Una rete di 6 acceleratori verticali, le startup, il territorio | Il progetto Sud 2.0

Un aggregatore e acceleratore di idee e progetti d’impresa pensati per la ripartenza del Sud. I dettagli del progetto di Pino Aprile e Agostino De Luca

«Le regole del gioco sono cambiate: un ragazzo al Sud deve avere le stesse opportunità di business di uno che è in qualsiasi altra parte dell’Italia o del mondo». Così esordisce Agostino De Luca nell’intervista rilasciata a StartupItalia! sul progetto Sud 2.0 che ha ideato e fondato assieme a Pino Aprile, scrittore e giornalista.

Agostino De Luca e Pino Aprile, fondatori di Sud 2.0

Agostino De Luca e Pino Aprile, fondatori di Sud 2.0

Entrambi pugliesi, Agostino e Pino,

con Sud 2.0, hanno deciso di andare oltre le inefficienze del sistema nell’occupazione giovanile del Mezzogiorno e di creare un nuovo modello per la ripartenza

un movimento dal basso e partecipato, fatto da gente comune che non vuole più aspettare che qualcuno conceda qualcosa per sviluppare le proprie idee, ma diventare artefice del proprio destino. La pagina Facebook di Sud 2.0 ha oltre 5.000 follower e il progetto sta per entrare nel vivo, con la fase 1: a breve partirà una campagna di crowdfunding per la raccolta di 1 milione di euro (la data di avvio era fissata per metà giugno ma sono arrivate diverse richieste di partecipazione al capitale sociale che vanno gestite prima dell’avvio della campagna). Il 70% sarà destinato alla costruzione di una rete di 6 incubatori, uno per ogni regione (Campania, Puglia, Molise, Calabria, Basilicata e Sicilia), e all’erogazione di 10 mila euro per finanziare i costi di avvio delle startup e 4 mesi di incubazione. Il restante 30% servirà a realizzare il giornale on line, diretto da Pino Aprile, per consolidare la community, facendo informazione dal Sud per il Sud, anche attraverso la denuncia delle discriminazioni e di cosa non funziona. Sono i primi passi per fermare l’emigrazione giovanile ma anche per creare modelli virtuosi di open-innovation, come spiega meglio Agostino De Luca.

Logo Sud 2.0

Come saranno gli incubatori di Sud 2.0?
«Sono degli incubatori territoriali verticali: ognuno avrà cioè una specializzazione in base alle industrie e ai settori di punta del territorio e fungeranno da acceleratori di idee. Oltre ad essere l’ambiente di riferimento per strutturare un business sostenibile e creare una startup, avranno anche una funzione di re-start, attivando dei processi di contaminazione e open innovation con le piccole e medio imprese locali che necessitano degli strumenti per competere: dalle strategie web di promozione ai processi di digitalizzazione. Le aziende potranno così esternalizzare le attività necessarie per innovare ma senza andare fuori dal territorio, perché attraverso call on-demand, potranno instaurare collaborazioni con il network di Sud 2.0. Anche per questo motivo (oltre che per evitare di perdere nuovamente le eccellenze locali),

le startup incubate avranno l’obbligo di restare almeno per 5 anni con la propria sede all’interno della regione di appartenenza».

Chi offrirà il supporto necessario per trasformare la propria idea in una startup?
«Ci sarà un team centrale formato dai migliori esperti a livello nazionale e internazionale, da investitori e business angel, in grado di guidare i team d’impresa in tutte le scelte e le verifiche necessarie a convalidare la loro idea, per poi entrare sul mercato. Avvieremo anche delle partnership con i centri di ricerca, le università e le associazioni di categoria locali per non perdere di vista il legame con il territorio e per valorizzare i risultati raggiunti. Assieme potremo creare un acceleratore diffuso, come cerchi concentrici che si espandono, fatto di startup, competenze e best practice».

Non c’è il rischio che il modello di incubatore Sud 2.0 si sovrapponga alle strutture già esistenti nelle regioni del Mezzogiorno?
«Sud 2.0 è completamente privato mentre gran parte delle strutture esistenti in Campania, Puglia, Molise, Calabria, Basilicata e Sicilia, che offrono percorsi e strutture di incubazione, sono a carattere pubblico. Ma, al di là dell’identità pubblica o privata, con il nostro progetto non vogliamo inventare nulla di nuovo né partire d’accapo da soli, annullando quello che è stato fatto fino ad ora da altre realtà. Piuttosto,

vogliamo ripartire lavorando con le eccellenze del territorio, contaminandoci reciprocamente con know-how e progettualità».

Dopo la fase 1, che si concluderà tra circa un anno, cosa accadrà a Sud 2.0?
«Ci saranno le fasi 2 e 3 in cui la nostra startup, che è una srl, si aprirà all’azionariato popolare, anche con strumenti di equity crowdfunding, per arrivare ad un aumento di capitale. Costruiremo un sistema di finanza dedicato per le imprese e amplieremo la fisicità di Sud 2.0, con sedi nelle zone franche e in aree soggette a defiscalizzazione. Vogliamo creare, attraverso un progetto a forte valenza sociale, proprio perché sostenuto dal basso, una rete di interconnessioni tra società partecipate che facciano di Sud 2.0 una struttura consolidata di riferimento per la crescita e la competitività del Mezzogiorno, senza privarlo della sua linfa vitale: i giovani».

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