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Gen 2, 2018

Da Frankenstein a Matrix. L’intelligenza artificiale nel cinema e nella letteratura

Il fascino dell’intelligenza artificiale va avanti da quasi due secoli: dal romanzo di Mary Shelley, Frankenstein, al robot Sophia, presentato al Web Summit 2017 a Lisbona

Uno dei primi antenati dei robot e dell’intelligenza artificiale viene dalla penna di Mary Shelley, creatrice di Frankenstein. Considerato il primo vero romanzo di fantascienza, Frankenstein divenne subito un best seller. Quello che una volta sembrava una fantasia bizzarra, l’idea che l’uomo possa creare un essere in grado di pensare autonomamente, oggi ha un fascino irresistibile. Le storie di intelligenza artificiale di oggi prosperano sull’ambiguità, trovando le simpatie del pubblico, sfidano i nostre preconcetti e esigendo un’intelligenza molto reale.

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Frankestein

Frankenstein si basa sulla nozione che gli esseri umani rifiuteranno intrinsecamente l’intelligenza artificiale come innaturale e bizzarra. Questo rifiuto è dovuto soprattutto all’aspetto del mostro di Frankenstein (memorabilmente interpretato da Boris Karloff come un essere dalla testa squadrata nell’adattamento cinematografico del 1931). La missione del dottor Frankenstein è solo quella di dimostrare di poter creare la vita, senza curarsi dell’aspetto. Ma cosa succede quando l’intelligenza artificiale viene confezionata in un pacchetto più attraente?

Nel dramma fantascientifico suddiviso in tre atti RUR, del 1920, scritto dal drammaturgo ceco Karel Čapek e andato in scena a Praga nel gennaio del 1921, compare per la prima volta il termine “robot”, che deriva dalla parola ceca robota (lavoro). In realtà i robot di Čapek sono umanoidi costituiti interamente di materia organica e simili agli esseri umani. L’utopia del dramma è di liberare l’umanità dalla schiavitù della fatica fisica. Ma gli effetti sono catastrofici, l’umanità reagisce male, affonda nel vizio e nell’indolenza, e le nascite iniziano a calare in modo preoccupante. I robot, ormai diffusi in tutto il mondo, iniziano a ribellarsi ai loro creatori e a sterminarli.

Asimov e le tre leggi della robotica

Questa visione, così fredda e spietata, è stata spesso rivisitata. L’autore di fantascienza Isaac Asimov ha scritto “le tre leggi della robotica”, un concetto influente per aiutare a chiarire come gli umani possano controllare le proprie creazioni:

  1. Un robot non può recar danno a un essere umano né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, un essere umano riceva danno.
  2. Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purché tali ordini non contravvengano alla Prima Legge.
  3. Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché questa autodifesa non contrasti con la Prima o con la Seconda Legge.

Per Asimov, l’intelligenza dei robot è categoricamente diversa da quella degli esseri umani: noi siamo governati dall’etica e possiamo cambiare le nostre scelte al momento, mentre per i robot l’autoconservazione viene solo dopo aver protetto e servito l’uomo. In alcuni dei suoi ultimi racconti, I Robot e l’Impero e Fondazione e terra, uno l’ultimo della serie dei Robot e l’altro l’ultimo della saga delle Fondazioni, Isaac Asimov postula l’esistenza di una Legge più generale:

Legge Zero: un robot non può danneggiare l’Umanità, né può permettere che, a causa del suo mancato intervento, l’Umanità riceva danno.

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Isaac Asimov

Con l’introduzione di questa nuova legge, le tre precedenti vengono conseguentemente modificate: a tutte le leggi viene aggiunta la postilla “A meno che questo non contrasti con la Legge Zero”. La Legge Zero si pone come la più importante delle leggi, ed è significativo il fatto che questa legge sia coniata proprio dai robot (più precisamente, viene formulata da R. Daneel Olivaw nel romanzo I Robot e l’Impero).

2001: Odissea nello Spazio

Nelle storie successive, i robot di Asimov si tramutano in un supercomputer che comprende di poter servire correttamente l’umanità dominandola. Questo paradosso sembrerà familiare a chiunque abbia visto 2001: Odissea nello Spazio di Stanley Kubrick. Il film del 1968 ha tra i suoi protagonisti HAL 9000, il supercomputer di bordo della nave spaziale Discovery, dotato di un’evoluta intelligenza artificiale che gli consente di riprodurre tutte le attività della mente umana, di provare emozioni, di parlare con una voce totalmente umana e di condurre la missione spaziale, dialogando con gli astronauti.

HAL 9000 non sembra una minaccia, è una macchina perfetta teoricamente progettata per non commettere errori. Quando viene disattivato, il regista ci fa ascoltare la filastrocca “Giro Giro Tondo”, in una scena dal forte pathos in cui Kubrick ci mostra il rapporto uomo-macchina, tematica approfondita anche in film successivi.

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HAL 9000

La realtà virtuale di Matrix

Nel 1999 i fratelli (poi diventate sorelle) Wachowski creano la realtà di Matrix, un mondo distrutto dal conflitto tra l’uomo e la macchina. La differenza non potrebbe essere più rigida: anche quando le macchine assumono una forma umana, come nel caso dell’Agente Smith, c’è qualcosa di poco reale, anche rapportato ad HAL 9000. HAL vuole uccidere un paio di esseri umani per ciò che comprende essere il bene supremo dell’umanità, l’Agente Smith è totalmente motivato dall’odio.

Terminator a StarWars

Tornando indietro nel tempo, uno dei cyborg più famosi e riconoscibili in tutta la cultura pop è ovviamente Terminator, interpretato da di Arnold Schwarzenegger. Nel film d’esordio della saga nel 1984, Terminator viene inviato dal futuro per uccidere Sarah Connor, il cui figlio crescerà e distruggerà la potente rete IA Skynet. In Terminator 2 del 1991, il Terminator funge da protettore, grazie alla riprogrammazione che ha subito nel futuro. Skynet è la visione più scura di intelligenza artificiale, un programma creato per aiutare l’umanità ma determinato a superare i suoi creatori, mentre il Terminator offre una visione leggermente più speranzosa.

Non possiamo sfuggire all’intelligenza artificiale, ma forse possiamo codificarla per farci aiutare. Ci sono stati molti androidi positivi nella narrativa. Figure come Rosie, il robot casalinga nei Jetsons, il cartoon di Hanna-Barbera, senza dimenticare R2-D2 e C-3PO in Star Wars.

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R2-D2 e C-3PO in Star Wars

Oltre a robot che vogliono dominare o aiutare, ci sono anche quelli che vogliono fare le stesse cose che fanno gli esseri umani. Come in Ex Machina diretto da Alex Garland nel 2015, in cui si racconta di un umanoide che, sorprendentemente, risulta avere una mente propria e voglia di libertà. Tematiche simili le ritroviamo anche in Westworld, la serie HBO ideata da Jonathan Nolan, basata sull’omonimo film del 1973 diretto da Michael Crichton. Westworld è un parco divertimenti popolato da androidi, creato per consentire ai visitatori un’esperienza a tema western realistica e ultra violenta, senza alcuna ripercussione morale e legale. Ma i robot cominciano a desiderare la libertà e il libero arbitrio.

Da Frankenstein a Matrix, il cammino attraverso l’immaginario e la fantasia della storia dell’intelligenza artificiale è molto lungo. Anche in anni recenti il cinema si è ispirato a questi temi per le proprie produzioni. Nel film di Spike Jonze, Her, del 2013, Scarlett Johansson regala la voce ad un personaggio simile a Siri, che  comprende tutto, tranne il motivo per cui il suo proprietario a volte non riesce a vederla come umana. In A.I.-Intelligenza Artificiale  di Steven Spielberg del 2001, Haley Joel Osment presta il volto ad un giovane robot, creato per amare gli uomini e per essere amato, ma non riesce a capire perché le sue strane azioni provocano paura e odio negli umani. Infine c’è Blade Runner del 1982. Il capolavoro di Ridley Scott probabilmente è il film più completo mai girato sull’intelligenza artificiale. L’immaginario di Blade Runner sui modi in cui l’intelligenza artificiale potrebbe fondersi con la società ha dato al genere nuove altezze verso cui aspirare.

Il web summit di Lisbona: arriva Sophia

Tutto questo potrebbe sembrare solo fantascienza, frutto della fantasia di libri, film e serie tv, ma questa realtà è più vicina di quanto pensiamo. Al Web Summit 2017 di Lisbona è stata presentata Sophia, la donna robot il cui volto è modellato sulle fattezze di Audrey Hepburn. Forse il divario tra noi e i robot sta diventando sempre più sottile.

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