Monica Gobbato

Monica Gobbato

Apr 10, 2017

Il caso di Facebook condannata dai giudici di Milano, spiegato per filo e per segno

Una software house milanese porta Facebook in tribunale, accusandola di violazione del diritto d'autore e concorrenza sleale. E vince. L'avvocato Monica Gobbato spiega in punta di diritto una sentenza che segna anche un precedente importante: le app che "girano" in Italia sono sottoposte alla legge italiana e non a quella del Paese produttore

E’ passata un po’ in sordina la notizia relativa ad una decisione del Tribunale di Milano sulla responsabilità di Facebook Italia, Facebook Inc. e Facebook Ireland per atti di concorrenza sleale nei confronti di Business Competence srl, software house basata a Cassina De Pecchi, in provincia di Milano, e per violazioni del diritto di autore sulla banca dati rappresentata dall’applicazione “Faround”, sviluppata della stessa società.

Con la sentenza il Tribunale ha inibito alle società del gruppo Facebook ogni ulteriore utilizzo dell’applicazione “Nearby” per il territorio italiano ed ha disposto la pubblicazione del dispositivo del provvedimento sui due quotidiani nazionali nonché, per almeno quindici giorni, sulla pagina iniziale del sito internet di Facebook.

E’ stato precisato che si tratta di sentenza non definitiva che è stata impugnata da Facebook avanti alla Corte d’Appello di Milano, che a fine dicembre 2016 ha rigettato l’istanza dell’azienda di Palo Alto di sospensione della provvisoria esecutività della sentenza impugnata. Il giudizio sta proseguendo nel merito, ma merita di essere approfondita la sentenza di condanna di primo grado di Facebook esaminando le diverse questioni.

La giurisdizione, ovvero: per le app usate in Italia vale la legge italiana

Sulla questione di giurisdizione (Facebook ha inizialmente eccepito che la controversia non poteva essere decisa dal Giudice italiano) il Tribunale ha affermato che la deroga alla giurisdizione italiana non opera in sede extracontrattuale; detta clausola contrattuale può avere ad oggetto solo eventuali controversie che riguardano diritti che sorgono dal titolo contrattuale e non invece azioni extracontrattuali quali quelle fondate sull’art. 2598 c.c. (concorrenza sleale) o sul diritto di autore.

La giurisdizione del giudice italiano sussiste quale giudice del forum commissi delicti. In Italia infatti, per i giudici è stato violato l’interesse protetto (il diritto d’autore) in quanto Nearby di Facebook è diffusa, distribuita e utilizzata mediante dispositivi mobili presenti sul territorio italiano. Sussiste altresì la giurisdizione del giudice italiano con riguardo alla contestazione di concorrenza sleale poiché la lesione del mercato si è verificata in Italia, che è il luogo dell’evento dannoso.

L’eccezione di carenza di legittimazione passiva della convenuta Facebook Italia non è stata ritenuta fondata perché la convenuta italiana ha concorso negli illeciti contestati, mediante la commercializzazione dei servizi Facebook sul suolo italiano.

Non serve il codice, bastano le Api

Il Tribunale ha affermato che la mancata acquisizione del codice sorgente del programma da parte di Facebook, e di conseguenza il mancato raggiungimento della prova della copiatura da parte della convenuta del codice sorgente di Faround, non è decisiva al fine dell’accertamento delle fattispecie contestate perchè per le attività di derivazione/elaborazione, non era necessario accedere al codice sorgente in quanto l’analisi dell’applicazione Faround era agevolmente idonea a capire non solo il funzionamento del programma, ma anche le modalità con cui interagiva con i dati resi disponibili da Facebook, avendo la stessa predisposto una infrastruttura a disposizione degli sviluppatori.

Il Ctu, ovvero il perito tecnico incaricato dal Tribunale, aveva messo in evidenza che la validazione di una applicazione consente a Facebook di comprenderne il funzionamento durante la navigazione; analizzare le modalità con le quali l’applicazione colloquia con Facebook sfruttando le API (cioè le interazioni a basso livello che Facebook mette a disposizione dei terzi sviluppatori.

Le considerazioni del Tribunale di Milano in 3 punti chiave

1. Nearby di Facebook è stato lanciata in data 18 dicembre 2012, circa tre mesi dopo il lancio di Faround (settembre 2012);

2. Il programma realizzato da Facebook ha le medesime funzionalità di Faround. Le due applicazioni appaiono estremamente simili nella loro finalità ed impostazione generale. Le differenze grafiche e funzionali da un punto di vista tecnico e di sforzo ingegneristico e di progettazione sono state ritenute poco significative;

3. L’accesso di Facebook al prototipo dell’app permetteva non solo di analizzare il funzionamento dell’applicazione dal lato utente, ma anche “dal lato interazione col mondo Facebook” prima che l’applicazione fosse resa pubblica.

“Deboli” le difese di Facebook

Facebook si è (si sono sono, perchè le società portate in giudizio sono tre) difesa, nel merito, assumendo, da un lato, che Faround non ha fornito la prova della copia del codice sorgente e, dall’altro, l’autonomo sviluppo del programma prima del lancio dell’estensione italiana, quale elaborazione di anteriori versioni di Facebook.

Con riguardo all’invocato autonomo sviluppo del programma Nearby, prima della realizzazione di Faround, la prova non è stata fornita nel processo, dove Facebook si è limitata a produrre degli elementi documentali del tutto inadeguati e mai integrati nel corso del giudizio, nonostante la loro lacunosità fosse già stata rilevata in sede cautelare.

Inoltre, i giudici hanno rilevato che Facebook ha avuto un accesso “privilegiato ed anticipato” sia ad un prototipo dell’app sia ai flussi di dati che Faround scambiava con la piattaforma, analizzandone il funzionamento e potendone comprendere agevolmente i meccanismi di funzionamento sia “lato utente” sia “lato interazione col mondo Facebook” prima che la stessa applicazione fosse resa pubblica.

Perché a Facebook è stata contestata la violazione del diritto d’autore

Tre sono le questioni rilevanti che il Tribunale di Milano ha ritenuto di vagliare:

1. Se Faround sia un’opera dell’ingegno con carattere creativo;

2. Se ed entro che limiti sia lecita l’attività di “analisi” del programma di un terzo;

3. Se l’autonomia privata possa derogare ai limiti delineati dal legislatore.

Quanto al primo, per consolidata giurisprudenza il concetto giuridico di “creatività non coincide con quelli di creazione, originalità e novità assoluta, ma si riferisce alla personale ed individuale espressione di un’oggettività appartenente alle categorie elencate, in via esemplificativa, nella legge n. 633 del 1941, di modo che, affinché un’opera dell’ingegno riceva protezione a norma di detta legge, è sufficiente la sussistenza di un “atto creativo”, seppur minimo, suscettibile di estrinsecazione nel mondo esteriore. Da ciò discende che la creatività non può essere esclusa soltanto perché l’opera consista in idee e nozioni semplici, comprese nel patrimonio intellettuale di persone aventi esperienza nella materia”.

Sull’originalità di Faround rispetto Nearby

Il criterio di originalità è dunque, soddisfatto quando, mediante la scelta o la disposizione dei dati in essa contenuti, il suo autore esprima la sua capacità creativa con originalità, effettuando scelte libere e creative ed imprime quindi il suo “tocco personale”.

Inoltre è emerso che, seppur esistessero, alla data di lancio del programma Faround (agosto/settembre 2012) altri applicativi di geolocalizzazione, quali “Yelp” e “Foursquare”, sviluppati da terzi, “Facebook Places” e Facebook Deals”, nessuno raccoglieva i dati esclusivamente da Facebook e li organizzava in autonomia con tutte le funzionalità di Faround.

La tutela del diritto d’autore ha per oggetto non la sola riproduzione, ma anche “l’adattamento, la trasformazione e ogni altra modificazione” dell’opera, che devono essere autorizzate in linea generale dall’autore.

Sulla seconda e terza questione e cioè sui limiti delle attività di analisi e sulle clausole contrattuali di Facebook con le quali pretendeva di escludere la sua responsabilità, i giudici hanno affermato che le clausole contrattuali non possono derogare ai limiti di liceità dell’attività di analisi, consentendola per finalità diverse da quelle tipiche.

Diritto d’autore e app

La disposizione contrattuale “applicabile agli sviluppatori/ gestori di applicazioni e siti Web”, invocata da Facebook a conforto della liceità della condotta “Possiamo analizzare le applicazioni, i contenuti e i dati per qualsiasi scopo, compreso quello commerciale”, è nulla e certamente non può rendere lecita un’attività di analisi per finalità diverse da quelle del collaudo del programma.

La disposizione secondo la quale “possiamo creare applicazioni che offrono funzioni e servizi simili alle applicazioni degli sviluppatori o comunque in concorrenza con queste” va interpretata in modo da salvaguardarne la validità e secondo buona fede e, quindi, presuppone l’autonomo sviluppo del programma; ipotesi questa che non è avvenuta .

Perché la condana per concorrenza sleale

La condotta tenuta da Facebook è stata considerata illecita perchè, secondo i giudici milanesi, si è appropriata parassitariamente degli investimenti altrui per la creazione di un’opera dotata di rilevante valore economico.

L’azienda di Mark Zuckerberg, sostiene il Tribunale di MIlano, ha realizzato senza eccessivi costi, i risultati dell’attività di ricerca, di sviluppo, nonché degli investimenti effettuati dallo sviluppatore, che aveva ospitato sulla propria piattaforma. E ciò abusando del rapporto di fiducia ed affidamento generato dai contatti e dai rapporti instaurati con lo sviluppatore. Facebook ha invitato gli sviluppatori ad iscriversi al suo sito, fornendo loro gli strumenti per lo sviluppo di applicazioni originali, che potessero essere utilizzate dagli utenti di Facebook. A seguito di loro collaudo, le app sono state registrate come applicazioni approvate da Facebook. Facebook instaurava, quindi, con gli sviluppatori un “contatto sociale qualificato” da cui derivavano obblighi di buona fede, affidamento e correttezza.

L’attività di analisi è da considerarsi lecita solo se è finalizzata a capire i meccanismi di funzionamento dei programmi come la verifica delle funzionalità dell’applicazione per valutarne la collaudabilità e non certo per attività di elaborazione/derivazione per finalità commerciali, che comporterebbero un approfittamento parassitario del lavoro e degli ingenti investimenti altrui.

E che c’entra Facebook Italia in tutto questo?

Facebook Italia ha contestato la titolarità passiva, in quanto estranea all’attività di “gestione” del servizio che sarebbe confermata (secondo sua prospettazione) dal mancato rinvenimento del codice sorgente presso la sede in Italia. Tuttavia, è stato ritenuto che Facebook Italia sia solidalmente responsabile con le altre società convenute, concorrendo, per espressa ammissione, nell’attività di commercializzazione dei servizi Facebook sul territorio dello Stato, tra i quali rientrano quelli di geolocalizzazione forniti da Nearby, incorporati nel servizio di social network prestati da Facebook, nonché concorrendo nelle attività di promozione dei servizi medesimi.

@monicagobbato