«Perché abbiamo dovuto chiudere PizzaBo». Intervista a Contini, JustEat Italia

Intervista al country manager di JustEat Daniele Contini che racconta i motivi che hanno portato alla chiusura del sito di PizzaBo. Ma racconta anche scenari del food delivery in Italia e l’accordo con Rocket Internet.

«Ci sono delle motivazioni di carattere tecnologico e di brand. Alla fine era l’unica strada possibile». Daniele Contini, country manager di JustEat ha spiegato così i motivi della chiusura di PizzaBo nel giorno della sua ultima cena. Da domani il sito (200mila visitatori unici mensili, dati SimilarWeb) non offrirà più il servizio di food delivery. E sarà integrato in JustEat.it.

L’ex amministratore delegato di Subito.it è alla guida di JustEat Italia dal settembre 2015 ed ha attraversato tutte le fasi del passaggio dell’azienda da Rocket Internet alla holding inglese. Le abbiamo ripercorse insieme. Raccontando gli scenari del food delivery in Italia, le difficoltà, la scelta di comprare PizzaBo per poi scioglierne il marchio in JustEat.

«Ma dalla loro esperienza portiamo con noi un insegnamento fondamentale: la gestione delle community, in questo sono stati bravissimi».

Daniele Contini, JustEat

Daniele Contini, JustEat

Alla fine avete deciso di chiudere PizzaBo. 

«Come ricorderai il deal che ha portato l’acquisizione di Pizzabo è stato un deal internazionale e comprendeva diverse società di diversi paesi. La nostra strategia era ed è consolidarci come leader nei mercati dove operiamo. E’ l’unico modo per avere un mercato sostenibile in questo settore. Nei paesi dove non eravamo i primi siamo usciti perché diventava poco sostenibile. Dopo l’acquisizione di PizzaBo ci siamo incontrati con il team e i founder per capire come lavorare insieme. Si sono aperti vari scenari possibili che riguardavano le persone, il brand, la location. Ma alla fine abbiamo deciso di integrare le due piattaforme che era davvero l’unica strada possibile».

Ci può spiegare perché? 

«Le ragioni sono soprattutto di carattere tecnologico. Quella di JustEat e di PizzaBo sono piattaforme differenti. Avevano troppe differenze per convivere. Immagina, avremmo dato a utenti due servizi differenti e alla lunga poteva essere controproducente. Senza contare le complessità a livello tecnico, come dover mantenere un doppio team di sviluppo. Questa ragione ci ha portato verso una sola piattaforma. Ma abbiamo cercato di mantenere le peculiarità che avevano reso grande l’azienda bolognese. Alcune le abbiamo già previste, altre verranno implementate presto».

Avete anche scelto di cancellarne il marchio. 

«Stesso discorso: avere due brand vuol dire sdoppiare gli investimenti in marketing e avere due marchi dal punto di vista aziendale non era la strategia migliore per JustEat che punta ad essere un brand globale. Quello che è successo con PizzaBo succede in tutti i paesi dove compriamo aziende. Capiamo benissimo l’affezione dei clienti di Bologna. Ma noi dobbiamo difendere il nostro marchio».

La forza di PizzaBo però era soprattutto la community creata. Era davvero impensabile declinare questo modello con le strategie di JustEat? 

«E’ un punto importante. Credimi, noi abbiamo imparato molto dal team di PizzaBo. Le 16 persone che si sono unite a noi sono molto valide. Loro al di là di piattaforma e il mercato ci hanno portato un team valido e best practice come appunto la gestione della community. Lo hanno fatto molto bene e noi stiamo imparando da loro questa loro abilità cercando di replicarla a Bologna e in altre città».

Leggi anche: L’ultima cena di PizzaBo, parla Sarcuni:
«Mi dispiace tanto sia finita così»

Siete stati oggetto di una vertenza sindacale a febbraio con i dipendenti che si sono opposti al trasferimento. Come è andata a finire?

«Dopo la negoziazione sindacale sono entrate 16 persone (dei 50 dipendenti di allora, ndr). Non tutti hanno voluto venire da noi. Una decina sono rimaste sul territorio. Alcune sono venute a Milano e stanno lavorando bene. Non nascondo che non siamo riusciti ad accontentare tutti. Ce ne dispiace, lo comprendo, abbiamo cercato coi sindacati di mitigare l’impatto ed è stata la migliore soluzione possibile».

Il vostro acquisto di PizzaBo ha fatto piuttosto scalpore, solo ad un anno di distanza dall’exit a Rocket Internet di cui siete competitor diretti. Perché avete deciso di comprarla? 

«Il motivo principale è che ci era stato proposto da Rocket Internet in un deal di gruppo. Noi volevamo accelerare e consolidare i mercati in cui siamo presenti. Pizzabo era un caso di successo e quindi è stato considerato interessante. Ad un anno confermo questa visione. Superata la fase travagliata ora le cose vanno bene, i ristoranti lavorano con noi, i clienti sono soddisfatti».

Alcuni hanno visto dietro questa operazione ci fosse una strategia concordata di divisione di aree di mercato tra voi e la holding tedesca. Cosa risponde a quest’ipotesi? 

«Ho sentito dell’ipotesi, ma io non sono a conoscenza di accordi di questo tipo. Ma mi sembra ragionevole che i gruppi leader di un mercato cerchino di massimizzare loro posizione con dei deal».

Oggi il boom degli investimenti nel food delivery sembra scemare ed alcuni avanzano dubbi su questo mercato. I casi di cronaca come quello di Foodora hanno solo accelerato questa impressione. Secondo lei il food delivery ha qualche problema? 

«Tutt’altro. Il mercato del food è in grande crescita ed ha un grande potenziale. Certo, richiede investimenti. Non è alla portata di tutti. In Europa e in America hanno chiuso diverse startup perché è un mercato molto competitivo. Ci sono dei grossi player e noi non siamo gli unici. Ma il nostro modello è peculiare perché lavoriamo principalmente come market place mettendo in contatto consumatori e ristoranti. JustEat fa profitto e sta dando già ritorno agli investitori. Magari i punti di domanda sono su altri modelli, la cui sostenibilità si vedrà. Ad ogni modo servono investimenti in questo settore. E non tutti possono permetterseli».

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Quello che si legge oggi sulla home page di Pizzabo.it

In Italia come va questo mercato?

«L’Italia ha una grande tradizione culinaria ma come saprai è piuttosto restia alle nuove tecnologie. Per giocare un suo ruolo l’Italia bisogna investire e garantire profitti sì, ma anche avere dipendenti felici di lavorare con te».

Un altro aspetto discusso è che chi fa food delivery non sia davvero innovazione, di quella destinata a “cambiare il mondo”, trattandosi di soluzioni nuove a problemi vecchi che piacciono più ai venture che agli innovatori. Cosa pensa?

«È un mondo che mi ha interessato tantissimo perché in Italia, il foodtech, è un settore dove siamo agli albori e ha grandi potenzialità. Per me è vera innovazione. È un settore che cresce tanto. Immagina che una persona mangia 720 volte l’anno in media. Capisci che il potenziale è tutto da scoprire».

Qual è la vostra strategia di crescita in Italia oggi? Prevedete altre acquisizioni, nuovi investimenti, nuove aree di mercato sul territorio nazionale? 

«Oggi siamo in 500 comuni e abbiamo 5mila ristoranti e siamo i più completi a livello nazionale. Nell’ultimo anno abbiamo fatto 3 acquisizioni di startup, su Roma, Milano e Bologna. Nel breve periodo però non ne prevediamo altre. Ci concentreremo sulla crescita organica di JustEat».

Hai lanciato Subito.it, un caso di assoluto successo in Italia, e ne sei stato il Ceo. Perché sei passato a JustEat? 

«Sì ho seguito lo startup di Subito.it, ora ne sono completamente fuori. Una storia che è partita piccola ed è finita grande. Dopo 7 anni lì ho ricevuto questa offerta e come dicevo lavorare in questo settore nuovo poteva darmi nuovi stimoli. C’è tutto da fare. E poi a me piace far crescere le cose. Ora tocca a JustEat».

 

Arcangelo Rociola
@arcamasilum

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