Crescere comprando startup (da 30 milioni), ma in India. Il modello Ubiquity

La notizia era passata un po’ in sordina, ma non è così frequente che un’azienda italiana compri una indiana. Una tech company poi, la prima volta. L’ascesa di Ubiquity raccontata dal suo founder Dario Calogero

«Sì abbiamo comprato una startup indiana, anche se un po’ cresciuta. Credo che sia la prima volta che succede per un’azienda italiana». Avevamo bisogno di una conferma dall’azienda per essere certi che Ubiquity.eu, piattaforma che fornisce servizi mobile professionali, avesse comprato il 51% di Solutions Infini, azienda indiana che offre soluzioni simili alla clientela asiatica. I magazine indiani la definiscono una startup, anche se Solutions Infini ha 5 anni, un fatturato da 25 milioni e 5mila clienti. «Avevamo esaurito il nostro mercato, lavoriamo con le principali istituzioni finanziarie italiane e ci siamo guardati intorno per trovare nuovi mercati» dice a Startupitalia.eu Dario Calogero, ceo e founder nel 1999 di di Ubiquity, e 30 anni di esperienza nell’hitech.

Dall’acquisizione nascerà un grosso player del digitale, italiano e internazionale, con un fatturato complessivo da 60 milioni. E nuove strategie di crescita. L’azienda, per intendersi, è specializzata nella realizzazione di servizi di messaggistica soprattutto per il mercato bancario e finanziario. Se avete mai ricevuto sms del tipo «Ti è stato accreditato un bonifico di» o «Hai autorizzato un pagamento da», beh è probabile che quell’sms vi arrivi da loro. In Italia è nel settore finanziario un leader indiscusso, con 30 banche servite. Da Fineco a Intesa, passando per CheBanca!. E adesso cambieranno partita.

 

 

Ubiquity

Dario Calogero, ceo e founder di Ubiquity

 

Perché avete deciso di comprare una startup indiana che fa qualcosa molto simile a voi, ma in un mercato del tutto nuovo? 

«Semplice. Noi dal 2015 siamo molto attivi a livello internazionale, dopo essere diventati i leader in Italia. Il nostro settore, quello finance è esaurito. In Italia lavoriamo con quasi tutte le banche. Abbiamo pensato quindi a come crescere e diventare internazionali. Per un anno, una settimana al mese, siamo andati in giro per il mondo per cercare potenziali accordi. Usa, Europa, Asia. E in India abbiamo trovato Infini che ci è sembrata tra le 10 migliori scovate in giro».

Come siete entrati in contatto con loro?

A febbraio li abbiamo incontrati al Mobile World Congress di Barcellona, era la prima volta. Si è subito capito che eravamo interessati a accordi commerciali. Ma anche ad avviare un discorso sulle equity. Da lì a luglio abbiamo firmato il term sheet (nel linguaggio finanziario è un documento che riassume i principali punti del negoziato da svolgere, ndr) e a ottobre si è chiuso tutto».

Così velocemente? 

«Sì è stata una sorpresa anche per noi. L’autorizzazione indiana è arrivata in poco tempo».

Infini è una società grande quanto voi. Eppure hanno scelto di vendere a voi. Perché secondo lei? 

«I founder sono molto giovani, loro avevano bisogno di un management di esperienza».

Perché l’India? 

«Quando abbiamo capito che in Italia non c’era molto altro per noi, dovevamo scegliere se espanderci verso est o verso ovest. Ma il quadro geopolitico al di là dell’America del Sud è un po’ complesso. A Mumbai invece abbiamo trovato un ambiente anglosassone e buona mentalità imprenditoriale. La chimica in queste cose conta. E ha contato. I ragazzi di Infini hanno un ottimo senso del business, ci sono piaciuti subito»·

Cosa prevede dopo questa acquisizione? 

«Tra i due servizi c’è molta complementarietà. Però abbiamo un posizionamento diverso. Ubiquity fattura 30 milioni con 30 clienti, 30 banche italiane. Loro fanno 25 milioni con 5mila clienti, in media 5mila euro con ognuna, e sono tutte piccole e medie imprese.  Noi abbiamo investito molto per andare oltre il servizio dei messaggi, e puntare alle chatbox. Il passaggio successivo è quello dell’intelligenza artificiale che gestirà queste comunicazioni. Noi vogliamo creare una piattaforma globale che sarà in grado di farlo.

Prevedete che le loro competenze sulle piccole e medie imprese porterà Ubiquity a fare lo stesso con quelle italiane? 

«Sì col tempo lavoreremo ad una fusione dei modelli. È quello che farà la Ubiquity international che diventa società operativa e holding. Voglio chiarire che non si è trattata di un’acquisizione ostile, i founder faranno parte integrante del nostro team da oggi».

Avete raddoppiato il giro d’affari in un colpo solo. Quale sarà lo step successivo?

«Noi abbiamo una visione: Ubiquity deve diventare una public company nel breve periodo. Faremo un’IPO a breve. Abbiamo allargato il mercato, allargandoci a India, Indonesia, Cina. Siamo già una piccola multinazionale».

Ubiquity è un po’ la dimostrazione che è possibile anche per un’azienda italiana comprare all’estero. E nell’hitech, che è un settore ancora più particolare…

«Per me è importante assicurare all’azienda la crescita e il mercato. Comprare startup per crescere è una soluzione ottima per crescere. Anche all’estero. Se cresci e lavori bene non è complicato. Abbiamo un servizio d’eccellenza, riconosciuto, ora anche all’estero. Non ci manca nulla».

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