Massimo Fellini

Massimo Fellini

Gen 13, 2017

Frezza (M31): «Pochi investimenti? Mancano startup forti. E gli incubatori sono superati»

Il fondatore di M31 Ruggero Frezza traccia un bilancio dell’anno appena concluso, e lancia un monito: «servono più dottori di ricerca. Investire nelle scuole professionali significa partire sconfitti»

Bella la festa, ancora più bella la soddisfazione di averla saputa organizzare e vivere. Ma da oggi si cambia, affinché il fuoco rigeneratore dell’innovazione non diventi autocombustione, bruciando tutto ciò che di buono è stato fatto finora. Ruggero Frezza, ex professore all’Università di Padova di controlli automatici e visione computazionale, che ha lasciato la cattedra per dar vita all’incubatore veneto M31 nel 2006 fabbricando imprese ad alta tecnologia partendo dalle idee, lo ripete, senza eccessi, ma con fermezza: «bisogna cambiare».

M31 Italia è un venture incubator che investe in imprese ad alta tecnologia, attraverso il trasferimento tecnologico, valorizzando la ricerca italiana e internazionale proveniente da università e centri scientifici. Con le sue partecipate opera in 70 paesi con un fatturato di circa 15 milioni di euro. Ha effettuato 20 domande di brevetto internazionali e riceve più di 400 proposte di investimento all’anno. Crea nuove imprese, le sostiene sui mercati internazionali, combinando servizi di incubazione e capitale di rischio.

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Professor Frezza, ci piacerebbe sapere la sua opinione sull’anno appena concluso. Un giudizio sull’ecosistema delle startup italiane…
«Al netto di qualche gita turistica interessante e di qualche nuovo centro del quale ancora non ho ben compreso la finalità (il riferimento è alle visite di Tim Cook e Mark Zuckerberg in Italia, e alla prima academy per sviluppatori di Apple a Napoli), credo che ci sia ancora molta strada da fare. Però nel complesso è stato un anno importante per il livello di maturità raggiunto, nel senso che oggi si parla di startup nei tavoli degli amministratori delegati di grandi aziende. Era impensabile fino a qualche tempo fa».

E sui 200 milioni di euro investiti?
«200 milioni di euro non sono tanti, ma il vero problema è un altro: mancano startup davvero forti, competitive, di qualità. E quelle che ci sono meritano più supporto. Serve dare più fiducia ai ragazzi meritevoli, nella formazione e nella creazione concreta dei progetti. Il capitale di rischio implica fiducia, e questo è un concetto raro in Italia».

In quest’ottica gli incubatori hanno un ruolo chiave…
«Gli incubatori sono in crisi e devono cambiare velocemente. Hanno esaurito la loro missione e se non si rinnoveranno saranno destinati a perdere sempre più importanza. Devono diventare delle vere e proprie piattaforme e lavorare in partnership cono le imprese. La formazione gioca un ruolo fondamentale, serve più innovazione di tipo strategico. Il discorso vale per tutti, anche per M31, che già oggi è molto diverso da come era dieci anni fa».

Così le Università aiutano le imprese

In M31 cosa chiedete alle startup per meritarsi la fiducia (e i rischi) dei quali parla?
«Un team imprenditoriale che creda talmente tanto all’idea da dedicarsi completamente al suo sviluppo, e un’ampia visione per conquistare mercati nuovi e grandi. Noi non forniamo solo denaro, ma competenze e know how».

M31 resta profondamente legato al mondo universitario. Come spiegherebbe l’importanza del legame tra gli atenei, l’innovazione e le nuove imprese?
«Ho fondato M31 proprio per stabilire un’alleanza tra Università e imprese e valorizzare iniziative imprenditoriali che nascono dalla ricerca universitaria. Abbiamo un focus molto stretto proprio sulla ricerca scientifica con un team dedicato a tempo pieno allo scouting di tecnologie, competenze e talenti, da trasferire in progetti di impresa».

Un esempio di startup di successo, che si possa inserire in questo quadro?
«Zehus, una spin-off del Politecnico di Milano sulla quale abbiamo investito. Un’impresa che commercializza un sistema di trasmissione per biciclette ibrido, che trasforma la bicicletta in uno strumento di supporto alla fatica, solo quando se ne ha bisogno, in salita o in partenza. E in pianura e in discesa la bicicletta si autoricarica. Questo è un esempio virtuoso di una startup che sta dando buoni risultati».

Ottime Università, ma poca ricerca. Facciamo due conti partendo da un esempio: al Massachusetts Institute of Technology su 10 mila studenti, 6 mila poi si dedicano al dottorato. Alla Facoltà di ingegneria dell’Università di Padova solo 400 studenti circa, su 11 mila adottano la stessa scelta. Come se lo spiega?
«Le ragioni sono diverse ma il punto è questo: l’Università è il motore dello sviluppo, ma in Italia c’è la sensazione che un più alto titolo di studio corrisponda ad una bassa propensione a diventare imprenditori. E invece l’Università deve preparare i giovani al mercato del lavoro del domani».

Il futuro del lavoro passa dalla scuola

Eppure spesso anche tra accademici e imprenditori, si dice che nel nostro paese è necessario un rilancio degli istituti professionali…
«Lo dico con grande rispetto per le maestranze: investire nelle scuole professionali significa partire sconfitti, mentre a noi servono più ricercatori che generino proprietà intellettuale. A volte sento fare discorsi da decrescita felice, ma in realtà abbiamo un mercato del lavoro dequalificato. Sono stanco di sentire certi discorsi dagli imprenditori, che non gratificano la motivazione dei dottorandi delle Università».

Guardando all’intero panorama delle startup quali sono i settori che reputa maggiormente interessanti?
«Fitness, wellness, healthcar sono settori molto interessanti dotati di grandi potenzialità».

Come se lo immagina il 2017?
«Il trend dell’Open Innovation è molto forte, e infatti M31 sta aprendosi investendo in questa direzione. Le imprese devono acquisire ancora più consapevolezza che si può innovare acquisendo o collaborando con le startup. Credo che quest’anno e anche nel 2018, vedremo impegnarsi un maggior numero di investitori internazionali».

@MassimoFellini