Un esempio perfetto di come fare un business «glocal». Intervista al ceo di Moovit

Il modello di business di moovit, come è cresciuta, quanto, la scalata al mercato globale partendo da Israele. E Roma. Intervista a Yovav Meydad

 

45 milioni di utenti, 1.200 città mappate in 67 paesi del mondo e in 48 lingue: i numeri di Moovit, l’app per calcolare i percorsi del trasporto pubblico nata in Israele nel 2012, fanno impressione. E sotto, una community di 65mila editor che contribuiscono a raccogliere i dati, un crowdsourcing che ricorda quello di Waze (e infatti viene spesso definita «la Waze del trasporto pubblico») e che rappresenta il vero punto di forza di Moovit. Ora l’app esce nella sua versione 5.0, con una nuova grafica e una nuova riorganizzazione delle funzioni, divise in tre categorie: indicazioni, fermate e linee. Tra le novità, anche il servizio di carpooling, già sperimentato in Israele e che ora entra in funzione anche a Roma e nel Lazio. Ne parliamo con Yovav Meydad, vicepresidente di Moovit.

Yovav Meydad, vicepresidente di Moovit

È interessante che Roma e il Lazio siano la prima area dove avete lanciato il nuovo servizio di carpooling fuori da Israele. Perché?
«Per prima cosa, abbiamo un country manager in Italia, e ne abbiamo solo in cinque paesi al di fuori di Israele. In secondo luogo, quella italiana è la comunità più attenta e reattiva a ricevere le nostre nuove funzioni. E infine abbiamo una partnership molto stretta con l’azienda per la mobilità di Roma. Per loro, l’integrazione col carpooling vuol dire offrire un servizio migliore e fornire un incentivo a ridurre il traffico urbano».

Non c’è concorrenza tra i due sistemi?
«Spesso mi chiedono se le aziende di trasporto pubblico vedano il carpooling come concorrenza, ma è l’esatto opposto. Se vieni dai sobborghi, usi il carpooling verso il centro della città, rinunci a usare la tua auto e poi usi accedi alla rete di trasporto pubblico. Gli utenti aumentano, non diminuiscono in questo sistema di viaggi combinati nel quale il tratto lungo è fatto in auto e l’ultimo miglio con i mezzi pubblici».

I trasporti pubblici a Roma non godono di ottima fama.
«Siamo partner con Roma Servizi per la Mobilità da tempo, offriamo costantemente nuove funzioni, compresa una dashboard per raccogliere le segnalazioni di disservizi da parte degli utenti. Il nostro rapporto è cominciato con la canonizzazione di Giovanni Paolo II nel 2014. Hanno scelto Moovit e non l’app di Atac per raggiungere i pellegrini, noi abbiamo fornito informazioni in tempo reale, per un totale di 5 milioni di messaggi, su cambiamenti e aggiunte di linee e ogni genere di problema nel servizio. Li abbiamo trovati molto recettivi all’idea di tecnologia abilitante, in grado di migliorare l’esperienza dei passeggeri».

Siete in 1200 città: come funziona l’aggiunta di una nuova città all’app?
«Lanciamo una nuova città nel mondo ogni 18 ore, e siamo solo 105 dipendenti in tutto, quindi il processo non può partire sempre da noi. Quando un utente locale scarica l’app in un luogo in cui Moovit non è presente riceve un messaggio che gli chiede di essere l’eroe locale che porta il servizio in città. Gli mettiamo a disposizione il nostro tool di editing: all’inizio era soltanto ad uso interno, poi lo abbiamo aperto e ora la comunità funziona in modo simile a Wikipedia, ci sono gerarchie in base a quanto gli utenti sono attivi e alla loro autorevolezza e diversi livelli di controllo delle informazioni. E poi è successo che anche i comuni, che magari non hanno le risorse per crearsi da soli un’app, hanno cominciato a usarla per mappare i loro servizi di mobilità sul territorio. Per loro è comunque meglio usare la nostra interfaccia che una griglia di Excel».

Qual è la proporzione tra open data ufficiali e crowdsourcing in Moovit?
«Al momento, due terzi delle informazioni che vengono usate su Moovit sono state prodotte direttamente dagli utenti, e il dato aumenterà, perché le città grandi e con grossi budget sono già sull’app, tutto il futuro della nostra mappatura viene da piccoli centri e dagli editor locali«.

Siete un perfetto esempio di business glocal: come fate a curare il vostro impatto locale?
«L’app deve sempre sembrare locale. Il primo passo per dare questo effetto sono le lingue, non sbarchiamo mai in un paese prima di aver localizzato la lingua, siamo entrati in Estonia, per esempio, solo dopo aver inserito l’estone. Inoltre l’aspetto visivo è importante: i colori delle linee e tutto il linguaggio visivo del sistema di trasporti pubblici nell’app devono corrispondere a quelli del mondo reale, l’app deve parlare la lingua visiva della città che aiuta ad esplorare. E infine ovviamente l’accuratezza delle informazioni. L’utente ti usa solo se sente che sai di preciso di cosa stai parlando.

Siete stati l’app ufficiale per la mobilità di Olimpiade e Paralimpiade a Rio. Come avete affrontato una sfida di queste proporzioni?
«Ormai abbiamo un expertise per i grandi eventi: la canonizzazione a Roma è stato il primo in assoluto, poi abbiamo lavorato con la Coppa del mondo in Brasile, la Copa América in Cile, gli Europei in Francia, e ovviamente l’Olimpiade. In vista dei Giochi a Rio erano state deviate 233 linee di autobus, e tutto era costantemente mappato dalla nostra comunità locale. Così, quando siamo andati a parlare con le autorità locali, hanno visto che di fatto eravamo già pronti per essere l’app ufficiale della mobilità durante i Giochi, e questo ha fatto la differenza».

Essere sul campo durante i Giochi però deve essere stato tutt’altra storia.
«Noi volevamo essere in cima al flusso delle notizie. Abbiamo chiesto alle autorità: come possiamo fare? La risposta è stata una scrivania dentro la centrale operativa della città, dove tutte le informazioni arrivavano in tempo reale. Lì abbiamo avuto una persona di Moovit costantemente lì ad ascoltare, monitorare e diffondere le informazioni agli utenti. Ma ovviamente il percorso delle informazioni è stato anche nel senso opposto, quelle che arrivavano dagli utenti di Moovit sono state molto utili al lavoro della centrale operativa».

Parliamo di business model. L’app è gratuita: come monetizzate tutto questo?
«Stiamo sperimentando diverse strategie. Offerte basate sulla geolocalizzazione: l’utente torna a casa e l’app gli offre di ordinare cibo a domicilio che arrivi a casa insieme a lui. Abbiamo lanciato partnership con Uber e con i servizi di car sharing, come Drive Now, il servizio di car sharing di BMW in arrivo anche a Milano. E anche il servizio di carpooling lanciato a Roma prevede una fee. Vogliamo che tutte queste offerte siano rilevanti, coerenti con l’uso dell’app, parte naturale dell’esperienza dell’utente».

Come vede il futuro del trasporto pubblico e in che modo Moovit si sta preparando?
«Il mondo dei trasporti pubblici è organizzato a quattro livelli. Il più basso è l’infrastruttura ed è quello che cambia più lentamente. Sopra ci sono i veicoli, i treni, le auto, qui cominceremo presto a vedere una trasformazione radicale con le auto senza pilota. Al terzo livello ci sono sia le leggi, le regole per usare quei mezzi, che i dati, le informazioni. E il quarto livello sono le interfacce. È il livello che è cambiato più in fretta, pensate a chiamare un taxi dieci anni fa e a Uber o Lyft oggi. Noi siamo questo livello e abbiamo i dati di migliaia di città, sappiamo meglio di tutti come cambiano e come cambieranno. Tra dieci anni avremo le auto senza pilota, e cambieranno anche le infrastrutture, ci saranno corsie e strade dedicate a loro. E la mattina l’utente vorrà un solo strumento, un portale, per scegliere se prendere un’auto senza pilota, Uber o la metropolitana. Noi puntiamo a essere quel portale che maneggia tutte le informazioni e consente di prendere la migliore decisione in tempo reale in un contesto così complesso».

Siete spesso paragonati a Waze: li vede come concorrenti?
«Non siamo in concorrenza con Waze. Quando siamo partiti, il nostro CEO provò a capire se Waze avrebbe provato a competere in quella direzione, e la risposta fu che per loro c’era ancora molto da focalizzarsi sulle auto e che non si sarebbero occupati di trasporto pubblico. Così è stato e così è ora».

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