Tommaso Magrini

Tommaso Magrini

Gen 4, 2018

Così le primavere arabe sono diventate l’inverno del tech

A sei anni e mezzo di distanza le speranze rivoluzionarie sono finite. Non solo dal punto di vista politico, ma anche da quello dell'innovazione

Winter is coming. A furia di dirlo, l’inverno è arrivato davvero. Le primavere arabe sono durate poco, molto poco. E sul trono, anzi sui troni, siede sempre lo stesso potere con facce diverse. Addio all’innovazione tech, l’alba sembra essere già diventata un tramonto.

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La grande illusione delle primavere arabe

Il 2011 sembrava essere destinato a passare agli archivi di storia come l’anno della grande svolta. Le primavere arabe stavano esplodendo in tutto il Maghreb e in tutto il Medio Oriente. Dalla Tunisia all’Egitto, dallo Yemen al Bahrain, sembrava che le vecchie oligarchie fossero destinate a cadere per lasciare posto al fiorire di nuove democrazie. E la spinta decisiva a questa grande idea di rinnovamento sembrava arrivare da internet, dai social network, dalle app. La tecnologia appariva sempre di più una grande forza democratica in grado di liberare gli oppressi dal giogo di un potere oscurantista destinato a essere spazzato via per lasciare posto all’innovazione politica e digitale.

Il potere dei social network

Al sorgere delle primavere arabe il ruolo giocato dai social network come Facebook e Twitter era stato molto importante. La diffusione dei video e delle foto delle proteste, le possibilità di comunicazione per organizzare i ritrovi e le manifestazioni di massa: sembrava proprio che l’onda social non avesse possibili controindicazioni per la nuova generazione pronta a rovesciare il vecchio e corrotto sistema di potere. Sul finire del 2017 abbiamo purtroppo capito che nulla di tutto ciò si è verificato e le forze sociali, politiche e tecnologiche in campo erano state sopravvalutate o addirittura malgiudicate.

Più facile tracciare i dissidenti

La tecnologia ha aiutato gli attivisti rendendo facile come mai prima organizzarsi in gruppi. Ma ora conosciamo anche l’altro lato della medaglia che prima non era stato considerato. Gli stessi social e le stesse app che li avevano aiutati a insorgere hanno reso molto più facile il loro riconoscimento. Per le autorità e i gruppi di potere, una volta comprese le potenzialità delle nuove tecnologie, è stato semplice sfruttarle per tracciare gli antagonisti e diffondere disinformazione e fake news, sovvertendo dal loro stesso interno le rivoluzioni annunciate che sono rimaste in larga parte solo sulla carta.

La neutralizzazione delle proteste

I dissidenti, insomma, sono diventati più facili da individuare. Una controindicazione troppo grande per poter continuare a sostenere serenamente che i social rappresentano un aiuto decisivo alle insurrezioni democratiche. Sicuramente gli strumenti tecnologici hanno consentito raduni di massa ma dall’altro lato hanno anche portato alla loro neutralizzazione. Secondo alcune stime, l’efficacia delle manifestazioni di resistenza non violenta è diminuita nell’era dei social, passando da un 70 per cento degli anni Novanta a un 30 per cento degli anni seguenti al 2010.

Social in mano ai governi

I motivi di questo fallimento delle primavere arabe (e non solo)? I governi hanno imparato a come sfruttare tutte le potenzialità dei social network e sono in grado di manipolarli molto meglio degli attivisti. Nonostante le promesse di privacy, i dati degli utenti sono molto spesso alla mercé degli apparati di sicurezza e di sorveglianza. In questo è maestro, per esempio, il governo russo, che riesce spesso a infiltrarsi anche nei più piccoli gruppi di protesta prevenendo mobilitazioni di massa anti sistema. La stessa cosa accade in Cina ma anche negli stessi Stati Uniti. E i social possono anche essere usati per scoraggiare il protrarsi delle proteste. In Libia, nel 2011, il regime di Gheddafi inviò sui numeri cellulari e sui social dei dissidenti dei messaggi che esortavano di abbandonare le proteste e tornare al lavoro. Senza contare la facilità con la quale le informazioni false si propagano sui social, molto più facilmente di quelle vere.

Il messaggio sbagliato

Nelle primavere arabe sono passati messaggi sbagliati tramite le nuove tecnologie. Vedendo quanto stava accadendo per esempio in Tunisia, il primo paese che ha conosciuto il movimento di protesta di massa del 2011, anche i dissidenti degli stati vicini hanno pensato che adottando le stesse tecniche sarebbero stati in grado di sovvertire il loro potere nazionale. Ma “importare” in maniera prematura tattiche altrui non ha portato a buoni risultati: basti vedere a quanto accaduto in Libia o in Siria, ma anche in Egitto o in Yemen. I rivoluzionari sono stati indotti a sottovalutare il pericolo, agendo frettolosamente e andando incontro a cocenti delusioni.

Fake news e hate speech

Nel 2011 sembrava che i social e le nuove tecnologie fossero le armi in grado di portare a termine le primavere arabe e costruire un mondo migliore. I paesi arabi sembravano destinati a diventare le nuove frontiere dell’innovazione, con tutta una serie di nuove opportunità per il mondo del digitale. All’inizio del 2018 si parla di fake news, hate speech, interferenze russe e tutto il resto. E di primavere, per ora, non ce n’è nemmeno l’ombra.

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