La dura lezione degli operai americani ai geek della Silicon Valley

L'elezione di Trump ha messo a confronto due mondi. Quello delle digital company fiorite con la globalizzazione, e quello delle tute blu americane. Che hanno vinto, in modo paradossale. Ma hanno vinto

Ad una manciata di giorni dalle presidenziali americane ci sono almeno due cose su cui tutti sembrano d’accordo. Uno: chi cerca di capire e interpretare il mondo (che siano giornali, sondaggisti, esperti, tutti) ha fallito. Due: un pezzo di mondo reale ha bussato forte alle porte del mondo rappresentato. Tanto forte fino a sfondarne la porta.

Un pezzo di mondo che c’è. Che è fatto di uomini. Elettori. Che i media hanno ignorato. Un’intera classe sociale, che ha vinto. Le tute blu hanno sconfitto i geek della Silicon Valley.

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Questo incrocio di dati fa una certa impressione. In California Clinton ha vinto (66.5% a 33.2%). Ma nella capitale liberal San Francisco ha preso 85.3% contro 9.9% di Trump. A Manhattan ha preso l’87,3% dei voti. Nella Boston dell’MIT l’81% (qui tutti i dati e un’analisi pubblicata dall’AGI).

La miopia di cercare di capire il voto della Silicon Valley

Per mesi abbiamo guardato lì. Dove Clinton aveva già vinto. Eravamo tutti attenti a capire cosa avrebbero votato i nomi della Valley, della New York del Nasdaq o dei big dell’innovazione americana. Quali fossero gli umori di persone che ruotano intorno ad aziende che hanno un peso enorme. Facebook, Apple, Amazon. Non per vezzo o partito preso, piuttosto perché sono quelli che oggi sono entrati nelle vite di tutti. E in qualche modo promettono di modellare il nostro futuro. Sono i nomi che impattano sulle nostre scelte, su cosa digitiamo sul nostro browser, i nostri smartphone desiderati, i nostri acquisti. Questa a molti è sembrata la realtà. Ma è stata una realtà miope.

Guardate ora questi dati. Il 94% degli investitori in startup e digital company intervistati al Web Summit di Lisbona ha detto che ha votato (o avrebbe votato) Hillary Clinton. E il 90% di loro era assolutamente convinto che avrebbe vinto. E la mattina del 9 non credeva a quello che vedeva in televisione, sui social. La realtà ha bussato alla loro porta. E loro stavano dormendo sonni tranquilli. Fatti di sondaggi miopi. E giornali che fino ad allora hanno raccontato una realtà che li rispecchiava perfettamente. La loro realtà.

La sconfitta del post capitalismo immateriale

A Wall Street (#Occupy, memento?) il 74% della capitalizzazione azionaria è in mano a undici tech company. Sono quelle ex startup (oggi billion company) che hanno costituito una delle basi elettorali dei democratici alla Clinton. Quelli che Evgeny Morozov definisce i rappresentati di un «post capitalismo immateriale», fatto di dati, software, applicazioni e scambio di informazioni degli utenti su cui le tech company ci fanno un sacco di soldi. L’ossatura della globalizzazione tecnologica (“I signori del Silicio”, edizioni Codice, 2016). Fatta di servizi che sarebbero destinati a sostituire la produzione materiale di cose. La “vecchia” manifattura.

Nello scenario di Morozov questi “Signori” sono i trionfatori della globalizzazione. Che passa anche dal TTIP (nel trattato c’è una parte che riguarda anche il libero scambio dei dati degli utenti) che non a caso oggi Trump vuole cancellare.

Bene. Questi signori hanno perso. E hanno vinto le tute blu. Gli operai (qui poco centra la matrice “razziale” del voto, che si tratti di operai bianchi, matrice che c’è). Gli sconfitti della globalizzazione. «La rivoluzione operaia del Wisconsin», e del resto dell’America come è apparso in un titolo del New York Times (ripreso in Italia dal Corriere) qualche giorno fa. Quell’America fino ad allora lontana dai titoli dei giornali, concentrati sul sessismo di Trump. O sugli endorsement di star della tv, star dell’imprenditoria, investitori, uomini d’affari. Startupper. 

Stupido prendere alla lettera Trump, dice Thiel

Quelli che hanno guardato con ironia distante le scelte di Peter Thiel, cofondatore di PayPal, unico trumpiano della prima ora. Thiel è  stato considerato uno strambo. Un’eccezione alla norma filo clintoniana. A lui però va data la la paternità di una breve frase che racchiude probabilmente il senso ultimo dell’elezione di Trump: «I media e i miei colleghi non lo hanno capito perché leggevano il suo messaggio alla lettera. Lo hanno preso seriamente. Chi lo ha votato invece lo ha capito subito che andava interpretato e non lo hanno preso mai seriamente» (Cnn). Quello che a loro interessava non erano le uscite sul muro, sugli immigrati, sulle donne. Ma il lavoro. Quello perso dagli sconfitti della globalizzazione.

Una realtà silenziosa che, come in molti dicono, forse si vergognava addirittura a dire pubblicamente di votare per Trump. Ma che è fatta di persone, elettori in carne ed ossa, con problemi veri. Con malesseri veri. Che alcuni di loro nemmeno si sognerebbero di raccontarli su Facebook. Su Twitter. Lontani da una rappresentazione mediatica della realtà, che da Facebook e Twitter sembra dipendente. Ma che oggi ha perso senza appello. E che non sarà più la stessa.

Arcangelo Rociola
Twitter: @arcamasilum