La Russia sfida la Silicon Valley, tra centri di innovazione e investimenti di magnati

Dal 2009, per volontà di Dmitry Medvedev, una serie di riforme come la costruzione dello Skolkov Techopark hanno cercato di colmare il divario con gli Usa. Ma gli scarsi investimenti e la politica di Putin hanno rallentato il processo

La battaglia tra Stati Uniti e Russia ci riporta indietro nel tempo. Ma, in realtà, il gioco a rincorrersi nella tecnologia tra le due grandi potenze non è rimasto confinato al periodo della guerra fredda. Certo, non si tratta più di mandare il primo uomo in orbita o di toccare per primi il suolo lunare. Le ultime riforme che la Russia ha orientato al progresso e all’innovazione hanno altri obiettivi, come quello di creare un polo di sviluppo tecnologico in grado di fare concorrenza alla Silicon Valley. Gli ultimi progetti in questo senso risalgono al 2009 e portano la firma dell’allora presidente Dmitry Medvedev. All’epoca il Paese cominciò un piano di modernizzazione per affrancarsi da un’economia troppo legata all’esportazione di gas e petrolio. Il leader russo espose la sua visione del futuro della nazione in una lettera dal titolo eloquente: Vai Russia!.

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Dmitry Medvedev, attuale primo ministro russo

L’innovazione russa allo Skolkovo Techpark

A sette anni di distanza, si può fare un bilancio degli obiettivi che sono stati raggiunti e di quello che manca alla Russia per avvicinarsi al livello del suo storico nemico. Nel documento del presidente c’erano accenni all’e-governance e ai programmi di istruzione per la realizzazione di supercomputer. Ma soprattutto c’era il riferimento alla costruzione di un centro di innovazione di 600 acri non molto distante da Mosca, in un sobborgo chiamato Skolkovo. Quel luogo oggi esiste: ospita stabilmente 95 società, ha attirato 290 milioni di rubli in investimenti e 1.3 miliardi di rubli in donazioni. Tra gli investitori anche nomi importanti dell’IT modiale come Cisco, Microsoft, Samsung, Nokia, Boeing. Nell’intenzione di Medvedev, Skolkovo doveva essere un incubatore per le startup russe. Per la sua realizzazione sono stati investiti 4 miliardi e sono state negoziate delle partnership con università straniere come il Mit di Boston. Dal 26 al 28 ottobre Skolkovo Technopark è stato sede dell’Open Innovations Forum. Un’occasione per mettere in mostra quello che è stato fatto e per cercare di stimolare un ulteriore sviluppo.

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Corruzione e pochi fondi sono i freni al progresso

Nonostante gli sforzi fatti dalla Russia, però, l’evento di ottobre ha evidenziato una scarsità di investimenti sulle startup early stage che dovevano essere il cuore delle riforme promesse. Il principale problema riscontrato è l’assenza di libertà data alle imprese innovative che si trovano così ad essere controllate dalle grandi compagnie spesso per più del 30 per cento e ad essere meno inclini ad assumersi direttamente dei rischi. A pensarla così è Pekka Viljakainen, consulente del presidente della Skolkovo Foundation. Forse, però, il problema più grave è di mentalità: Evgeny Kuznetsov, Ceo di Rvc, uno dei maggiori centri di sviluppo russi, è convinto che le grosse compagnie in Russia non abbiano la necessaria esperienza e gli strumenti per lavorare con le startup. Inoltre, spesso i manager non avvertono l’esigenza dell’innovazione. Negli anni, poi si è presentato il problema che affligge la Russia da sempre: la corruzione. Nel 2013 lo Skolkovo Innovation Center è stato oggetto di un’indagine che ha portato ad accuse per appropriazione indebita di fondi.

Il passo indietro di Putin

Con il tempo è venuta meno anche la volontà politica di sostenere questo processo. È stato ridotto di una percentuale fino al 40 per cento il budget destinato al centro di innovazione alle porte di Mosca. In molti hanno visto in queste scelte il desiderio di Vladimir Putin, ritornato nel frattempo in sella, di abbandonare il capitolo tecnologico per l’eccessiva presenza straniera. Da parte dell’attuale presidente, d’altronde, c’è sempre stato il desiderio di controllare i servizi web, arrivando a proporre una legge che obbligasse a caricare tutti i dati russi su server nazionali con la creazione della cosiddetta “Runet”.La politica aggressiva dello “zar” ha portanto anche la Russia a subire le sanzioni di altri stati. Cosa che raffredda inevitalìbilmente eventuali investitori.

C’è anche chi, alla luce di tutto questo, ha lasciato la Russia per cercare di lanciare la propria attività negli Stati Uniti a seguito di questa scarsa attenzione e delle molte limitazioni. Lo conferma a Foreign Policy Nina Zavrieva, co-founder della startup moscovita Channelkit. Tuttavia, l’entusiasmo dei giovani imprenditori russi non sembra essere svanito del tutto: tasse agevolate, spazi di lavoro, contatti con business angels e mentors e possibilità di partecipare a eventi internazionali sono ancora caratteristiche che fanno gola.

Il ruolo di Roman Abramovich

Roman Abramovich And Boris Berezovsky at The High Court on October 4, 2011 in London, England. Mr Berezovsky is alleging a breach of contract over businnes deals with Mr Abramovich and is claiming more than £3.2bn in damages.

Il miliardario russo Roman Abramovich

Nel frattempo, però, nella Madre Russia c’è anche qualche imprenditore che ha decido di investire, e molto, in startup. Il più importante si chiama Roman Abramovich e ha un patrimonio stimato in 8,3 miliardi di dollari. La sua proprietà più famosa è la squadra di calcio inglese del Chelsea, ma in realtà i suoi fondi sono ben distribuiti e diversificati. Innanzitutto è un venture capital con la sua società Millhouse LLC che ha sede a Mosca. Ha fondato diverse aziende per la rivendita del petrolio ed è nel consiglio di amministrazione di Sibneft, una delle maggiori compagnie petrolifere russe. Controlla anche la holding Millhouse Capital con sede a Londra che gestisce le fortune dell’imprenditore russo e che tanto ha già fatto per le idee nel campo della robotica e nei servizi. Nel 2013 Abramovich ha creato un altro fondo di venture capital, ImpulseVC, attiva soprattutto del settore media e entertainment online. Ad occuparsi direttamente di questo progetto c’è Evgeny Frisov, co-founder di Sape.ru, uno dei siti più visitati per vedere video in streaming su internet. Abramovich possiederebbe il 30 per cento di Save.ru e con quella somma sostiene una cinquantina di progetti all’anno. Tra i vari interessi economici del magnate, non bisogna dimenticare il suo impegno politico che l’ha portato alla Duma nel 1999. È rimasto comunque legato a Vladimir Putin di cui è un amico intimo.

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