Gabriele Niola

Ott 6, 2017

Blade Runner 2049, la scalata di Denis Villenuve al capolavoro di Ridley Scott

Esce nelle sale il sequel del cult del 1982. Lo abbiamo visto in anteprima: e possiamo dirvi che vale la pena tornare al cinema

La parte migliore di Blade Runner 2049 è quella che non ha nulla a che vedere con Blade Runner: e questa non è una sconfitta del film, ma la sua vittoria. Il sequel del film del 1982 non solo imbastisce una trama molto collegata a quella dell’originale, che si muove a partire da quel che accadde lì e, specie nel finale, ne riprende esplicitamente personaggi e fila, ma riesce anche con il personaggio del protagonista (Ryan Gosling) ad essere un altro film di fantascienza. Uno molto bello per giunta!

Nelle 2 ore e mezza di durata del film del resto spazio ce n’è e Denis Villeneuve, con Arrival, ha dimostrato non solo di conoscere cosa conta nel cinema di fantascienza, ma anche di avere una vera passione per il genere: di essere affascinato da quei meccanismi che implicano l’esplorazione dello sconosciuto, il contatto con qualcosa di misterioso e sconosciuto.

La montagna di Ridley Scott

Blade Runner chiaramente metterebbe in difficoltà chiunque, e ha più di un punto di ragione chi si chiede “Ma ce n’era davvero bisogno?”: tuttavia vedendo questo nuovo film si capisce subito che Villeneuve ha un’adorazione per il primo e usa questo secondo non per ritoccarlo ma per accrescerne il mito. Gli eventi del 2019, visti nel 2049, sono mitologici, epici, sono un momento fondamentale e i protagonisti di quella storia sono titani rispetto ai protagonisti di questa. In un’epoca in cui vediamo moltissimi sequel o prequel è possibile dire che forse questo tipo di relazione tra un nuovo film e il suo originale è la migliore possibile.

Questo bellissimo film di fantascienza, che di certo non è come l’originale ma che sa farsi valere, per fortuna però ha il pregio di saper anche essere autonomo: di dare con grandissima classe quel colpo alla botte che serve, e un altro colpo al cerchio che pure ci voleva.

Blade Runner 2049 è infatti anche la storia di un altro blade runner, un altro cacciatore di replicanti, che si muove in un sottogenere diverso. Nel 2049 ci sono sempre i replicanti ma sono più evoluti e hanno idee e intenzioni molto chiare (la Tyrrell è fallita come un’Alitalia qualsiasi: ora una nuova multinazionale, la Wallace, ha preso il suo posto nel palazzone piramidale e oltre a fare replicanti differenzia con elettronica di consumo finalizzata alla domotica).

Certo ci sono le piogge e un bellissimo score elettronico, ci sono le contaminazioni asiatiche (ma anche quelle inedite russe), c’è qualche anziano personaggio dell’82 e quelle luci mobili che illuminano le stanze provenendo da fuori (il vero marchio di fabbrica di quel film). Ma c’è anche una storia che né Scott né Dick avrebbero mai concepito che tuttavia si incastra benissimo nel mondo che è nato dall’unione delle loro due creatività.

Il blade runner di Villeneuve

La trovata migliore del film è quella del rapporto tra il protagonista e la sua assistente domestica, Joi, un prodotto della Wallace corporation che quando si accende ha il tipico jingle da app per smartphone ma che sostanzialmente è un’ologramma dotato di intelligenza artificiale (è molto interessante come per tutto il film facciamo fatica a capire se la sua IA è più o meno evoluta di quella dei replicanti), proiettato in casa con un interessante macchinario tra il futuristico e il meccanico ma anche portatile su una pennetta.

Joi è fasulla a tutti i livelli, perché nemmeno è tangibile, ma parla ed interagisce, è “intelligente” e si comporta come una mogliettina o una fidanzata, si preoccupa e cura il protagonista: lo capiamo subito e non è certo uno spoiler il fatto che i due hanno una “relazione” (con tutte le virgolette del caso). Proprio questo dettaglio, quello che meno riguarda la tecnologia del film del 1982 e più somiglia alla nostra (Joi è proprio l’evoluzione di Siri: ha una suoneria, ha un logo animato in 3D, deve essere aggiornata e si blocca quando arriva una telefonata o una nota vocale) racconta le cose migliori e fa il lavoro della fantascienza: mettere in scena l’evoluzione delle tendenze che conosciamo per dire qualcosa sul nostro presente.

Se Blade Runner è un film di solitudine incredibile, in cui un pugno di personaggi cerca di avere più vita, Blade Runner 2049 quando non è intento a portare avanti quella storia è un film di isolazione in cui l’unico vero rapporto che il protagonista ha è con Joi. E non è un rapporto da poco. Senza arrivare alle punte grottesche e surreali di Lei (il film di Spike Jonez, con Joaquin Phoenix innamorato della voce di Scarlett Johansson nello chassis di un iPod Shuffle), la maniera in cui Ryan Gosling, con il suo stile di recitazione in sottrazione molto quieto e parco, rende il bisogno del suo personaggio di contatto umano tramite la relazione con la cosa meno umana di tutte, anche meno dei replicanti, è fantastico. E Denis Villeneuve, proprio a questo proposito, ha delle idee visive straordinarie: momenti in cui vero e finto si sovrappongono per esprimere il bisogno di contatto nel privato, di qualcuno che nel pubblico è un cacciatore di robot.

Certo tutto questo poteva anche avere spazio in un film a sé che non si fosse chiamato Blade Runner. Ma il fatto che questo regista canadese sia riuscito invece ad infilarlo perfettamente in quell’universo, e ad usare tutto ciò per portare avanti la storia di Deckart e del mondo in cui i replicanti desiderano vivere, è un punto in più e non uno in meno.