AirBnB, social eating e secondary ticketing sono in discussione in Parlamento

Niente tassa su AirBnB, stretta sui bagarini digitali e regolamentazione degli home restaurant. In questi giorni la Camera discute alcuni provvedimenti che riguardano le piattaforme digitali. Tra inerzia, passi avanti e nodi ancora da sciogliere

Social eating, secondary ticketing, tassa su AirBnB: opportunità e rischi dell’economia digitale bussano alle porte del Parlamento. Tra emendamenti alla legge di Stabilità e altri percorsi, alla Camera stanno girando in questi giorni alcune norme che cercano di inquadrare attività e distorsioni delle piattaforme online.

La cedolare secca sugli affitti tra privati non ci sarà, ma l’esigenza di regolamentazione resta. La Siae plaude alla stretta sul secondary ticketing. E gli home restaurant si dotano di uno schema, anche se non mancano le incognite. Tre casi diversi, con una caratteristica comune: l’innovazione corre più veloce della politica, che si accorge dei nuovi fenomeni solo quando raggiungono una massa critica.

renzi siae soundreef lettera

Multe e chiusura per i bagarini digitali

Bocciato, rimandato, promosso: è il provvedimento che mette a fuoco (e punisce) il secondary ticketing. Un primo emendamento al Decreto fiscale, firmato dal Pd Massimo Fiori, non aveva avuto successo. Dopo la scomparsa dei biglietti dei Coldplay (riemersi a prezzi moltiplicati) si è iniziato a parlare di “bagarinaggio online”.

Il caso Live Nation (che ha ammesso di aver rivenduto sul mercato secondario i tagliandi per fare la cresta sugli eventi organizzati), ha spinto il provvedimento nella legge di Stabilità. La vendita viene riservata “ai titolari di apposito contratto”. Per i trasgressori, le sanzioni vanno dai 30 ai 180 mila euro. E, “nei casi più gravi”, si arriva all’oscuramento della piattaforma online. Il secondary ticketing, si legge nella relazione illustrativa, “determina forti danni a carico dell’erario per mancata corresponsione di maggiori imposte nonché, come evidente, a carico dei consumatori”.

“Prendiamo atto con soddisfazione dell’emendamento”, ha affermato il presidente della Siae Filippo Sugar. Che ringrazia il ministro Dari Franceschini per il suo intervento su un “fenomeno intollerabile”. La Siae era intervenuta nei giorni scorsi con una petizione, “contro chi specula”, per “promuovere la trasparenza” e “l’oscuramento delle piattaforme”.

Un appello, firmato (tra gli altri) da Andrea Bocelli, Jovanotti, Laura Pausini, Eros Ramazzotti e Vasco Rossi (che nel frattempo ha rotto con Live Nation), ascoltato dal governo. Che nell’emendamento prevede la collaborazione di Siae e AgCom per definire i decreti attuativi.

airbnb

San Francisco taglia AirBnB, l’Italia no (per ora)

Nella legge di Stabilità non ci sarà quella che era stata ribattezzata “la norma AirBnB”: una cedolare secca del 21% su bed and breakfast e affitti tra privati. La norma non avrebbe imposto solo una tassa a carico di chi affitta, ma avuto implicazioni più profonde.

Perché sarebbe stato l’intermediario (cioè AirBnB) a dover versare al Fisco, in qualità di sostituto d’imposta. L’host avrebbe quindi avuto un trattamento simile ai lavoratori dipendenti, che in busta paga si ritrovano il netto perché l’azienda gira le tasse allo Stato. Non solo: in caso di evasione, la responsabilità sarebbe stata “in solido”, cioè riferibile sia al privato che all’intermediario. Una mazzata per gli incassi degli host ma anche per AirBnB, che si sarebbe ritrovato a fare da controllore.

A proposito di controllo: la proposta prevedeva anche l’istituzione di un registro unico nazionale, in modo da inquadrare gli affitti tra privati. Nei comuni ne esiste già uno, riservato alle attività ricettive extra-alberghiere. Ma il business di AirBnB è un’altra cosa, per cui chi piazza un annuncio sul portale non è tenuto a iscriversi. La norma, comunque, è stata bocciata direttamente da Matteo Renzi: “Nessuna nuova tassa in legge di Bilancio. Nemmeno su Airbnb”, ha twittato.

La questione, però, resta. A oggi, chi affitta su AirBnB è tenuto a includere gli introiti nella propria dichiarazione dei redditi. Ma, non essendoci un registro, il Fisco di fatto non può sapere chi e quanto guadagna. Il problema, quindi, non è la quantità di tasse ma il sommerso.

Anche alla luce del fatto che, sempre più spesso, l’affitto saltuario si è trasformato in un vero e proprio lavoro. Secondo un’indagine commissionata da Federalberghi, due terzi delle offerte riguardano l’intero appartamento e il 57% degli host gestisce più di un alloggio. Con alcuni casi estremi, citati dal report, come quello di Daniel e delle suoe 527 case. Business immobiliari che di saltuario hanno ben poco e godono della disinvoltura normativa.

Una tassa non la vuole neanche Federalberghi, che pure non ha mai nascosto le perplessità su AirBnB. L’obiettivo sarebbe, ha affermato il presidente dell’associazione Bernabò Bocca, “l’istituzione di un registro di coloro che svolgono attività ricettiva in forma non imprenditoriale, prevedendo che i portali debbano comunicare al fisco gli estremi di ogni transazione al fine di assicurare che anche i furbetti dell’appartamentino paghino le imposte”.

Niente tasse ma limiti (molto) più stringenti: è la strada scelta dal comune di San Francisco: l’host non può affittare un appartamento per più di 60 giorni all’anno. Un provvedimento ben più stringente di un registro, che avrebbe spinto AirBnB a trattare: il portale, pur di rimuovere il limite, sarebbe disposto a collaborare con il Fisco, consegnando dati e indirizzi dei proprietari. Un’altra  conferma che l’evasione non si contrasta con nuove tasse ma con un maggiore controllo.

gnammo

Social eating fino a 5 mila euro l’anno

La “Disciplina dell’attività di ristorazione in abitazione privata” norma il social eating. “In linea generale – afferma Cristiano Rigon, co-fondatore di Gnammo – il fatto stesso che si cerchi di dare corpo a qualcosa che oggi è in dubbio non può che essere considerato positivo. Anche se sarebbe stato più opportuno normare a livello quadro la sharing economy negli aspetti condivisi tra tutte le attività, per poi specificare i punti dei singoli verticali”. 

La legge fa ordine a livello terminologico. Definisce un home restaurant come “l’attività finalizzata alla condivisione di eventi enogastronomici”. E fissa le sue caratteristiche: si deve cucinare nella casa in cui si mangia, di proprietà o domicilio del cuoco o di un soggetto terzo, utilizzando piattaforme elettroniche. C’è un “utente cuoco operatore” (chi promuove l’evento e lo ospita), un “utente fruitore” (chi si siede a tavola) e un “soggetto gestore” (cioè le piattaforme, come Gnammo).

L’attività, afferma la legge, deve essere “saltuaria” e rientrare in alcuni vincoli: “Non può superare il limite massimo di 500 coperti per anno solare, né generare proventi superiori a 5 mila euro”. E qui nascono le prime incertezze, legate al termine “proventi”. “Se si intendono i ricavi, si tratta di un forte limite alla possibilità di sviluppo di questo settore”, sottolinea Rigon. “L‘esperienza mi ha insegnato che sui 200 euro transitati sulla piattaforma, quello che realmente va nelle tasche del cook non va oltre il 30%”. In altre parole: il business non è sostenibile.

“Significa che le persone cercheranno e troveranno strade sommerse per fare la stessa attività”. I 5 mila euro sono invece una soglia che Rigon definisce “opportuna” se per “proventi” si intendono gli utili, cioè la differenza tra incassi e costi.

Non è necessaria l’iscrizione al “Registro degli esercenti il commercio” ma serve presentare al comune la “Segnalazione certificata di inizio attività”. È questo, secondo Rigon, l’altro difetto della norma: “In Italia ci sono 9 mila comuni, con regole differenti”. Sarebbe stato preferibile creare “un protocollo unificato a livello nazionale, che incaricasse la piattaforma di comunicazre i dati. Porre questo onere sugli utenti è una barriera all’ingresso troppo forte”.

La legge obbliga a pagare solo attraverso sistemi elettronici. Per Rigon “la tracciabilità è lo strumento migliore per allontanare i furbi del contante e l’idea che sia tutto in nero”. Home restaurant vietati “nelle unità immobiliari a uso abitativo in cui sono esercitate attività turistico-ricettive in forma non imprenditoriale” (cioè AirBnB) e nelle “attività di locazione per periodi di durata inferiore a trenta giorni” (cioè bed and breakfast e case vacanze)”. Multe fino a 15 mila euro per chi non rispetta le regole.

La distinzione tra cenetta e home restaurant è più sfumata di quel che sembra. La discriminante non è lo scambio di denaro (il social eating può anche essere “a titolo gratuito”) né l’esistenza di una piattaforma digitale. Per evitare fraintendimenti, la legge ha specificato che le regole non valgono se ci sono “vincoli parentali o di amicizia”. Quindi niente paura: si possono ancora invitare gli amici a cena via WhatsApp o Facebook. E (per i più taccagni) si può anche chiedere loro di contribuire alla romana.

Paolo Fiore
@paolofiore

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