Lorenzo Gottardo

Lorenzo Gottardo

Nov 26, 2017

Way of the Future, nella Silicon Valley c’è chi ha trasformato l’AI in divinità

Pericolosa minaccia o religione del XXI° secolo? L'Intelligenza Artificiale ormai condiziona le nostre vite. E il messia del nuovo credo, Anthony Levandowski, è un ex ingegnere Google implicato in una causa legale da 2 miliardi di dollari

Ci avevano già pensato i fratelli – oggi sorelle – Wachowski quando nel 1999 si erano inventati l’universo distopico di Matrix. Un mondo governato dalle macchine in cui l’umanità è stata ormai schiavizzata e dove la cosa che più si avvicina ad una divinità è un’AI che prende nome di “Deus ex Machina”. Quella che però, allora, poteva sembrare una geniale trovata narrativa, rischia di trasformarsi oggi in realtà al limite dell’inquietante. Una religione 2.0 con tanto di fedeli e messia.

Way of the Future, il profeta che si fa credo

Way of the Future, questo il suo nome, è un’organizzazione religiosa a tutti gli effetti. A fondarla è stato nel settembre 2015 l’ingegnere Anthony Levandowski. Con lo scopo, stando a quanto dicono i documenti depositati in California, “di promuovere la realizzazione di una divinità basata completamente sull’Intelligenza Artificiale”. Sebbene molte cose di questa nuova chiesa non siano ancora chiare, una è invece certa. CEO e presidente della Way of the Future è Anthony Levandowski.

Ma, pensandoci bene, anche questo è un credo come un altro. Ad esser cambiati sono i tempi. Da sempre le religioni sono state plasmate dall’uomo a seconda delle necessità percepite dalla società. Dunque, cosa c’è di strano se nel XXI° secolo, epoca dello scetticismo relativo, la divinità abbandona la sua rassicurante forma umana per trasformarsi in entità complessa fatta di codici e circuiti?

In fin dei conti, questa è la Silicon Valley. La Mecca della tecnologia. Il luogo dove molti guardano al futuro in attesa della “Singolarità”, il giorno in cui le macchine prenderanno il controllo e governeranno il mondo con giustizia ed equità, al posto degli uomini. Qui, per un Elon Musk che guarda all’AI con timore additandola a possibile causa di una terza guerra mondiale, c’è un Anthony Levandowski che la idolatra come divinità rivelata.

Dal pulpito alla sbarra

Oltreché profeta in erba, Anthony Levandowski è protagonista di una delle più importanti cause relative al furto di segreti commerciali tra Uber e Waymo, la società automobilistica autonoma di Google.

Già perché, prima di dedicarsi alla creazione dei camion a guida automatica della Otto, azienda acquistata nel 2016 da Uber, Levandowski lavorava alla Waymo. Per la quale aveva seguito lo sviluppo e progettazione delle auto autonome che già oggi, in città come Phoenix, Arizona, portano in giro passeggeri reali. Mentre oggi si dedica al progetto della startup Kitty Hawk di Larry Page che vuole rivoluzionare con i suoi droni il trasporto aereo delle persone.

In seguito alla causa legale mossa da Waymo, Uber ha preferito licenziare Anthony Levandowski

Lo scorso febbraio, però, Waymo ha chiamato in causa Uber. Secondo le motivazioni addotte, Levandowski avrebbe approfittato della sua posizione per sottrarre a Google dati e segreti aziendali con l’intento di rivendere il tutto ad una’azienda rivale. Uber, in questo caso, che ha pagato per la tecnologia della Otto ben 680 milioni di dollari. Waymo chiede ora un risarcimento da circa 1,9 miliardi.

Il mese prossimo il tribunale di San Francisco si pronuncerà sulla questione. Il verdetto, qualunque esso sia, avrà importanti conseguenze non solo sul mercato dei sistemi di pilotaggio automatico, ma anche su quello dei brevetti e della paternità di idee e progetti.