Cosa vuol dire fare una «startup» per il digitale a Palazzo Chigi

Il nuovo Commissario del governo per il digitale e l’innovazione Diego Piacentini ha aperto le candidature per il nuovo team, dicendo di voler creare una sorta di «startup» all’interno della Pubblica Amministrazione

Diego Piacentini è il nuovo commissario al digitale in Italia. La sua storia è nota, dalla Bocconi a Apple fino alla scalata in Amazon. Nell’intervista al direttore di Repubblica Mario Calabresi in cui si è presentato all’Italia ha detto che sta lavorando ad una squadra di venti persone per portare l’Italia nella modernità, «una sorta di startup all’interno di una macchina antica come l’amministrazione statale».

Il Commissario straordinario del governo per la trasformazione digitale e l'innovazione, Diego Piacentini

Il Commissario straordinario del governo per il digitale e l’innovazione, Diego Piacentini

Ora, a chi si occupa di startup questa frase deve aver fatto un certo effetto. “Una startup a Palazzo Chigi“. Non è un passaggio da poco. Pensate alle startup per come le conosciamo e le raccontiamo. Una struttura agile, snella, fatta (si spera) di talenti e energie che lavorano in team, che individuano un bisogno (un mercato) e ne immaginano una soluzione (un prodotto) in grado di soddisfare la richieste dei cittadini (dei clienti).

Portare il metodo lean nella PA

Non è facile immaginare la vita di una startup all’interno di un meccanismo come lo Stato. Italiano, per giunta. La lean startup, quanto di meglio concettualmente prodotto dalla digital economy, chiamata a sciogliere i gangli intricati della burocrazia. Alla fine cosa fa una startup? Rende più semplici le cose. Rende più logici, razionali, semplici dei processi. Pensate agli acquisti, alle comunicazioni, ai pagamenti.

In quella intervista Piacentini lo ha spiegato così: «Sono venuto con l’obiettivo di rendere la vita più semplice ai cittadini. Un rapporto semplice tra Stato e cittadino è condizione necessaria per sviluppo economico, perché stimola gli investimenti anziché frenarli».

Cosa vuol dire fare startup (e innovazione) in Italia

Ora, da quella che è la nostra esperienza (ma se non bastasse ci sono i numeri a dirlo), sappiamo che fare startup in Italia non è facile. Ci sono segnali di crescita. Di investimenti, di aziende interessanti che crescono. Dietro c’è la passione di chi fa impresa e innovazione in Italia «nonostante tutto», c’è l’impegno delle istituzioni che hanno semplificato l’accesso al credito e la creazione di impresa, c’e la determinazione degli operatori e degli investitori che nel loro lavoro ci credono davvero.

Ma una startup al Governo è un’altra partita. Ed è forse la più entusiasmante. È la sfida di portare una nuova visione delle cose dentro la macchina delle decisioni che possono davvero determinare una svolta per la vita delle persone, delle comunità, delle economie, degli investimenti. Anche, per forza di cose, nel digitale. Che non è una scelta possibile tra le altre. Ma l’unica possibile per immaginare il futuro di una nazione moderna.

Arcangelo Rociola
@arcamasilum

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