Mizzi (Invitalia Ventures): «Il venture in Italia aveva fallito. Un anno dopo i nostri obiettivi sono realtà»

E’ importante sapere bene come spende i soldi Invitalia Ventures, perché sono soldi anche nostri. Il Ceo Salvo Mizzi ci ha fatto un regalo, anzi due. Il primo è questa bella intervista sull’ecosistema startup e sul primo anno di investimenti di Invitalia Ventures. Il secondo, una notizia: i primi deal del 2017 probabilmente li farà con Dettori

C’è un attore sempre più presente, e determinante, nella partita degli investimenti in startup (e Pmi innovative): è lo Stato. Non quello Stato assistenzialista, dei finanziamenti a pioggia, dei “prestiti d’onore” che, soprattutto in Italia, abbiamo conosciuto fino a un passato non molto lontano.
E’ uno Stato imprenditore, e anche un po’ visionario, che in ottica quasi di design thinking immagina uno scenario, si dà degli orizzonti, e inizia a creare le condizioni perché tutti i tasselli trovino il loro posto in questo puzzle, del quale solo da un paio d’anni iniziamo a capirne il vero senso.

Uno Stato, anzi tanti Stati, in tutta Europa che con sempre maggiore oculatezza e responsabilità investono su idee di business ad alto potenziale tecnologico i nostri soldi, i soldi dei cittadini. Ai quali vengono aggiunti quelli degli investitori professionali, di quei “privati” che da poco meno di un decennio anche in Italia hanno iniziato a investire i cosiddetti “capitali di rischio”. Si chiama co-investimento di venture capital pubblico-privato.

Il primo anno di Invitalia Ventures

Secondo un’indagine della PitchBook Platform, società attiva nel monitoraggio e reportistica per aziende su venture capital e private equity, ben 8 degli 11 venture europei più attivi negli ultimi 20 mesi sono finanziati in parte anche con capitale pubblico.

In Italia c’è un signore che si chiama Salvo Mizzi, e che nella partita per l’innovazione e il digitale negli ultimi anni ha deciso alzare l’asticella e di giocarsi tutto. In prima persona. Salvo è uno di quelli che ha sempre avuto un piede nel futuro, geneticamente innovatore prima manager: è tra i pionieri, anzi forse potremmo definirlo proprio “il papà” dell’ecosistema startup italiano.

Poco più di un anno e mezzo fa, Mizzi ha accettato la proposta di guidare una nuova scommessa chiamata Invitalia Ventures, la Sgr controllata da Invitalia, l’Agenzia Nazionale per lo Sviluppo, che co-investe capitali di rischio su startup e Pmi innovative ad alto potenziale tecnologico e impatto sociale.
In poco più di 6 mesi ha messo in piedi un primo fondo, Italia Venture I, con un capitale iniziale di 50 milioni di euro (adesso saliti a 65 milioni), provenienti dal Ministero dello Sviluppo Economico e da tre investitori privati (Cisco, Metec e Fondazione di Sardegna). E chiude il 2016, che è il suo primo anno di attività con 8 milioni di euro co-investiti in 11 imprese, in round di investimento ammontanti complessivamente a 23 milioni. Praticamente il 12% del totale degli investimenti in startup italiane del 2016.

Abbiamo provato a tracciare con Salvo Mizzi un bilancio complessivo, sia per Invitalia Ventures che, soprattutto, per l’ecosistema startup italiano. (Disclaimer: Salvo è Salvo. E con gli amici ci si dà del tu).

Salvo Mizzi, Ceo Invitalia Ventures Sgr

Salvo Mizzi, Ceo Invitalia Ventures Sgr

Salvo, è già passato un anno, il primo anno di Invitalia Ventures. E una decina d’anni dai primi vagiti del nostro ecosistema startup. Cosa ne pensi di questo 2016?
«La differenza rispetto al 2015 è percebile. Questo è stato un anno positivo, perché comunque si son visti dei round abbastanza corposi, di “statura” diversa a quelli a cui eravamo abituati…. E poi, secondo me, è migliorata proprio la “dinamica” delle startup, la sensibilità dei founders, la cultura dei team. I progetti che abbiamo visto quest’anno con Invitalia Ventures (circa mille, ndr) sono di altissima qualità. Sì, complessivamente direi che come primo anno questo fondo e questi investimenti hanno superato l’esame».

Due anni fa l’annus horribilis

Tu sei uno che l’ecosistema startup italiano lo hai visto nascere. E hai anche detto ieri che in Italia l’industry del venture aveva fallito…
«Siamo partiti da una situazione di fallimento di mercato, l’anno peggiore credo che sia stato l’anno scorso, il 2015, uno dei peggiori in assoluto. 80 milioni… che poi, anche qui tra gli annunciati e l’effettiva messa a disposizione di risorse ce ne corre. Ad aprile di quest’anno la Banca Europea Investimenti ci dava ultimi in Europa. Sono numeri, inutile nasconderli».

Ma davvero ci sono 7 mila startup in Italia?

A proposito di numeri, stando a quelli del Registro delle Imprese c’è stato anche un aumento esponenziale del numero di startup costituite, dalle 5 mila di dicembre 2015 alle quasi 7 mila odierni. Però oggettivamente dai nostri radar ne passano (se ne fanno notare) molte meno. Diciamo anche il 10%. Volendo fare una provocazione, le startup sono diventate una moda?
«No, non è una moda. Una possibile risposta è che nel ciclo di vita di una startup o Pmi innovativa ci sono diverse fasi. Cambiano le condizioni, ci sono diversi incentivi e agevolazioni sul campo, c’è una sensibilità maturazione istituzionale, questo innesca dei numeri. Hai una tendenza a fare impresa che sembra migliorare. Però devi sempre considerare, appunto, le diverse fasi ciclo di vita. Noi abbiamo un punto di vista parziale, non facciamo seed, facciamo operazioni di series A, ovvero quando le startup hanno già chiuso il primo investimenti. Le startup sulle quali abbiamo investito sono startup già “mature”, vediamo solo cose che sono già leggermente più avanti».

E tutte le altre?
«Probabilmente sono in una fase diversa del ciclo di vita. Un po’ le seguiamo, ovviamente, perché quando tu incontri dei talenti inizi a monitorarli… c’è un lavoro di vivaio, un po’ sul modello calcistico. Alcuni campioni inizi a seguirli da piccoli».

In arrivo nuovi affari con Dettori

E per seguirli da piccoli lavorate con i ventures attivi nel pre-seed e seed. Uno di quelli che ha praticamente creato questo vivaio italiano è Gianluca Dettori, che ora sta vivendo il suo personale “scale up” con Primomiglio e Barcamper Ventures…
«Una delle prime cose che abbiamo fatto come Invitalia Ventures, parallelamente alla costruzione del primo fondo, è stata la creazione di un investor network, perché per co-investire con noi è necessario iscriversi al network. Oggi ci sono 140 soggetti iscritti tra Vc e corporate. E sottolineo il fatto che il 45% non sono italiani. Detto questo il rapporto col venture italiano è ottimo, collaboriamo con tutti. Sicuramente Primomiglio e Barcamper Ventures è uno degli attori su cui puntiamo molto, speriamo di fare dei deal con loro, perché sono in una fase avanzata di scouting».

Ci hai appena dato una notizia…
«Diciamo che ci auguriamo di poter investire con loro. D’altra parte, con Gianluca abbiamo lavorato insieme per una vita. Ci conosciamo. E’ molto bravo».

Negli Usa da 100 milioni a 5 miliardi

Come vedi il prossimo anno? O meglio, cosa vedi nel 2017 dell’ecosistema?
«Abbiamo consolidato i numeri di base, la qualità e la quantità delle startup. E iniziamo ad avere la disponibilità di capitali di rischio. All’orizzonte vedo, per prima cosa, l’effettiva capacità di attrarre i capitali internazionali. E questo sarà un passo decisivo per il salto di qualità definitivo di questo ecosistema. Il secondo fattore che mi sembra importantissimo è l’introduzione in Italia di quello che è il modello “Prudent man rule”, che nel ’79 favorì la nascita del venture negli Usa, sotto l’amministrazione Carter…»

Puoi spiegarci meglio?
«Si tratta della legge che autorizzava le casse previdenziali a investire il 10% del loro capitale attivo in Vc. Vuoi sapere quale è stato l’effetto? In pochi anni, 3-4 anni tra il ’79 e l’83 questa intuizione portò la disponiblità da 100 milioni a 5 billions. Il venture americano in realtà ha pochi anni ed è basato su una “innovation by regulation”».

Una “crescita significativa” degli investimenti nel 2017

Sono le stesse misure volute da Renzi e dal ministro Calenda nella Legge di Stabilità?
«Le basi sono molto simili. E lo faranno in tanti, perché nella legge di stabilità non c’è il 10% come gli Usa ma il 5% che può essere investito in Vc o imprese innovative. Questo è realmente decisivo perché mi aspetto che nel prossimo anno casse professionali, fondi pensioni, eccetera, inizino a investire in startup e innovazione parte dei propri capitali. E poi c’è anche l’introduzione dei piani individuali di risparmio, i cosiddetti Pir. Si parla tanto di Uk e Londra: il loro ecosistema è forte anche grazie a misure come questa. Per cui mi aspetto una crescita molto significativa dell’ammontare degli investimenti. Ripeto: meno di quarannt’anni fa, quando la Silicon Valley era appena nata, con misure così in qualche anno si è passati da 100 milioni a 5 miliardi».

Ci metteremmo la firma per raccoglierne la metà…
«Esattamente».

Aldo V. Pecora
@aldopecora

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