Enrico Verga

Enrico Verga

Ott 25, 2017

Turismo e Big Data: opportunità o minaccia? Lo abbiamo chiesto a Federturismo

I big data sono un'opportunità per il turismo italiano. Tuttavia se gli organismi nazionali non si doteranno di soluzioni domestiche per gestire il flussi dati generati dai turisti, la loro valorizzaizone sarà esclusiva delle multinazionali straniere. L'analisi

Esiste un mercato immenso in italia, si chiama Big Data. Esiste una sfida immensa in Italia, si chiama Big Data.

Partiamo dai dati

Stando alle analisi l’Italia attrae turisti, milioni di turisti. Secondo Enit, per esempio, vi è un aumento del 77% di arrivi stranieri in Italia.

Durante l’estate 2017 i maggiori incermenti sono arrivati dalla Russia (dal 20% al 30%) dalla Spagna (tra il 2% e il 25%), Austria e Ungheria (tra il 10% e il 15% entrambe), gli Usa e il Canada ( tra il 5% e il 15%) Cina (il 15%) e Corea ( tra il 12% e il 20%). Dati simili (aggiornati al 2016) provengono dal rapporto di Aribnb (la multinazionale americana che ha problemi a conteggiare le tasse da pagare al governo italiano, come riporta Business Insider): il 18% dei suoi ospiti sono nord americani, il 68% europei (dei quali 18% italiani, 14% francesi, 7% britannici), il 6% asiatici.

Che cosa rischia l’Italia

Tutto molto positivo e le aziende turistiche (o meglio che beneficiano direttamente o indirettamente dei flussi turistici) ringraziano. Tutto molto negativo, tuttavia, se consideriamo le proiezioni future. L’italia rischia di farsi sottrarre il suo Colosseo, la torre di Pisa, Via Montenapoleone (non sarà un’opera d’arte ma attira molti turisti), il Chianti Shire (come lo definiscono gli ingelsi) .

Sia chiaro non esiste un rischio plausibile che tali opere e aree vengano fisicamente sottratte all’Italia.

La sottrazione non sta nell’atto fisico, in questo caso, ma in quello virtuale

 

L’Esperienza Italia

L’italia non è solo Pizza, Mandolino e Mafia, questo è chiaro a molti. Di fatto la nostra nazione è un faro per quello che si può definire, con le dovute cautele, uno stile di vita. Lavorare per vivere, non vivere per lavorare. Un tripudio di sapori, profumi, momenti che ogni turista abbraccia, seppur brevemente.

I turisti, tuttavia, hanno un valore economico ben comprensibile. E fornire loro un’offerta intrigante, che li catturi che li invogli a tornare, è una sfida che l’Italia sta subendo.

Se un turista straniero vuole venire in Italia cerca prima su Google per comprendere che esperienze potrebbe fare. Poi prenota un volo o un trasporto via treno. In questo caso Edreams e Booking.com sono soluzioni utili: permettono di unire trasporto e albergo, con (a volte) un risparmio. Nel caso voglia soluzioni più informali o su mete meno coperte dagli alberghi potrà utilizzare Airbnb.

Una volta in Italia, per comprendere se un ristorante sia valido (il famoso rapporto qualità prezzo) si rivolgerà ai consigli di amici (che può raggiungere facilmente via Facebook, Linkedin, Twitter o Istagram), oppure su portali che si occupano di recensioni, come Trip Advisor. Su questo e altri portali potrà prenotare il ristorante, porre la sua recensione etc.

Domanda. Tutte queste realtà sono italiane? No.

Tutte queste realtà (o una buona parte) sono basate negli Stati Uniti, hanno una sede in Irlanda e di fatto posseggono molti dati dei turisti. Dati grezzi che possono raffinare per creare profili (personas in gergo) per ottimizzare la loro esperienza di vendita di servizi o prodotti e, lungo la catena del valore.

L’intervista a Antonio Barreca di Federturismo

Per approfondire il tema ne abbiamo discusso con Federturismo. “Le aziende che collezionano Big Data sono sia un’opportunità che una minaccia. Sono un’opportunità nella misura in cui sia possibile avere accesso a questi dati. Mi riferisco a quelli “pubblici” disponibili quindi sulle numerose e differenti piattaforme sociali che possono essere tracciati liberamente (piattaforme sociali sempre straniere NDR) e processati attraverso gli strumenti digitali di intelligenza artificiale e predittiva oggi disponibili. Sono una minaccia se siamo schiavi di piattaforme straniere che li gestiscono e li utilizzano senza vantaggio per le aziende e gli organi pubblici (a meno che non si paghi l’accesso comprando, per esempio, pubblicità sulle stesse piattaforme).” Spiega Antonio Barreca Direttore Generale di Federturismo.

Quali possono essere le strategie per valorizzare questi dati?

“Spetta al governo costruire una strategia nazionale e lo sta facendo attraverso il piano strategico sul turismo elaborato dal Mibact e approvato dal Consiglio dei Ministri . È un piano pluriennale sulla governance del turismo italiano basato su tre principi trasversali (sostenibilità, innovazione e accessibilità) e 4 obiettivi generali che punta a rimettere ordine e dare una visione comune alle strategie pubbliche e private assegnando a ogni componente della filiera precise responsabilità”

Vi sono nuove tendenze emergenti?

“Abbiamo notato una nuova tendenza. I clienti stanno iniziando ad abbandonare le piattaforme di intermediazione (big data) per focalizzarsi sui brand. E’ un opportunità da sfruttare per creare un nuovo percorso di scelta turistica direttamente fruibile sui portali dei brand e delle realtà della filiera turistica (hoteliers, Spa, ristorazione produzione artigianale tipica etc..). Esiste poi il tema dei micro-momenti: pochi secondi in cui l’attenzione dell’utente (parliamo di ambienti mobile, con uno schermo più piccolo e molt distrazioni) è estremamente focalizzata. Si tratta di uno sforzo che richiede preparazione tecnica e strategie. E’ molto importante riconoscere la differenza tra generare un lead (contatto) e trasformarlo in un cliente. La possibilità quindi di tracciare questi momenti e i relativi utenti in rete (nei social pubblici) è un’opportunità su cui investire.”

 

Resta la domanda Amletica a cui ogni progetto deve dare risposta
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I costi. Perché i progetti di questo genere, prevedere strategie digitali, hanno costi. Costi che il settore del turismo non può o al peggio non vuole affrontare.

La Webtax come possibile soluzione

Esiste tuttavia una risorsa in più per generare la liquidità di cui agenzie pubbliche e associazioni di categoria potrebbero usare. La Webtax discussa di recente nei paesi baltici è una proposta che sta avanzando, malgrado i malumori dei lobbysti delle aziende straniere che gestiscono Big Data. Potrebbe portare miliardi nelle casse dello stato italiani.

“Nella misura in cui un’azienda opera in Italia e fa guadagni in Italia dovrebbe pagare le tasse in Italia.” Continua Federturismo. “Il gettito ricavato potrebbe certamente essere investito in una strategia digitale nazionale, purchè si giochi ad armi pari nel rispetto delle regole. Noi non abbiamo nulla contro Airbnb o le altre piattaforme di prenotazioni on line (OTA) che anzi hanno reso possibile l’inserimento sul mercato turistico di realtà alternative alle soluzioni alberghiere tradizionali, rappresentando un valore aggiuntivo. E’ fondamentale però che chi ha una stabile organizzazione in Italia paghi le tasse qui”. Conclude Barreca.

Con queste considerazioni l’Italia è di fatto una miniera d’oro per il turismo. E non si dimentichi che i dati raccolti, se valorizzati, potrebbero essere utili anche per altri settori: moda, design, alimentare. Tutte aree dove l’Italia è campione indiscusso.

Resta solo da comprendere se il turismo in Italia riuscirà a acquisire questi dati e valorizzarli.

 

@enricoverga