Bicocchi Pichi: «Bene il primo trimestre, ma la media di 80 milioni al mese è lontana»

Dalla policy alla politica, ai problemi, veri, che affossano le startup, strozzate tra fideiussioni, tempi di pagamento biblici e i soliti furbetti. Parliamo di questo e dei dati del primo trimestre in un'intervista al presidente di Italia Startup, Marco Bicocchi Pichi

La sua era stata la prima intervista dell’anno di Startupitalia. Più che un’intervista quella a Marco Bicocchi Pichi era un appello alle grandi famiglie italiane di imprenditori, affinché costituissero un fondo per investire in startup. Non sappiamo se i vari Ferrero, Elkann e Del Vecchio hanno mai letto quell’invito, sappiamo comunque che quanto proposto dal presidente di Italia Startup non rimarrà lettera morta.

E se da un lato gli investimenti dei venture capital stentano a decollare, nel nostro Paese si inizia a parlare sempre di più del ruolo dei family officer e del private equity. Anche in virtù delle nuove agevolazioni in vigore dal primo gennaio per chi investe in startup. Ma nell’attesa di vedere come si evolverà il mercato e se sarà trovata risposta soprattutto al “problema della domanda” sollevato provocatoriamente da Stefano Firpo, con il numero uno dell’associazione italiana delle startup proviamo intanto a tracciare un bilancio di questi primi tre mesi dell’anno.

Marco Bicocchi Pichi, presidente Italia Startup

Marco Bicocchi Pichi, presidente Italia Startup

Il primo trimestre 2017

Marco, soltanto la top ten delle operazioni più importanti del primo trimestre 2017 registra 37,5 milioni ovvero quasi il +100% su tutte quelle del primo trimestre dello scorso anno (22 milioni). Cosa ne pensi?
«Penso che i miglioramenti sono sempre i benvenuti, naturalmente per arrivare al miliardo l’anno dobbiamo arrivare a una media di 80 milioni al mese e quindi abbiamo ancora da pedalare tanto. Sicuramente positivo il trend che è in controtendenza rispetto al contesto internazionale…. Il tema degli unicorni che è un po’ in frenata, le aspettative delle politiche di Trump, manovre sui tassi di interesse, il fatto che in italia ci sia un po’ di movimento è una buona cosa. Non è ancora sufficiente ma ancora incoraggiante. Speriamo che il secondo trimestre tenga, e che i maggiori incentivi si mostrino di essere un qualcosa che gli investitori vogliano andare a cogliere, che sia nato un trend di interesse che si concretizzi. Vedi ad esempio cosa sta succedendo a Digital Magics dopo l’aumento di capitale. Una rally in Borsa con il titolo che continua a salire e come sta salendo anche H-Farm…»

Vuoi dire che adesso il digitale e le startup iniziano a raccogliere capitali anche nella finanza “tradizionale”?
«Diciamo di sì. Non sappiamo se poi sarà qualcosa che si sostiene, che fa venire un nuovo fenomeno. Nel primo trimestre questo è avvenuto. La finanza è molto volatile, non si possono stabilire delle regole di lungo termine. Spero che si confermi, che sia tutto un fenomeno… sarei curioso di vedere i primi dati dei produttori software e Industria 4.0 se il primo trimestre sta vedendo ordini e contratti, perché lì ci giochiamo tanto. Se le startup sono qualcosa che inizia ad essere preso sul serio».

I casi MotorK e Mashape, che piacciono di più fuori

Però MotorK, il round più importante del trimestre, i soldi li ha raccolti fuori dall’Italia.
«Quello di MotorK è un caso. Fa vedere che poteva essere accelerato prima e di più, perché di fatto da si sono presentati al grande pubblico degli investitori allo Scale it sono passati 2 anni da allora e sono passati 8 anni dalla fondazione. Pretolani è almeno da 5 anni che sta dietro MotorK e la osserva, ne osserva la crescita. Il problema è che in Italia si aspetta troppo. MotorK oggi riceve fondi dall’estero, ma diciamo che abbiamo aspettato un po’ tanto. E anche l’accelerazione è avvenuta, il primo atto di accelerazione vera è avvenuta quando sono andati in Spagna e quando hanno proseguito con l’internazionalizzazione. Sorprendente che anche altri leader come Autoscout siano rimasti a dormire… Certamente è un finanziamento, non è una exit, e arriva a una società che faceva già numeri importanti. Come ecosistema fa vedere che il sistema può produrre delle società eccellenti, e in questo caso in un settore supercompetitivo e supermaturo come quello dell’industria automobilistica, però ci vorrà ancora del tempo per l’exit».

Quindi tanto vale meglio fare come ha fatto Augusto Marietti, che nel 2010 se n’è andato dall’Italia sbattendo la porta e che adesso con la sua startup Mashape è uno degli enfant prodige della Silicon Valley?
«La storia dei founders italiani vede in questo periodo anche i 18 milioni di Andreessen Horowitz a Mashape, è vero. Ma non è che son nati in italia e sono emigrati a 5 anni coi genitori! Sono persone che sono andate fuori “formate”, vuol dire che l’ambiente permette di avere qualcuno che ha le competenze per fare bene anche fuori… Non è vero che qua non si possono formare ottimi founders. Il problema di aumentare la quantità d’investimento sull’Italia c’è, sono uscite ultimamente anche le classifiche sui miliardari: non è che ci mancano alcuni miliardari, li abbiamo citati anche a fine anno. Mi piacerebbe vedere, ad esempio, che un Ferrero facesse da main sponsor al Seeds&Chips di Milano, che è un’iniziativa che Gualtieri sta portando avanti con grande impegno. C’è poi anche un problema di leadership…»

Ovvero?
«Non la vediamo ancora emergere questa leadership, anzi che diverse società italiane come Enel, Technogym, Luxottica, annuncino di aprire delle “antenne” in Silicon Valley potrebbe essere una buona notizia, magari selezionare qualcuno dei nostri talenti e accelerarli lì. E invece mi sembra che vadano a portare soldi italiani, di grandi imprese italiane, all’estero. Quindi oltre ai cervelli in fuga abbiamo anche le multinazionali in fuga… Mi piacerebbe che fossero parte di una strategia italiana, dire “voglio che tu vada nel posto più competitivo, che sia esposto ai migliori Vc, avere opportunità di vendita del prodotto/servizio nel mercato più sofisticato”… Un esempio è Cloud4wi, che per metà è pisana e per metà è californiana. Sono esempi che se anziché in emigrazione trasformiamo in esempi virtuosi è una cosa buona».

A livello di mercato, però, l’Italia non regge il paragone con gli Usa. Specie in alcuni settori…
«Vero anche questo, ma prendi MotorK. Se la avessero accelerata 10 anni fa probabilmente ora saremmo davanti a un’exit importante. Perché è una startup che opera in un settore che sta cambiando molto rapidamente. Come si re-interpreta il mercato che cambia? Non abbiamo fatto noi Bla bla car, non abbiamo fatto Uber, ma dobbiamo essere vicini a questo mercato che cambia… ed è una cosa importante, perché vuol dire avere i dati, organizzare una piattaforma strategica».

La politica e le startup

E quindi cosa dice il presidente di Italia Startup a Marietti, che è un po’ il simbolo sì di quante idee di successo il nostro ecosistema è in grado di concepire, ma al tempo stesso, soprattutto, una delle più grandi sconfitte degli ultimi 10 anni per chi non lo ha capito ed aiutato a crescere qui?
«Augusto Marietti se n’è andato, è stato bravo, ha avuto il coraggio di farlo. E di fare il pivot perché, va detto, che l’idea che ha sviluppato lì non è la stessa che aveva presentato qui agli investitori. Sicuramente è vero che il nostro sistema è piccolo, figuriamoci allora, nella fase “pre-2012” quando nasce il decreto sviluppo ovvero lo “Startup Act”. Diciamo che quello che potrebbe essere l’aspetto incoraggiante è che sicuramente da allora abbiamo fatto dei passi in avanti e importanti. Quello che condivido in generale è che il Paese Italia è ancora non sufficientemente amichevole per l’impresa in senso lato, ovvero sul piano fiscale, su quello della giustizia civile. E questo è un fatto».

Dovresti dirlo ai politici, Marco…
«In questo senso il tema politico è “veramente l’impresa è al centro della nostra politica o no?”. A me sembra di no… assistiamo quotidianamente discussioni tra ministri tecnici e partiti della maggioranza che li sostengono. Io vedo che in questo momento si tende a rincorrere posizioni: il partito della maggioranza di governo, i mal di pancia congressuali, le scissioni tendono a inseguire chi sta dall’altra parte del campo, ovvero le opposizioni. Questa ovviamente è una mia posizione personale che non impegna l’Associazione, ma sono preoccupato del fatto che gli imprenditori devono essere al centro e non possiamo distrarci sull’impegno e su politiche che comunque abbiamo avviato. Migliorare, ma non cambiare rotta. La rotta che ci ha portati all’industria 4.0, che ci ha portati allo startup compact… Dobbiamo convincere che quella strada tracciata è una strada promettente».

Aspettando Calenda

A proposito, a che punto siamo rispetto quel famoso documento in 7 punti che avete presentato al governo nel 2016?
«Noi (Italia Startup, ndr) abbiamo al Ministero un impegno costante, importante e ribadito da parte di Stefano Firpo e della sua squadra. Da parte nostra c’è il pieno sostegno a questo lavoro e siamo consapevoli del fatto che questo sostegno debba arrivare pubblicamente in maniera chiara e forte perché purtroppo non è altrettanto vero che questa sia una priorità condivisa da tutte le forze politiche che sostengono il governo. Non si può affidare a dei singoli volenterosi la possibilità di realizzare queste cose».

Avete incontrato Calenda?
«Noi abbiamo il desiderio di incontrare anche il Ministro ma non l’abbiamo mai fatto. Diciamo che abbiamo l’attenzione del ministero, abbiamo anche molto apprezzato la presenza di Stefano Firpo al convegno con la conferenza delle regioni, saremmo felici di poter interloquire direttamente con il ministro per portare il contributo delle startup italiane per la crescita».

Ma ai tavoli della politica le startup non sono ancora rappresentate. A esempio, i sindacati fanno indire il referendum sui voucher? E il governo li elimina per decreto e riapre un tavolo. Tavoli a cui siedono sempre e solo i soliti noti…
«E’ evidente che per quanto conta ancora sul pil dell’italia non ci sono le startup al centro, ma se guardiamo a cosa deve essere costruito per il futuro, sarebbe una bella cosa che ci fosse di più. Capiamo benissimo che le priorità con la crisi, con la politica, ci portino lontano. Ma nella strategia bisogna avere una vista strabica, guardare vicinissimo e guardare anche lontano. Almeno avere in agenda che una volta al mese ci si dedica qualche ora al futuro sarebbe una cosa condivisibile da tutti. E poi bisogna puntare subito sui giovani, su quei 100 mila laureati che sono andati fuori dall’italia e di cui abbiamo bisogno. Altro che non ne abbiamo bisogno come una sciagurata dichiarazione di Poletti!»

Innovatori «come Pannella»

Prima di iniziare questa intervista mi dicevi che stai leggendo tre libri, quello di Enrico Letta, “Il mondo che nasce” di Adriano Olivetti e «una biografia di Pannella scritta da Giovanni Negri». Che c’entra Pannella con Bicocchi Pichi?
«Marco Pannella è stato un personaggio unico nella storia italiana perché io sono di formazione cristiano-cattolica, vero, ma lui è l’uomo che ha cambiato i linguaggi della politica, portato delle novità, sul piano dei diritti. Il Pannella innovatore, che si inventa Radio Radicale, che è un innovatore continuo, che da piccolo partito riesce ad avere una grandissima influenza culturale. Se noi riusciamo ad essere influenti nel dibattito politico e culturale con le startup come lo è stato lui guadagneremmo uno spazio e visibilità».

Dacci una visione. Ipotiziammo che tra tre mesi non siamo riusciti a tenere il trend, che la politica non avrà fatto nulla di tutto quello che l’ecosistema va chiedendo. Che si fa, reset, formattiamo e tutti a casa?
«Io penso che di fronte abbiamo da vincere la battaglia culturale. Le differenze di opinione che ci sono anche nell’ecosistema sono un elemento. La policy è solo uno di questi elementi. All’elemento culturale tendiamo a non dare il peso che ha. La battaglia culturale è tutt’altro che vinta, noi non abbiamo i nostri cavalieri del lavoro, leader di partito che hanno fatto propria questa cultura dell’impresa, dell’innovazione, del dare uno spazio anche a quello che è il fallimento inteso come la mentalità scientifica. Se io dovessi dire una singola cosa che mi fa paura è che abbiamo passato un secolo dove la nostra cultura comunista e cattolica non ha dato spazio all’impresa. Anche l’uno vale uno è una sconfitta per l’impresa, perché l’impresa deve essere meritocratica. Deve essere riconosciuto come capace… se non produciamo anche crescita qualcuno deve spiegare come si fanno politiche di inclusione sociale se non vengono create risorse. Prima di ridistribuire bisogna produrre, e per produrre dobbiamo mettere chi è in grado di farlo, i più capaci, nelle condizioni di farlo. E non andare all’estero».

Perché le startup falliscono

Però non è solo policy e non è solo politica. Diciamocelo, ha ragione Andrea Elestici: in Italia le fatture vengono pagate a 6 mesi, e le grandi aziende ti chiedono la fideiussione per diventare loro fornitore…
«Succedono perché bisogna osservare il problema macro. Noi siamo il Paese che ha la più elevat percentuale di non performing loans… Il sistema è molto finanziato dalle banche e la grande impresa si è sempre finanziata sostanzialmente utilizzando un sistema per cui il proprio capitale circolante veniva finanziato con tempi di pagamento lunghi ovvero debito assunto dalle piccole e medie imprese fornitrici. Tutto questo porta al sistema dei tempi di pagamenti lunghi oltre al ruolo dello stato che ha tempi di pagamento lunghi. Il sistema italiano è basato sul debito e non sull’equity. E’ vero che se tu hai degli ordini da grandi imprese arrivi a dei tempi di pagamento spaventosi, perché ti vengono applicate le stesse norme che vengono applicate anche alle altre imprese fornitrici non strategiche. Il problema è abbastanza strutturale, di quei problemi che devono essere affrontati a livello di sistema. Il problema sarà se i Pir, ad esempio, poi invece di andare a finanziare le piccole imprese andranno ad essere investiti dentro le grandi imprese. E’ una questione più ampia,è più sostanziale, di struttura di sistema. La policy è un pezzo, certamente, ma se in Germania ti pagano a 20-30 giorni e in Italia a 180 giorni non c’entra la policy delle startup. C’entra forse che negli anni il credito non è stato dato a chi lo meritava, oppure perché aveva altri meriti non di credito».

Ovvero raccomandazioni?
«Ovvero raccomandazioni. L’impresa, in generale, in italia non vive tanto bene. Se riconosciamo le tossine che stanno nel sistema delle imprese, questa dei tempi lunghi di pagamento lo è. E’ chiaro che un’impresa che cresce è un’impresa che ha un bisogno strutturale di liquidità, aspetto che può mettere in crisi anche l’impresa di maggior successo».

@aldopecora