Anna Gaudenzi

Anna Gaudenzi

Lug 6, 2017

Il calo degli investimenti in startup. Sì, business angels, ora tocca a voi

La tendenza sulle operazioni è negativa. E questo è un dato incontestabile. Sono i numeri a parlare. Che fare? La risposta deve venire dai privati. Sì, proprio da loro

 

Una primavera gelata. Per le startup i mesi del secondo trimestre 2017 sono stati meno ricchi di quelli invernali ma soprattutto meno ricchi di quelli dell’anno precedente. 75,3 milioni di euro raccolti negli ultimi 6 mesi a fronte degli 86,2 dello scorso anno. I round ci sono stati, Satispay, Codemotion, Wise lo sanno bene, eppure non si può che registrare una tendenza in negativo che si concretizza in un -12%.

Non poco. E non è il numero delle operazioni a calare (se contiamo anche il round di Sfera siamo a 40 operazioni) ma la portata dei round.

Il trend di una crescita non costante, ecco cosa non va

Su StartupItalia! Marco Bicocchi Pichi, presidente di Italia Startup, ha spiegato che non è il calo anno su anno che deve preoccupare, ma il trend: “Ormai da anni l’ordine di grandezza degli investimenti non cambia di molto e le eventuali flessioni sono sempre su cifre tutto sommato piccole, influenzate dai singoli deal e dalla raccolta dei fondi rispetto al ciclo di investimento-disinvestimento. In altre parole, quando i fondi sono in fase di investimento, la cifra si alza. La tendenza è quella di una crescita non costante. Il vero problema  – ha sottolineato – è che molte delle startup non hanno la possibilità di dimostrare la loro effettiva qualità nel panorama internazionale perché sono fortemente sottocapitalizzate e sottoinvestite. Avremmo bisogno di prendere i nostri 25 campioni, dotarli di una decina di milioni ciascuno, vedere se è possibile arrivare alle exit e suscitare un appetito per finanziare le nostre startup”.

Il ruolo dei privati e lo sgravio fiscale

E per i prossimi sei mesi? Realisticamente ci si può quindi aspettare che nel prossimo semestre la situazione resti la stessa. Ma possiamo invertire la rotta? Un ruolo importante potrebbero giocarlo i privati, i Business Angels che da gennaio possono usufruire di uno sgravio fiscale del 30% sugli investimenti in startup. Luigi Amati, che da un mese è diventato il nuovo presidente di BAE, la confederazione europea di associazioni e federazioni nazionali di Business Angel, ci aveva detto in quell’occasione che “in molti Paesi europei compresa l’Italia serve cambiare la cultura e soprattutto convincere i tre milioni di High Net Worth Individuals europei (persone con un patrimonio superiore ad un milione di euro) ad investire il 10% del loro patrimonio nell’economia reale delle imprese innovative”.

Troppo spesso gli italiani preferiscono rimanere nell’ambito degli investitori cosiddetti 3F (Family, Friends and Fools – la famiglia, gli amici e gli sciocchi) e non guardare a startup innovative con alto potenziale di scalabilità. Eppure i vantaggi dell’investimento ci sono: la legge di bilancio prevede che venga innalzata al 30% e fino a 3 anni sia la quota detraibile annualmente dall’Irpef, che le deduzioni Ires (fino a 1,8 milioni), indipendentemente dalla tipologia di startup innovativa beneficiaria dell’investimento. Ma non solo, investire in startup può essere effettivamente il modo per aiutare la nostra economia a crescere e a farlo a partire dai giovani.

Un cambio di passo

Un cambio di cultura e una maggiore apertura all’innovazione, alla tecnologia e all’internazionalizzazione. Ecco cosa serve anche. Diamo uno sguardo all’estero, ma sempre in casa nostra, alle startup fondate da team italiani con sede in Europa e Usa. Ecco, le nostre startup decollano (Soldo ha chiuso l’21 giugno un round da 11 milioni) e, secondo gli investitori stranieri le nostre realtà sono perfettamente allineate agli standard di qualità delle altre startup europee e americane. Creatività, attenzione e lavoro di squadra sono il nostro punto di forza. Ora serve un cambio di passo che parta dell’interno