Giancarlo Donadio

Giancarlo Donadio

Gen 30, 2017

Zuckerberg e i big della Silicon Valley contro il ban di Trump: «Tra noi rifugiati e immigrati»

Microsoft offre assistenza legale ai dipendenti colpiti dal ban, Uber risarcisce gli autisti che non potranno lavorare, Airbnb promette di ospitare gratis i rifugiati. Ecco le prime reazioni (e azioni) dei giganti della digital economy all'ordine esecutivo di Donald Trump

I giganti del tech uniti contro Donald Trump. Di nuovo. L’ordine esecutivo del neo presidente di chiudere per 90 giorni le porte degli Stati Uniti ai cittadini di 7 Paesi islamici (Siria, Iraq, Libia, Iran, Somalia, Sudan e Yemen) e di bloccare l’ingresso per 30 giorni ai rifugiati, ha scaturito dure reazioni anche da Mark Zuckerberg, Jack Dorsey, Tim Cook, e altri. I più grandi Ceo al mondo si sono affidati chi a una email, chi a un tweet, chi a un post, per mostrare la loro contrarietà alla scelta del presidente e per rassicurare i dipendenti che sono vittima del decreto. TechCrunch ha raccolto le dichiarazioni rilasciate nelle ultime 24 ore.

Mark Zuckerberg racconta la sua famiglia di immigrati

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Il Ceo di Facebook è stato uno dei primi a evidenziare i pericoli del decreto legge: «I miei bisnonni sono venuti qui da Germania, Austria e Polonia. I genitori di Priscilla (sua moglie, ndr) sono rifugiati da Cina e Vietnam. Gli Stati Uniti sono una nazione di immigrati e dovremmo esserne orgogliosi. Come molti di voi sono preoccupato dall’impatto dell’ordine esecutivo del presidente. Dobbiamo garantire la sicurezza al Paese, ma per farlo dovremmo concentrarci su chi è davvero una minaccia. Espandere la legge oltre, renderà gli americani meno sicuri…».

Sundar Pichai pensa ai googler e alle loro famiglie

sundar pichai

Il Ceo di Google, immigrato di successo, è nato in India nel distretto di Chennai, si unisce al coro di proteste con una dichiarazione via email: «Siamo molto turbati dall’impatto di questo ordine esecutivo e di ogni altra proposta che potrebbe imporre restrizione ai Googler e alle loro famiglie, e che può creare barriere all’ingresso dei talenti migliori negli Stati Uniti. È doloroso considerare i costi personali di questa legge sui nostri colleghi».

Sergey Brin: «Io sono un rifugiato”

Sergey Brin

Il cofondatore di Google è stato individuato all’aeroporto di San Francisco, insieme a chi manifestava contro l’ordine esecutivo: «Sono qui perché sono un rifugiato», ha spiegato a Forbes.

Brad Smith offre assistenza legale alle vittime

Brad Smith, Microsoft Corp.'s General Counsel and Executive Vice President of Legal and Corporate Affairs, greets attendees at Microsoft Corp.'s annual shareholders meeting, Wednesday, Dec. 3, 2014, in Bellevue, Wash. (AP Photo/Ted S. Warren)

Il presidente di Microsoft ha inviato una email ai dipendenti che sono stati colpiti dalla misura di Trump, offrendo loro assistenza legale: «Le leggi sull’immigrazione dovrebbero proteggere il pubblico senza sacrificare la libertà di espressione e religione», scrive Smith.

Tim Cook prova a rassicurare i suoi dipendenti

Apple CEO Tim Cook speaks at the WSJD Live conference in Laguna Beach, California October 27, 2014. REUTERS/Lucy Nicholson

Anche il Ceo di Apple invia una email per rassicurare i suoi dipendenti: «Ho sentito  che molti di voi sono preoccupati dalle nuove leggi sull’immigrazione nei confronti dei sette Paesi musulmani. Condivido le vostre paure. Non è una politica che sosteniamo», scrive Cook. Nell’email ha anche comunicato di essere pronto a offrire assistenza legale ai dipendenti colpiti dall’ordine esecutivo.

Travis Kalanick risarcirà gli autisti

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Anche il Ceo di Uber si è espresso contro la legge. D’altronde, la sua posizione è molto delicata. È membro del “business advisory comittee” e per questo considerato troppo vicino all’amministrazione Trump: «Offrire la possibilità alle persone di tutto il mondo di venire qui e di fare dell’America la loro casa, è stata una delle politiche scelte dagli Stati Uniti fin dalla loro fondazione.  Kalanick ha poi promesso di discutere della questione con Trump, mentre ha lanciato misure concrete, come il supporto legale agli autisti dell’azienda vittime della legge (mettendo 3 milioni di tasca sua) e ha dichiarato che risarcirà tutti gli autisti che non possono rientrare e lavorare.

Reed Hastings: «Colpiti anche noi di Netflix»

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Si affida a Facebook Reed Hastings, il fondatore e Ceo di Netflix, per mostrare il suo scetticismo nei confronti delle scelte di Trump: «Le azioni di Trump colpiscono i dipendenti di Netflix nel mondo, tutti noi. Ancor peggio è pensare che queste misure renderanno l’America un posto meno sicuro (aumenterà l’odio e perderemo molte alleanze). Una settimana molto triste per il 600 mila “sognatori” che sono in America sotto questa minaccia. È tempo di mettersi insieme per proteggere i valori americani di libertà e opportunità», scrive Hastings.

Brian Chesky: «Airbnb ospiterà gratis i rifugiati»

Brian Chesky

In una serie di tweet Chesky promette che Airbnb offrirà ospitalità gratis a rifugiati: «Chiudere l’America ad alcuni Paesi è un’idea ingiusta e dovremmo stare dalla parte delle vittime che ne stanno subendo gli effetti. Aprire le porte unisce gli americani, chiuderle ci dividerà. Troviamo un modo per connettere le persone e non separarle», spiega Chesky che oltre ai nobili principi espressi, è preoccupato dall’impatto che queste leggi potranno avere sul comparto turistico, e sul business di Airbnb.

Elon Musk, diplomatico a sopresa

Elon Musk

Molto diplomatico Elon Musk nell’affrontare la questione. Il Ceo più amato dagli startupper si affida a poche note per far trasparire la sua opinione: «Le misure di Trump non sono il modo migliore per affrontare le sfide del Paese. In più penalizzano coloro che non hanno fatto niente di sbagliato e non meritano di essere rifiutati».

Jack Dorsey ricorda le origini di Twitter

Jack Dorsey

Si affida a una tweet dall’account dell’azienda Jack Dorsey per ricordare che “Twitter è creato da immigrati di tutte le religioni che avranno sempre il nostro appoggio”.  Anche Square, l’altra azienda di cui è Ceo ha twittato contro la legge, postando una statistica che svela come l’11% degli immigrati siriani negli Stati Uniti sono imprenditori, più del triplo dei nati in America.