La vera storia del fouder di Megaupload, Kim Dotcom (è davvero meglio di un film, da Oscar)

«Sono più intelligente di Bill Gates», dice. No, Dotcom non è un grande visionario dal quale prendere esempio, ma un nerd che ha saputo come fare soldi e successo. Da hacker alla nemesi: esperto di cybersecurity, fino al carcere e alla rivoluzione di Megaupload

Settanta agenti, due elicotteri, un raid che sembra escogitato per catturare uno dei boss più pericolosi del cartello di Medellin. Nella mega villa in Nuova Zelanda presa d’assalto c’è invece un imprenditore del web, Kim Dotcom, ex hacker combina guai che fonda un sito di file sharing, Megaupload, il 13esimo portale più visitato al mondo, con incassi vicini ai 175 milioni di dollari all’anno. L’accusa nei suoi confronti: violazione di copyright. Dal 2012, il suo anno orribile, tra blitz, chiusura del sito e sequestro di gran parte dei suoi averi, Dotcom passa più tempo tra le aule dei tribunali che a fare business. Gli Stati Uniti, il suo più grande nemico, vorrebbero estradarlo, ma sono anni che ci provano senza successo. Dotcom ha speso finora 10 milioni di dollari in avvocati per risparmiarsi decine e decine di anni di carcere. Intanto, ha reso la sua vicenda una questione politica. Le sue interviste e tweet rabbiosi imbarazzano la nazione più potente al mondo, in una vicenda che divide l’opinione pubblica tra chi considera l’imprenditore un criminale e chi il paladino della libertà online contro la censura.

AUCKLAND, NEW ZEALAND - APRIL 26: (EXCLUSIVE COVERAGE) MEGA Limited founder, Kim Dotcom poses during a portrait session at the Dotcom Mansion on April 26, 2013 in Auckland, New Zealand. MEGA Limited this year launched cloud storage service 'Mega.co.nz', the successor to the controversial file sharing service 'Megaupload.com' shut down by the US Department of Justice in January 2012. (Photo by Hannah Johnston/Getty Images)

Ma chi è davvero Dotcom  e come inizia la sua storia?

«Diventerò il più ricco. Sono più intelligente di Bill Gates»

Auto di lusso, ragazze in bikini, yatch, jet privati, Kim Dotcom, nato Kim Schmitz, non ha mai fatto mistero di essere uno che vuole godersi la vita. Di origini finlandesi da parte materna, vive la sua infanzia a Kiel, città della Germania che si affaccia sul Mar Baltico, dove suo padre non perde tempo a fargli capire la durezza del mondo. Alza spesso il gomito e picchia la moglie e suo figlio. Kim e sua madre finiscono innumerevoli volte in ospedale. Un inferno domestico che termina solo quando compie i sei anni e si trasferisce con sua madre in un’altra casa dove finalmente può vivere un’infanzia normale. È sveglio. È uno studente modello, diligente e curioso. La sua vita cambia nel 1985 (è il primo di una serie di eventi che lo condizioneranno nel bene e nel male). Ha 11 anni quando vede nella vetrina di un negozio un Commodore C-16. È l’inizio di una carriera che in poco tempo lo porta a diventare uno degli hacker più temuti al mondo. Con il suo genio riesce a bucare i computer della NASA e del Pentagono. Le sue avventure diventano celebri e attirano l’attenzione di altri hacker con cui costruirà in futuro una squadra di super talenti.

Il suo primo business e subito dritto in galera

Il suo primo business lo lancia nel 1990, una chat telefonica in cui gli utenti pagano le loro conversazioni al minuto. Un’idea con cui, appena 18enne, mette in tasca 200mila dollari e al contempo sperimenta i primi guai con la giustizia. Viene accusato di aver usato numeri di carte telefoniche rubate per aumentare il totale delle chiamate (più è alto, più incrementa i suoi profitti). È la prima volta che incontra le sbarre di una prigione. Ci resterà un mese, ma saprà farlo fruttare. In carcere riceve più di una richiesta da parte di compagnie telefoniche che si interessano a lui e gli chiedono come abbia fatta un ragazzo così giovane ad architettare quella frode. Da questa esperienza farà un secondo business, non prima di essere scampato per un soffio alla morte.

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«Vivrò la vita fino in fondo»

Ha la passione per la velocità. È un abile pilota e nella sua vita vince più di una gara. Ma una notte esagera quando si lancia a 250 km con la sua Mercedes E. A bordo una ragazza e alcuni suoi amici. L’auto va fuori pista nell’autostrada a tre corsie che collega Berlino a Monaco. Solo il caso vuole che vada a sbattere contro un albero e non con la barriera di metallo che è stata rimossa proprio nel punto dell’impatto: «Mi sono svegliato nel letto di un ospedale. Avevo ossa rotte e dolori ovunque, ma ero vivo. È lì che mi sono detto che avrei vissuto la vita a pieno. Anzi, la mia vita è iniziata proprio in quel momento. Non sarei neanche dovuto esserci oggi in fondo. È per questo che vivo ogni giorno come se avesse per me un significato unico», spiega nella biografia scritta da David Fisher, “The Secret Life of Kim Dotcom, Spies, Lies & the War for the Internet”.

L’incidente non blocca la sua vena imprenditoriale. Inventa un altro business insieme a un altro ex hacker Mahias Ortmann. Si chiama DataProtect, un’azienda specializzata sulla sicurezza informatica. D’altronde, chi meglio di loro può sviluppare soluzioni anti-hacker? La società va alla grande, per sette anni milioni di dollari in cassa, uno staff di 30 persone. Kim lavora, ma sa anche come divertirsi. Compra un jet privato e viaggia ovunque nel mondo. Nel 2001 vende l’azienda e decide di provare a giocare in Borsa.

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L’ex hacker diventa investitore. Ma è fin troppo furbo e rischia (tanto). Investe quasi 2 milioni di dollari in un’azienda tedesca che è sull’orlo del fallimento, Letsbuyit. Poi dichiara alla stampa che avrebbe messo altri 50 milioni. Basta questo a far salire il valore del business del 300%. Ma non mantiene la sua promessa, aspetta che il valore dell’azioni arrivi alle stelle, per vendere a un prezzo tre volte maggiore della cifra che ha speso per comprare i titoli. Una “furbata” che gli costa sei mesi di prigione con l’accusa di aggiotaggio. Quando apprende la notizia dell’arresto è in Thailandia. Malgrado le prove evidenti della sua colpevolezza si difende dicendo che ha contribuito a salvare il lavoro di 120 persone, Letsbuyit finisce in bancarotta nel 2002.

Quando nasce Megaupload

L’arresto segna la fine della sua vita in Germania. Si trasferisce in Nuova Zelanda e ottiene la residenza malgrado la fedina penale non proprio immacolata perché promette di investire nel Paese 8 milioni di dollari. Compra una proprietà di 200mila metri quadrati e costruisce una mega villa, nella quale va a vivere con sua moglie (una ballerina incontrata in un night di cui si è invaghito) e i suoi figli, ne avrà cinque.

È lì che dà vita all’idea di Megaupload. La struttura del sito di file sharing nasce nel 2004: YouTube non esiste ancora (il primo video sarà caricato nel 2005), Facebook è ai primi vagiti. Google si è quotata in Borsa, diventando un gigante da 23 miliardi di dollari. Questo è il contesto per capire come nasce Megaupload. Sulla Rete non esiste un servizio che favorisce la condivisione dei file. Se all’epoca si vuole inviare un video a un amico, è possibile farlo esclusivamente via email, con tutte le lungaggini sul caricamento del file. È questo che provoca in lui frustrazione quando vuole condividere con i suoi amici i video e le immagini dei suoi rally. Nella community degli appassionati di corse, è diventato una leggenda che lui vorrebbe accrescere sul web. Ha tantissimo materiale (tra foto e clip) da far girare, ma manca una piattaforma per facilitargli il compito. Allora cerca una soluzione al problema, insieme alla squadra di ex hacker, suoi fedelissimi (Finn Batato, Mathias Ortmann e Bram van der Kolk): «Ho scritto loro che avremmo dovuto costruire un sistema dove conservare e distribuire file di grosse dimensioni. Ero stufo delle limitazione delle email». La soluzione sembra più semplice del previsto: «Come faccio a far passare un file a da un punto B? Come lo permetto? Semplice – ho detto ai ragazzi – basta mettere su un server dove consentire alle persone di caricare un file e di generare un link (per quel file)». In altre parole, con Megaupload non c’è bisogno che gli utenti copino un file per inviarlo intorno al mondo. Il file di qualsiasi dimensioni, si trova in un posto sulla Rete, mentre il link che lo localizza può essere facilmente distribuito.

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 L’inarrestabile ascesa di Megaupload

Megaupload “scoppia in faccia” ai suoi stessi creatori, come spiega van der Kolk. I costi per lanciarlo sono stati di poche centinaia di dollari, ma in solo pochi mesi la crescita della base utenti attira gli investimenti pubblicitari. In un primo momento il modello di revenue infatti è sull’advertising, poi nascono servizi premium per consentire agli utenti di caricare più file. Kim ha il 68% delle quote dell’azienda che diventa in poco tempo un gigante della Rete, 13esimo sito più visitato nel mondo, 50 milioni di utenti giornalieri, 150 dipendenti nel mondo. In sei anni sulla piattaforma sono stati caricati più di 16mila file, visualizzati 34 milioni di volte.

L’ascesa straordinaria è confermata dai ricavi. Se nel 2007 i guadagni per lui sono di 2 milioni di dollari, nel 2009 entrano nelle sue tasche 19 milioni. Nel 2012, 40 milioni. Il business è una macchina che macina 175 milioni di dollari l’anno (nel 2012). A far crescere l’azienda anche la possibilità di garantire ricavi agli utenti. Man mano che nascono i primi competitor, capisce che è ora di offrire quel valore in più. Allora pensa di pagare gli utenti 1 dollaro per ogni mille download. Alcuni di loro ricevono anche bonus di 5mila dollari.  Sul sito girano tanti contenuti, molti sono privati, ma per la maggior parte di tratta di film e canzoni che violano il copyright.

Secondo l’accusa delle autorità americane Megaupload avrebbe negli anni causato un buco di 500 milioni di dollari di profitti mancati per i detentori del copyright. Alle prime accuse Kim scrive una lettera inviata alla stampa: c’è all’epoca un’inchiesta di Forbes che prova a gettare luce sul business: «L’obbligo di rispettare il copyright appartiene al creatore del contenuto, non alla piattaforma che lo distribuisce. Negli anni abbiamo cancellato 30 milioni di link e dato a 150 aziende la possibilità di accedere ai nostri server e di eliminare loro stesse i link», spiega Kim

Ma le autorità americane sono sempre più decise a chiudere i rubinetti del sito.Nel 2012 c’è il raid dell’FBI, in collaborazione con le forze dell’ordine neozelandesi. Viene arrestato e dietro cauzione e rilasciato, mentre chiede di poter scontare la custodia cautelare a domicilio. Intanto, i suoi beni, e quelli degli altri coimputati, vengono confiscati dagli Stati Uniti, per un valore di oltre 200 milioni di dollari: «Non ho mai vissuto lì. Non ho mai viaggiato lì. Non ho mai fondato aziende lì. Eppure tutto il mio lavoro appartiene agli Stati Uniti», è uno dei tweet al vetriolo di Kim che da quel momento inizia la sua battaglia personale contro l’estradizione. Una battaglia, che per lui è civile e politica: i suoi avvocati cercano di dimostrare che dietro il suo arresto c’è molto di più di quello che vogliono far credere le autorità americane. Dopotutto un raid di quel genere per catturare un imprenditore colpevole di aver violato il copyright.. Una prova di forza che pare a tutti, anche ai detrattori di Kim, ingiustificata.

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Il “complotto” dietro la chiusura di Megaupload

Senza voler gridare alla cospirazione, c’è qualcosa di oscuro dietro la vicenda di Megaupload che coinvolge l’ex amministrazione Obama e un uomo chiave Joe Biden, l’ex vicepresidente ai tempi del raid. Secondo gli avvocati di Dotcom c’è un’amicizia che lega Joe Biden e Chris Dood, Ceo della Motion Picture Association of America, l’organizzazione che è formata per promuovere gli interessi degli studi cinematografici (ne fanno parte Walt Disney, Sony, Metro-Goldwyn-Mayer, Paramount Pictures, Twentieth Century Fox, Universal Studios e Warner Bros).

Non è un mistero che Dood e gli studios abbiano negli anni sostenuto economicamente la causa democratica e Dood ha più volte minacciato l’amministrazione dell’ex presidente di interrompere i finanziamenti se non fosse stato fatto qualcosa di concreto per contrastare il fenomeno del copyright nella Rete (come spiega Indipendent), che secondo stime delle MPAA (acronimo dell’associazione di Dood) costa a Hollywood qualcosa come 20 miliardi di dollari l’anno.

Gli avvocati di Dotcom sostengono che non sia un caso che il raid è giunto proprio all’indomani dello stop nel Congresso di una proposta di legge contro la pirateria online, che viene bloccata perché criticata da due giganti della Rete, come Google e Facebook. Secondo questa versione, il raid sarebbe stata una prova di forza per dimostrare a Dood che l’amministrazione si è interessata al problema. Che si creda o no a questa versione, ci sono poi altre violazioni che sono emerse all’interno della vicenda: Dotcom viene spiato per anni, le sue telefonate ed email intercettate, dal sistema di spionaggio internazionale scoperto da Edward Snowden. E anche sui sequestri dei beni e sulla chiusura dei business di Kim, ci sarebbe molto da dire sulla loro legittimità: «L’80% dei miei siti non hanno nulla a che fare con la vicenda del copyright e sono stati chiusi», spiega Dotcom a Ibtimes.

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La nuova vita di Dotcom passa dai bitcoin

Nell’ultima battaglia legale contro l’estradizione il cui responso è stato reso pubblico qualche giorno fa, ottiene una mezza vittoria e una mezza sconfitta. Secondo il mandato di arresto, è accusato di violazione di copyright, reato che, tuttavia, non è nella lista di quelli per cui si può essere estradati in Nuova Zelanda, dove non c’è un crimine paragonabile al corrispettivo in Usa. Il giudice infatti ha vietato l’estradizione per il reato di violazione di copyright, mentre l’ha consentita per “frode ed attività illecite”: «Cercano di entrare dalla porta di servizio. Ma è una contraddizione a cui ci appelleremo. Il mandato di arresto originario parla di violazione di copyright. Da dove viene fuori questa “frode”? », spiega Dotcom che ha fatto di nuovo appello. Ora ci vorranno altri due anni per sapere come finirà la vicenda.

Intanto, l’imprenditore sta lanciando due nuovi business, Megaupload, un servizio di servizio di cloud storage che dovrebbe prevedere 100 GB di spazio gratuiti e un sofisticato sistema di cifratura che proteggerà i dati degli utenti.  E Bitchace un sistema di microtransazioni basato sulla moneta elettronica bitcoin che permetterà agli utenti di guadagnare dai download dei propri file. Non farà soldi direttamente da questi business: i profitti delle due aziende sono inseriti all’interno di un fondo familiare i cui beneficiari sono i suoi figli.

Come mantiene oggi il suo tenore di vita? Grazie agli 80 milioni di titoli che ha Hong Kong e che è riuscito a sbloccare dal sequestro statunitense. “Soldi che gli consentono di pagare affitto, bollette, staff e avvocati”.  Le spese folli della gioventù sono ormai solo un lontano ricordo.

@giancarlodonad1

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