«Cari Del Vecchio, Elkann e Ferrero, siamo come nel dopoguerra. Aiutate l’Italia a ripartire dalle startup»

Marco Bicocchi Pichi, presidente di Italia Startup, lancia pubblicamente dal nostro giornale un appello alle grandi famiglie di imprenditori italiani: «Troppe commistioni nella finanza tra politica e industriali. Creiamo insieme un fondo da 1 miliardo per startup e innovazione»

Notifica del Facebook Messenger. E’ un messaggio del presidente di Italia Startup, Marco Bicocchi Pichi, che mi gira un articolo: “In Italia 95 miliardi bruciati nel gioco d’azzardo”. Poco più tardi dovrò intervistarlo. Sarà l’ultimo pezzo del 2016 e il primo del 2017 di Startupitalia!.

Appena alza il telefono glielo chiedo dritto per dritto: Che c’entrano gli investimenti in startup col gioco d’azzardo? «Secondo me in Italia si dice sempre che non ci sono i soldi, poi vai a vedere che i soldi ci sono e vengono usati male. O che il crowdfunding è un problema o che il managing director di Bain ha detto che anche il mercato delle Pmi era uno spreco di soldi. Noi italiani abbiamo speso in un anno 95 miliardi nel gioco d’azzardo! E dove sono andati i soldi delle banche? 43 miliardi bruciati».

Quella che doveva essere un’intervista “istituzionale” sull’ecosistema startup si è trasformata geneticamente in una chiacchierata, piacevolissima, su economia, politica e finanza. Una discussione schietta, fuori dai denti, di quelle che non ti aspetti e che certamente non capitano tutti i giorni. Soprattutto, non capita di leggere, per ovvi motivi.

Marco Bicocchi Pichi, presidente Italia Startup

Marco Bicocchi Pichi, presidente Italia Startup

Le commistioni tra controllori e controllati

Presidente, ok non è un problema di soldi. Ma addirittura mettere insieme la grande finanza e quei poco meno di 200 milioni di investimenti dei venture…
«Mi rendo conto che mettere in relazione i numeri della spesa in azzardo e della copertura della crisi bancaria con quanto poco si investe in innovazione e in imprese innovative sia un accostamento molto forte, ma è necessario per capire bene il mercato. O meglio dove e perché il mercato fallisce. Prendi i dati Istat, che fotografano un calo degli investimenti delle Pmi in innovazione nell’ultimo triennio. E le risorse dove vanno? Certamente c’è il problema della criminalità, ma il tema diciamo è che il Paese non si smuove perché c’è un problema di locazione delle risorse. La crisi delle banche è crisi di locazione, non democratica, del credito, che è influenzato dalla politica. Una politica che ha finanziato imprese per meriti politici e non imprenditoriali».

Improvvisamente il ragionamento di Bicocchi Pichi si fa nitido. Disegna uno scenario per nulla immaginario. Certamente un’analisi impietosa, ma necessaria, che va giustamente oltre il problema dei (pochi) investimenti in startup e innovazione, uno degli effetti, per mettere sotto la lente una possibile origine dei problemi del mercato. L’assenza stessa del mercato, inteso come libero mercato non solo per lo scambio di beni e servizi, ma che per competere e crescere deve essere libero da commistioni, dove controllato e controllore non possono, comprensibilmente, coincidere.

«Il punto chiave – spiega il presidente dell’associazione italiana delle startup – è che non non abbiamo mai in Italia avuto successo nel creare un mercato finanziario, un mercato dei capitali di rischio. Ci fissiamo sul fatto che non c’è abbastanza venture capital, ma questo va inquadrato in un’assenza di mercati di capitale di rischio. Della borsa».

Ovvero?
«C’è un problema che deriva sia dagli investitori sia, se vogliamo, dalla domanda. Quanta disponibilità c’è ad avere Cda davvero indipendenti, un management professionale? Poca. C’è anche chi si avvicina a questi mercati e spesso non ne vuole prendere le conseguenze. Preferisce mantenere il controllo quasi a livello familistico e non familiare. Si vede preoccupato più dall’idea che la quotazione porti a una serie di costi, più che vederne le opportunità. Tu puoi vedere il mercato dei capitali come positivo solo quando lo sposi pienamente con una chiara ambizione di crescita, che vuol dire internazionalizzazione. Se non hai un’ambizione di crescita forte non sei neanche in grado di restituire ai tuoi investitori capitali positivi».

Ok, Marco, ma stiamo parlando di aziende che da sole fatturano più di quanto investito in tutto l’ecosistema quest’anno…
«Provo a essere più diretto: il motivo per cui abbiamo così poche exit è dovuto al fatto che sono imprese private non quotate, che non trovano i capitali in Borsa ma nel debito bancario, con tutto ciò che consegue. Con le cattive abitudini, pessime abitudini che ne conseguono».

Perché?
«Semplice, le famiglie imprenditoriali sono nei consigli di amministrazione delle banche ed esserci vuol dire ottenere credito. E questo “falsa” il mercato, dal piccolo al grande. Per farlo funzionare, perché il merito e le nuove idee d’impresa crescano, dovrebbe esserci separazione tra manager della banca e imprenditore che chiede finanze, non può esserci una commistione tra controllore e controllato. Devono essere entità separate, in democrazia come nell’economia».

Creare un fondo da 1 miliardo con le grandi famiglie imprenditoriali

Quindi la colpa della mancata crescita del venture in Italia è di tutte le grandi famiglie di imprenditori?
«Non di tutte, ci mancherebbe. Anzi, secondo ma la responsabilità primaria per farlo crescere deve essere prima di tutto proprio delle famiglie benestanti italiane, che sono investite di più sull’Estero e sull’immobiliare. Bisogna far diventare un asse portante il capitale di rischio, non solo verso le startup ma anche verso le imprese».

Stai proponendo la nascita di un nuovo fondo?
«Perché no! Se le 800 mila famiglie italiane più benestanti investissero l’1% della loro liquidità si costruirebbe in pochi mesi un fondo serio, da almeno 1 miliardo, 1 miliardo e mezzo. Per avere una sostenibilità del mercato bisogna che vengano alimentati i fondi di fondi».

Ecco, facciamo finta di spiegarlo alla nonna, cosa sono i fondi di fondi?
«Funzionano secondo un principio semplicissimo: la mutualità dell’investimento, ovvero la diluizione del rischio, un po’ come avviene nel social lending. Il concetto del fondo, o del fondo di fondi è quello di frazionare il rischio dell’investimento. Se vogliamo questo è un tema storico fondamentale, che affonda le proprie radici addirittura ai tempi della Compagnia delle Indie. Il momento in cui i commerci si sono sviluppati è stato quando si son create le compagnie di assicurazione alle quali interessava che tra le tante navi che trasportavano cotone, seta eccetera in Oriente arrivasse almeno una delle navi e non una specifica nave in particolare. Un po’ come nelle startup: nel portfolio se ne mettono tante, è una logica di tipo assicurativo. Certo, anche un po’ rovesciata, nel senso che nell’assicurazione previeni un evento poco probabile ma con danni elevati, con le startup c’è una alta probabilità di insuccesso (80/90%) ma in caso di successo un grande ritorno economico».

Ma di fondi che investono in startup ce ne sono già  tanti. Quale sarebbe la novità?
«Più sposti verso l’alto un fondo, un fondo di fondi, più gioca la legge dei grandi numeri, dove il fondo grande attira le persone che hanno ambizioni più grandi, capacità più grandi. C’è una sorta di “autoselezione” del fatto che potendo investire molto ci si possa permettere scommesse anche da decine di milioni, o anche centinaia, giocando un effetto di moltiplicatore molto significativo. In America nei fondi si attivano persone come Colin Powell, probabilmente presto anchegente come Obama. Il fatto di avere anche una dimensione, un’importanza e una capacità di agire su grandi cose…. Difficile che un Marchionne lasci Fiat-Fca per giocare una partita con un fondo da 20 milioni, ma per gestirne uno da 4-5 miliardi probabilmente proverebbe più attrazione nel farlo. L’imprenditore, il manager, deve essere “sedotto” dalla grandezza del fondo, e dalle possibilità che ne conseguono. E ovviamente, più è grande il fondo più è attrattivo anche per gli investitori internazionali».

Sergio Marchionne

Sergio Marchionne

«Siamo come nel dopoguerra»

America, investitori internazionali, grandi famiglie imprenditoriali che ricostruiscono, sembra quasi che tu veda il mercato in un contesto da dopoguerra….
«E’ come se fossimo davvero nel dopoguerra! Per questo, come allora auspico che le famiglie imprenditoriali pensino che devono far qualcosa per rilanciare questo Paese. Quando viaggi, e mi capita di viaggiare molto da quando sono presidente di Italia Startup, vedi capannoni chiusi, campagne in abbandono, negozi con saracinesche abbassate e cartelli “Affittasi”. E’ uno scenario in cui vedi declino, vedi la differenza con le aree che sono state rilanciate da grandi eventi, Torino con le Olimpiadi, Milano con l’expo, si notano, però da tantissime altre parti vedi che c’è un declino. Ma declino vuol dire anche opportunità, come avvenne con l’industria e l’agricolture nel dopoguerra oggi potrebbe avvenire con l’innovazione tecnologica e digitale. Se noi oggi vediamo lo scenario del cambiamento vediamo che qualsiasi settore è coinvolto: l’agrocoltura, le nuove filiere alimentari, la meccanica e più in generale l’industria con l’Industry 4.0, le banche con il fintech e quello che può essere l’impatto della blockchain, il commercio, con l’ecommerce e il supermercato automatizzato di Amazon… non c’è nessun grande settore che non è pesantemente impattato dal cambiamento, in particolare dal mobile e dal software. E questo dovrebbe suscitare la capacità di reagire in maniera importante».

Dai, che alla fine stiamo un po’ meglio del dopoguerra…!
«Certo, ma io infatti mi concentrerei non sui problemi ma sulle opportunità. L’imprenditore che ha fatto nascere in Italia la piccola media impresa è vivo. Il mercato non è più quello del dopoguerra in cui c’era un mercato chiuso, senza Unione Europea, un mercato domestico che aveva una forte domanda perché c’era bisogno di tutto». C’è da non farsi trovare di nuovo impreparati. In alcuni comparti anche con i soldi del Piano Marshall lo eravamo. Lo siamo stati nell’epoca post ’92, in cui l’Italia era impreparata, e in quella post Euro, in cui l’Italia è arrivata impreparatissima. Abbiamo sofferto, è iniziato un declino, e non perché mancassimo di inventiva ma per i problemi della finanza. I conflitti d’interesse, mai risolti, con parte della grande impresa e della politica. Per non parlare delle privatizzazioni…»

Oddio adesso anche le privatizzazioni?
«La domanda la faccio io a te, che senso ha privatizzare dei monopoli? Le autostrade, le telco… capisco le privatizzazioni per far cassa ma non come politica industriale. La privatizzazione può dar risultati dove c’è concorrenza non dove c’è monopolio. Senza dimenticare un pilastro fondamentale, che è quello della “fiducia” internazionale. Il fatto stesso di avere ogni anno un Italia una legge che si chiama “Milleproroghe”, come ci pone nei confronti degli interlocutori istituzionali? È chiaro che queste cose qui minano alla nostra credibilità».

Disruption contro conservazione

Lo scenario descritto da Bicocchi Pichi è sempre più definito. Sembrano quasi prendere forma le sagome dei carnefici del mercato, ma soprattutto il contesto. I tanti appuntamenti mancati con la crescita e lo sviluppo su scala internazionale del mercato italiano.

Non c’è rabbia nelle parole del presidente di Italia Startup ma, al contrario, tanta voglia di fare. Come chi ha capito perché il motore della macchina si arresta ma non vuole buttarla in caciara o delegare tutto ad altri: è il primo a volersi sporcare le mani di grasso, calarle in quel motore, smontarlo pezzo per pezzo se necessario. E risolvere il problema. O quanto meno provarci.

E’ la battaglia, senza nemici, del piccolo contro il grande, dei giovani contro i vecchi, della disruption contro la conservazione. «Stiamo vivendo una situazione molto critica – ammette Marco Bicocchi Pichi – o i ragazzi partecipano di più e decidono di prendersi la loro responsabilità, decidono di voler cambiare il sistema, senza redditi di cittadinanza o sciocchezze del genere, oppure se ne vanno. Molti se ne stanno andando, chi resta si adegua».

Domanda da un milione di dollari: in che rapporti siete con Confindustria e con le altre associazioni?
«Italia Startup si è aperta alla collaborazione con Cna, con Confindustria, però questa collaborazione la vedo come un dialogo. Un dialogo tra diversi. Bisogna focalizzarsi sull’obiettivo. E il nostro obiettivo è cambiare. Mi chiedo quanto e come si possa cambiare se tu hai dentro il tuo meccanismo imprese storiche, imprese molto grandi, che sono degli oligopolisti. Non vuoi vedere come interessante un sistema che da solo, in maniera aggregata, produce come una piccola media impresa. Noi rappresentiamo i disruptors. In America emergono continuamente nuove aziende sulle ceneri di vecchie aziende che si mettono fuori dal mercato. Se proteggo degli interessi che sono di stabilità e di continuità, come mai potrò cambiare? Per cui dialogo sì, perché sono aziende che possono essere clienti, o finanziatrici nel caso di corporate venture. Ma dobbiamo far valere gli interessi delle startup e soprattutto dar loro l’opportunità di ambire a diventare grandi. In Italia».

Viviamo ancora nell’Italia delle corporazioni

Per il numero uno di Italia Startup «forse l’Italia si trova oggi a fare i conti col fatto che non ha mai fatto realmente i conti col dopoguerra e che non si è mai trasformata culturalmente. E’ un Paese che è ancora corporativo, non è diventato un paese moderno. Lo sviluppo del mercato dei capitali è quello più evidente. Anche andando a vedere bene i cosiddetti parametri G8, possiamo avere un’industria importante, dell’ottima ricerca, ma manchiamo seriamente di un mercato finanziario».

Anche i tedeschi sono reduci dalle corporazioni. Eppure…
«In vero il sistema tedesco è un sistema molto diverso dal nostro. Perché la Germania è avanti? Intanto i tedeschi rispettano tantissimo il capitale intellettuale acquisito. Da loro i ministri perdono il lavoro se copiano due righe della tesina, e questo vale per tutti i livelli della professione, dall’idraulico al medico, devi essere certificato, avere un titolo di studio. In Germania competenze e conoscenze sono riconosciuta universalmente. È necessario. Ma detto ciò, poi lasciami dire anche che la Germania non è per niente geneticamente superiore all’Italia. C’è più apertura, frutto anche se vuoi delle influenze pre e post muro di Berlino. I founders di Rocket Internet, ad esempio, fanno molti investimenti anche perché attragggono capitali russi. Se tu vai oggi nelle università tedesche vedi studenti e dottorandi greci, spagnoli, portoghesi, italiani… moltissimi giovani provenienti da tutti i Paesi del Sud Europa che vengono attratti lì perché i tedeschi vogliono attrarre il talento. Aspetto che si vede anche nel mondo startup: molte delle startup di Berlino sono fondate da svedesi, polacchi, sloveni. E poi questo genera un effetto a catena perché i paesi dell’ex cortina di ferro sono molto influenzati dalla Germania. E dagli Stati uniti attraverso la Germania».

Cari Del Vecchio, Elkann e Ferrero, adottate le startup

Insomma, ricapitolando. Il mercato è morto perché nei decenni non è mai cambiato, le banche danno credito solo a pochi fortunati, e siccome lo scenario è quello di un dopoguerra come nel dopoguerra l’Italia potrà essere salvata solo da un gruppo illuminato di grandi famiglie imprenditoriali. Magari attraverso la creazione di un nuovo fondo, almeno da 1 miliardo, che investa in startup e innovazione. «Abbiamo bisogno che queste famiglie prendano in mano la responsabilità di voler rompere con questo compromesso…»

A questo punto però dovresti farci qualche nome.
«Del Vecchio, Elkann e Ferrero».

Leonardo Del Vecchio, fondatore e presidente Luxottica

Leonardo Del Vecchio, fondatore e presidente Luxottica

E cosa proponi ai padroni di Luxottica, Fca e Ferrero?
«Di assumere una leadership, abbiamo bisogno di creare un fondo con a capo uno di questi “grandi vecchi”. Con a capo, quasi come garante, una figura alla Elserino Piol, dal quale andare e dirgli “hai una squadra di giovani, ci mettiamo i soldi e facciamo un grande progetto di investimento privato. Secondo me un nucleo vero potrebbe essere anche Aidaf, l’associazione italiana delle imprese familiari. Han dentro da Banca Sella, a Campari, alla Beretta, la presidente è Elena Zambon. Queste persone dovrebbero fondare una società leader attraendo talenti internazionali ed affiancando persone determinate e con la schiena dritta, che hanno vissuto in Italia la trincea dalla parte di chi non si è arreso. Ce ne sono in giro, non tanti ma ce ne sono. E poi raccogliere un miliardo, un miliardo e mezzo, che per loro è davvero una sciocchezza. Con l’obiettivo da qui a 10 anni di creare una generazione di investment manager come si deve».

Sognando la Silicon Valley, ma anche no…

Marco, la chiacchierata è stata piacevolissima, ricca di spunti per me e per chi avrà avuto la pazienza di leggerci. Però io dovevo farti un’intervista sul 2016 dell’ecosistema italiano, quindi un bilancio ti pregherei di farcelo. O magari dacci anche una sfida per il prossimo anno…
«Hai ragione (sorride, ndr). Le startup alla fine dell’anno sono ovviamente quelle che hanno fatto dei risultati meritevoli. Penso che noi possiamo essere soddisfatti del fatto che ci siano degli investimenti più importanti. Il sistema è cresciuto, l’interesse è cresciuto, il governo ha varato provvedimenti molto importanti che migliorano ulteriormente lo startup compact. Incentivi fiscali agli investimenti ed ampliamento dell’equity crowdfunding sono fatti importanti e parte di un disegno complessivo. Sette associazioni hanno sottoposto Insieme ulteriori proposte ed è importante saper trovare convergenze e lavorare in squadra. Italia Startup ha contribuito a fondare European Startup Network l’associazione tra associazioni nazionali di startup, ed in Europa c’è attenzione per le startup e sopratutto verso le scaleup. Il 2017 è un anno molto importante. Si sono rimossi ostacoli, dati incentivi importanti, se non si muove la leadership dei nostri grandi imprenditori ed investitori nel 2017 non rimane che dire “se non ora quando”. Io ci credo ed invito tutti a fare come ci insegnavano in consulenza strategica: “take the lead”».

Aldo V. Pecora
@aldopecora

  • Grande intervista @aldopecora e molto informativa, grazie Marco Bicocchi Pichi. Speriamo che il messaggio, “forte”, passi?
    #marnixgroet http://www.marnixgroet.com

  • SimSim

    Purtroppo io non penso manchino iniziative e fondi, mancano le condizioni di base per partire con un’impresa, manca un mercato fervente e una situazione fiscale degna di questo nome. Nota Bene: le tasse sono molto alte ovunque, anche qui in Germania da dove scrivo. Ma qui il soldo gira ancora, il mercato c’è e si riesce a reggere. Se per qualche motivo si frena, le tasse ti ammazzano. In Italia andrebbe defiscalizzato il lavoro per intero per ripartire.

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