Lorenzo Gottardo

Lorenzo Gottardo

Dic 4, 2017

Road to #SIOS17, Paolo De Nadai: “Per fare l’imprenditore serve intraprendenza più che esperienza”

Anche il fondatore di ScuolaZoo.com sarà tra gli speaker dello StartupItalia! Open Summit. Abbiamo parlato con lui delle innumerevoli difficoltà che i giovani imprenditori si trovano ad affrontare nel nostro Paese

“Per lanciare una startup e raggiungere il successo ci sono tante strade possibili. L’importante è credere nel proprio progetto e, se possibile, divertirsi”. Un consiglio sempre valido. Soprattutto se a darlo è Paolo De Nadai. Il fondatore di ScuolaZoo.com, uno dei primi siti italiani davvero virali sarà presente allo StartupItalia! Open Summit del prossimo 18 dicembre.

Dal palco del Palazzo del Ghiaccio di Milano, Paolo ci racconterà non solo la meravigliosa avventura da lui vissuta come imprenditore, ma anche le enormi difficoltà che tanti ragazzi come lui si trovano oggi a dover affrontare per realizzare il proprio sogno.

Dal blog al successo

Fin dall’infanzia trascorsa a Padova, Paolo De Nadai ha sempre avuto una grande passione per i numeri. Mentre molti compagni di scuola li guardavano con timore, Paolo li affrontava con ironia e ottimismo.

L’ultimo anno di liceo lo spirito d’iniziativa lo porta a realizzare assieme al suo attuale socio, Francesco Fusetti, un blog sul quale caricare foto e video con tutto ciò che la scuola italiana condivide in rete. Contenuti gogliardici, ma anche immagini che spingono a riflettere. Era nato così ScuolaZoo.com che nel 2009 diventa una vera e propria società con circa 70 dipendenti e un fatturato da 10 milioni di euro.

Nel 2013 la forte esperienza maturata da De Nadai nel campo del social marketing lo porta a fondare lo spin off ZooCom srl, agenzia di comunicazione di cui è tutt’ora Amministratore Delegato. Intanto nel febbraio 2016 nasce il gruppo OneDay con l’obiettivo di creare una struttura operativa e finanziaria a disposizione del team e di altre realtà digitali di successo.

Se continuiamo a chiamare "giovani" coloro che in realtà sono adulti fatti e finiti, c’è qualcosa che non va

Intervista

 

Quanti under 30 conosci che fanno gli imprenditori come te? Perché secondo te è ancora difficile fare imprenditoria in Italia?

Siamo in pochi rispetto al tessuto imprenditoriale italiano che ha un’età media ancora molto elevata. Basti pensare che nel mondo associativo degli imprenditori si indicano come “giovani” anche i 40-45enni. Non sono certo vecchi, ma se continuiamo a chiamare “giovani” coloro che in realtà sono adulti fatti e finiti c’è qualcosa che non va.

È il motivo per cui è difficile fare imprenditoria in Italia: la mentalità comune associa l’imprenditore con la disponibilità economica, una posizione già conquistata e un network di clienti consolidato. Si associa l’imprenditorialità all’esperienza, mentre ha più a che fare con l’intraprendenza. Ne consegue che non è mai il momento di diventare imprenditori.

Non bisogna restare legati all’idea del lavoro fisso: perché tanto non esiste più

Che cosa pensi delle startup italiane? Quali sono le qualità che riconosci e quali i difetti?

Semplicemente che sono troppo piccole e che abbiano una vita troppo breve. Non perché falliscano, ma perché il più delle volte il principale obiettivo dei fondatori è di fare una “bella exit” piuttosto che creare un valore aggiunto che rimanga, cresca, crei valore.

Riconosco che ci sono tantissime idee e finalmente c’è anche tanto entusiasmo, mentre fino a dieci anni fa chi lanciava una startup era considerato un po’ un mezzo pazzo. Per contro questo entusiasmo non si è ancora tradotto in una ferrea volontà a voler fare la differenza e mettere tutto se stesso nel progetto. Ma il problema più grande in assoluto e che non riesco a spiegarmi è che il mondo delle startup, a livello di fondatori e partner è ancora troppo poco “donna”.

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Se dovessi dare tre consigli a un giovane che ha finito da poco la scuola che cosa diresti?

  1. Fare un’esperienza all’estero, preferibilmente per ottenere una disinvoltura molto alta con la lingua inglese.
  2. Fare quante esperienze possibili in campi che sono di suo interesse, tentando di avvicinarsi a un lavoro vero e proprio.
  3. Non fissarsi sull’idea del lavoro fisso per tutta la vita: perché non esiste più.

Il tema del Summit è l’internazionalizzazione. Che cosa manca all’ecosistema delle start up italiane per crescere anche in questo senso?

Due temi principali:

  • l’accessibilità economica a una consulenza sull’internazionalizzazione che oggi costa decisamente troppo;
  • la barriera linguistica e i costi che comportano sia la traduzione, sia l’interpretariato durante ogni contatto con stakeholder o fornitore.

Mi piacerebbe sapere, ad esempio, oggi cosa ne pensa un consulente ICE (Istituto nazionale per il Commercio Estero) o AICE (Associazione Italiana Commercio Estero) dell’internazionalizzazione di alcuni dei miei prodotti, come i viaggi evento per studenti. Visto che io ho tentato di adattarli ad altri mercati stranieri, ma è stata durissima e alla fine ho dovuto abbandonare il progetto.