UE Chiama Italia | Investimenti e reddito di cittadinanza, cosa si è detto all’Economic Ideas Forum 2017

A Bruxelles si è tenuto l'Economic Ideas Forum 2017. Ieri vi abbiamo parlato di cybersecurity e fake news, oggi del piano Juncker per gli investimenti e del reddito di cittadinanza provato in Finlandia | SECONDA PARTE

Martedì a Bruxelles si è tenuto l’Economic Ideas Forum 2017 (#eif2017), evento organizzato annualmente dal Martens Centre, il Think Tank dell’EPP, il Partito Popolare Europeo.

Tanti i temi toccati, dal digitale al futuro del lavoro in Europa. Nella prima parte di ieri, vi abbiamo parlato di cybersecurity, fake news e social media, oggi parleremo di piano Juncker per gli investimenti in imprese e di futuro del lavoro e reddito di cittadinanza.

Come sta andando il piano Juncker per gli investimenti

Il piano Juncker, che prende il nome dall’attuale Presidente della Commissione Europea, prevede lo stanziamento di diversi miliardi di euro dal Fondo Europeo per gli Investimenti Strategici (FEIS). Il piano si compone di tre obiettivi: “eliminare gli ostacoli agli investimenti; dare visibilità e assistenza tecnica ai progetti di investimento; e fare un uso più intelligente delle risorse finanziarie.”

Paulina Dejmek-Hack, Finantial Advisor di Juncker, ha spiegato che questi fondi finora hanno favorito quei progetti innovativi, un po’ rischiosi, che altrimenti avrebbero avuto un difficile accesso al credito.

Al momento sono stati stanziati 47.4 mld che hanno attratto investimenti per 240.9 mld. Se prendiamo ad esempio l’Italia, il fondo ha approvato uno stanziamento di 6.1 mld che ha attratto investimenti per 35.8 mld.

“Per accedere al fondo – ha continuato la Hack – bisogna presentare progetti un po’ rischiosi ed innovativi, che altrimenti non attrarrebbero denaro sui canali classici di investimento. Ad ogni modo il piano Juncker non è la panacea di tutti i mali, ma solo un tassello di una strategia più ampia.”

Non così ottimista è stata Maria Spyraki, giornalista greca ed europarlametare, che ha paragonato il piano Juncker al Giano Bifronte. Da un lato non si può negare che abbia portato risultati, ma dall’altro resta ancora difficile per le PMI avere accesso a questi fondi.

Inoltre, come ricordato da Maria Luis Albuquerque, parlamentare portoghese, la definizione di PMI cambia da stato a stato. In Germania ad esempio sono più grandi.

Al panel era presente anche Karim Lesina, Vice President di AT&T for International External Affairs, che ha fatto un discorso più ampio su quello che dovrebbe fare l’Europa per rilanciare l’economia.

“Più l’economia è aperta e più è capace di attirare investimenti. L’Argentina ha cambiato il suo piano di investimenti e in 2 anni è diventata molto più attrattiva. Troppo spesso cerchiamo di imitare la Silicon Valley invece di guardare a dove l’UE può fare da apripista. Ora che la crisi è alle spalle non si deve correre il rischio di regolare troppo il mercato. Meglio piuttosto concentrarsi sui dei principi: semplificare, modernizzare e adattare la legislazione esistente, il tutto migliorando la trasparenza delle aziende.”

Quale ricetta per il futuro del lavoro

Le macchine prenderanno il nostro posto? Non secondo Ziga Turk, professore all’Università di Ljubljana ed ex ministro all’educazione in Slovenia, che vede un futuro in cui i computer non ci rimpiazzeranno ma ci aiuteranno. Tuttavia la formula vale solo per chi avrà voglia di lavorare, innovare, aggiornarsi perché senza dubbio alcuni posti di lavori scompariranno.

Reddito di cittadinanza: l’esperienza finlandese

Il futuro del lavoro automaticamente pone il problema di come fronteggiare la scomparsa di alcuni lavori e il conseguente rischio di disoccupazione nel breve periodo.

A portare una soluzione è stato Petteri Orpo, ministro delle finanze della Finlandia, che ha introdotto il reddito di cittadinanza con un progetto pilota su 2000 disoccupati, selezionati casualmente. Il progetto, partito a inizio anno, proseguirà per 2 anni. Si tratta di un reddito base di 560€ che non viene perso se si trova un lavoro e non fa distinzioni di reddito.

L’idea parte dal dato di fatto che la digitalizzazione, l’automatizzazione dei processi e la competizione con mercati globali ha colto impreparati mlt lavoratori che ora si ritrovano senza le skills necessarie per tornare competitivi nel mondo del lavoro. I lavori sono diventati sempre più atipici e meno pagati e un’entrata fissa garantita permetterebbe di alleviare il problema.

Federico Reho, ricercatore al Martens Centre, non si è trovato molto d’accordo con l’idea di un reddito base che non fa differenza tra ricchi e poveri e dal livello di educazione.

“Stiamo passando da una società dell’abbondanza a una società della scarsità. Dobbiamo capire come ridistribuire i profitti che altrimenti resteranno nelle mani diquei pochi che posseggono i robot. Il reddito di cittadinanza porta con sè tre problemi:

  1. il costo
  2. l’etica: perchè non sarebbe giusto non fare distinzioni tra ricchi e poveri
  3. incentivi: le persone sarebbero spinte a fare meno invece di uscire dalla condizione di disoccupazione”

Quello dell’incentivo a fare meno può però derivare anche da un’eccessiva tassazione, come fatto notare da Gunnar Hokmark, europarlamentare svedese in commissione Economic and Monetary Affairs.

“Una tassazione troppo alta può essere un incentivo a fare meno. Più tasse vogliono dire meno ricchezza e prosperità. Al momento troppe persone dipendono dal sistema sociale. Bisogna aprire il mercato del lavoro che al momento resta inaccessibile a molti e per farlo dobbiamo investire in educazione e conoscenza.”

Che prospettive dunque?

Senz’altro l’UE si sta muovendo nella giusta direzione ma la sensazione è che si debba spingere l’acceleratore. Guardare agli altri paesi senza perdere di vista l’identità europea che deve essere la base per una nuova partenza, in grado non solo di attrarre investitori esteri, ma soprattutto di non far fuggire le ottime competenze interne che possono far diventare l’Europa una “European Valley” per le imprese di nuova generazione.