L’HighTech italiano incontra il mercato israeliano | Il GreenMed Summit a Tel Aviv

Con il coordinatore dell’iniziativa parliamo delle opportunità di interscambio tra Italia e Israele. Aziende, startup e centri di ricerca interessati a prendere parte al progetto potranno applicare entro il 21 luglio

A Tel Aviv dal 12 al 14 settembre 2017 si svolgerà il GreenMed Summit, una business convention bilaterale Italia/Israele finalizzata a promuovere l’High Tech italiano verso il mercato israeliano e favorire la realizzazione di accordi commerciali e produttivi tra le aziende leader nei settori Green Power, Smart Grid, GreenTech, Trattamento delle acque, Protezione ambientale, Ict, Digital Applications. L’iniziativa (aziende, startup e centri di ricerca interessati a prendere parte al progetto potranno applicare entro il 21 luglio inviando la scheda di adesione ad [email protected]) si svolge in occasione della conferenza biennale Watec Israel 2017, fiera internazionale, sulle tecnologie delle acque ed il controllo dell’ambiente. L’ecosistema startup israeliano è un esempio di eccellenza come dimostrano i numeri. Nel 2016 il 20% degli investimenti privati mondiali sono finiti in aziende israeliane, sono tra 450 e 500 le start up nel settore della cyber sicurezza, con 40-50 che si uniscono ogni anno. Ma l’innovazione in Israele non si limita a questo settore: la profonda partnership tra pubblico e privato ha portato investimenti in tutti i settore dell’economia. Il risultato sono le oltre 6 mila startup innovative esistenti nello Stato ebraico e i 2,7 miliardi di euro di investimenti e 231 deal solo nel 2016. Abbiamo incontrato Francesco Marcolini – Coordinatore GreenMed Summit 2017 per farci raccontare le opportunità di interscambio possibili tra Italia e Israele.

GreenMed

Francesco Marcolini – Coordinatore GreenMed Summit 2017

Quali sono le principali opportunità che potranno trovare le startup italiane in questo confronto con l’ecosistema innovazione israeliano?
«L’ecosistema israeliano è molto avanzato e ha un carattere innovativo estremamente d’avanguardia. L’innovazione è tecnologica, ma è una conseguenza di un sistema sociale di relazioni e di propensione sempre verso la trasformazione, qualcosa che si vuole raggiungere e che in Italia obiettivamente abbiamo solo in qualche area o ambiente. Quello che le startup italiane potranno trovare sono principalmente tre: tecnologia di avanguardia con cui fare benchmarking, modelli organizzativi di ricerca, di commercializzazione e di gestione da poter assimilare. E grandi aziende internazionali, presenti sul territorio, con cui poter sviluppare delle collaborazioni e nel caso di startup che abbiano degli alti livelli tecnologici da offrire».

Questo interscambio tra Italia e Israele quali benefici può portare in termini di crescita e formazione per tutti i giovani innovatori italiani?
«Israele è un esempio di innovazione a tutti i livelli. Avere un’esperienza di lavoro in Israele o avere una join venture con una società israeliana, apre obiettivamente anche la mente su nuove formule organizzative. Questo lo posso confermare anche come mia esperienza personale diretta in questa organizzazione. L’imprenditore israeliano ad un primo impatto può sembrare una persona molto dura, e apparentemente poco disponibile, per cui occorre conquistare la sua fiducia soprattutto con elementi concreti, quindi con la capacità tecnologica, con la capacità organizzativa e con la qualità del proprio prodotto».

In base alla sua esperienza e confrontando l’ecosistema startup Italia vs Israele, quali sono gli aspetti su cui ci si dovrebbe maggiormente soffermare?
«Israele è uno stato che sta sviluppando grandi tecnologie, ma che cerca mercati perché chiaramente non ha un mercato alle spalle. L’Italia invece ha un importante rete commerciale e di mercato, sia a livello nazionale che nell’Unione Europea. Per cui quello su cui stiamo spingendo, anche grazie ai bandi del Ministero degli Esteri per la collaborazione industriale, è quello di dire agli israeliani di vedere l’Italia come l’approdo e l’ingresso dell’Unione Europea. E questo in parte è già accaduto e sta accadendo. E infine quello di dire agli italiani di vedere Israele come un modello per poter prendere non solo tecnologie, ma anche esempi organizzativi».

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