (per il 29%), l’industria (21%), mentre seguono Telco e media (14%) e PA e sanità (il 9%).

Quanto alle startup che fanno business sono circa 500 a livello mondiale (33 in Italia) e fino a oggi hanno ricevuto finanziamenti di oltre 14 miliardi di dollari. Tra le top 10, che Forbes cita in un suo articolo, ci sono Cloudera, azienda fondata da Tom Reilly che offre una piattaforma (Apache Hadoop) per aiutare i business a gestire ed analizzare i dati nel modo migliore. Ha raccolto più di 1 miliardo di dollari. E Palantir che sviluppa software per scovare reti terroristiche, ladri e truffatori online ed è valutata 20 miliardi di dollari. 

Morozov: «E’ una nuova forma di colonialismo»

“I big data una risorsa fondamentale come l’aria che non può essere lasciata nelle mani ad aziende private come Google e Apple”. Questo è un po’ l’appello di Evgeny Morozov, il giornalista e sociologo che già da anni al Wired Fest parla al mondo dei pericoli di affidare i big data alle multinazionali nordamericane del tech. In sostanza, Morozov spiega che i dati consentono a Google e Facebook (per citarne due) di avere informazioni e fare previsioni su ciò che sarà necessario nel futuro.

E immagina una situazione in cui le digital company private forniranno servizi che oggi sono appannaggio del pubblico e dei cittadini europei (come la sanità, l’educazione, i trasporti): «È importante che i big data rimangano nelle mani dei cittadini», sottolinea. Per evitare che l’Europa diventi succube del controllo nordamericano in quella che andrebbe a configurarsi come una vera e propria forma di sudditanza.

Così i big data sono diventati il nuovo petrolio

Il paragone tra big data e carbone appartiene e Neil Lawrence, professore di machine learning all’Università di Sheffield. Al Guardian, Lawrence svela questa interessante analogia. I dati sono un po’ come l’invenzione del motore a vapore di Thomas Newcomen nel 1712, il fabbro inglese che utilizzo il sistema per la prima volta per pompare acqua dalle miniere. Va da sé che la sua invenzione fosse utile solo a chi aveva carbone per attivarlo.

Discorso simile tra dati e startup, specie quelle che operano nel settore del deep learning e dell’intelligenza artificiale, altra gallina dalle uova d’oro, si calcola che raggiungerà un valore di mercato di 5 miliardi entro il 2020. Seguendo la similitudine del professore, le startup rappresentano l’innovazione, quindi il famoso motore a vapore. Sono tutte quelle idee che hanno ingegno, insomma la macchina. Mentre i dati sono il carbone che oggi è solo nelle mani di poche miniere, le grosse aziende che sono le uniche a poterli utilizzare.

Pensiamo a quello che è successo a Magic Pony, la startup che ha sviluppato un algoritmo che legge immagini e foto, acquistata da una big del tech, nel caso specifico da Twitter per 150 milioni. E non è un caso isolato, anche SwiftKey, che sviluppa tastiere che apprendono i comportamenti dell’utente, è finita nelle mani di Microsoft per 250 milioni. L’intelligenza artificiale ha bisogno di una miriade di dati per creare nuovi algoritmi e le startup che vogliono innovare nel settore devono giocoforza bussare alle porte delle multinazionali.

Google, Facebook, Amazon, hanno promosso iniziative di open source nel campo, ma solo offrendo ai programmatori la possibilità di accedere gratuitamente al codice, mentre per i dati niente da fare, questi li custodiscono gelosamente. «I dati diventeranno una moneta. E oggi la Rete ne offre gratuitamente solo il 20%, mentre il restante 80 è nelle mani di aziende e organizzazioni private» scrive Fortune.

Come se ne viene fuori? O con politiche più illuminate dei dittatori del web oppure cercando un modo alternativo di reperire dati a un prezzo più basso e con maggiori risultati. Ma entrambe le strade sembrano onestamente difficili da percorrere oggi.

2 Commenti a “Perché i nostri dati sono il carbone del XXI secolo: Facebook, Whatsapp e 187 miliardi”

  1. Michele Bontorno

    Articolo interessantissimo e direi anche molto importante. Però, nel concreto, cosa si rischia, e in cosa consistono questi dati? Numeri di cellulare ok, ma non credo proprio inizieranno ad arrivare telefonate pubblicitarie a tutti, e anche se fosse, non mi sembra questa gran minaccia.
    I dati vengono usati per costruire intelligenze artificiali migliori. Ottimo, no?
    Voglio dire, da cosa di preciso dobbiamo venire protetti? Qual è l’imminente e grave pericolo che incombe su noi utilizzatori di Whatsapp?

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