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Feb 23, 2018

#Italia2018 | Marco Cantamessa: “Al prossimo governo auguro di capire che il vero rischio è non innovare”

Abbiamo chiesto a Cantamessa che cosa dobbiamo aspettarci dalla prossima legislatura per quanto riguarda il tema innovazione e digitale. Una politica industriale che punti alla crescita, una Giustizia civile più veloce e forti investimenti sui giovani sono le priorità

Innovazione, startup e digitale. Quanto c’è di questi temi nei programmi elettorali? Che cosa dobbiamo aspettarci dalla prossima legislatura? Perché bisognerebbe spingere in questa direzione per crescere ed essere competitivi in Europa? Abbiamo rivolto queste domande ad alcuni delle persone che più in Italia stanno provando a fare innovazione per davvero.

Tra questi non poteva mancare Marco Cantamessa, professore ordinario presso il Politecnico di Torino, dove insegna Gestione dell’Innovazione e Sviluppo Prodotto. Dal 2008 al 2017 è stato presidente dell’incubatore I3P del Politecnico. Dal 2014 al 2016 è stato presidente di PNICube, l’associazione italiana degli incubatori universitari. E’ ora presidente non operativo di Neva Finventures S.p.A., il fondo di corporate venturing di Intesa Sanpaolo, e di CVA S.p.A., uno dei principali operatori nel campo delle energie rinnovabili.

 

Cantamessa, disegna un ritratto amaro della situazione italiana: “Siamo un Paese dalle mille potenzialità, dall’industria al turismo, ma che preferisce sfruttarle per mantenere le rendite passate anziché far fiorire iniziative nuove. Siamo un Paese che preferisce rimanere immobile nel suo precario ancoraggio, anziché affrontare il mare aperto del cambiamento richiesto da un mondo in costante evoluzione”, ma ci regala anche consigli e un piccolo “libro dei sogni” che potrebbe essere il punto di partenza di una nuova strada da percorrere: “Vorrei si diffondesse una vera e propria “cultura della crescita”, un atteggiamento positivo verso ciò che è nuovo, basato sulla convinzione che possa essere più rischioso il non innovare che l’innovare”.

 

StartupItalia! racconta le elezioni politiche su #Italia2018, un sito e un social wall dov’è possibile seguire la campagna social dei candidati. Qui trovate anche tutti i programmi dei partiti e le schede dei maggiori candidati. #Italia2018 dà la possibilità a ciascun candidato di creare una propria pagina profilo e quindi di ampliare la propria visibilità sui social e sul web. Per farlo basta compilare un form e inserire una fotografia.

 

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L’intervista

 

Cosa vorresti trovare nei programmi dei futuri candidati, quali sono le tue ambizioni per il futuro del nostro Paese, i tuoi consigli, suggestioni?

E’ un tema che mi appassiona, perché penso che le elezioni del 4 marzo siano un punto di svolta per l’Italia: un Paese che gode di una significativa ricchezza, ma che non sa più produrne; un Paese che fa crescere giovani capaci ma, non offrendo loro opportunità adeguate, li vede emigrare a decine di migliaia; un Paese dalle mille potenzialità, dall’industria al turismo, ma che preferisce sfruttarle per mantenere le rendite passate anziché far fiorire iniziative nuove; un Paese che preferisce rimanere immobile nel suo precario ancoraggio, anziché affrontare il mare aperto del cambiamento richiesto da un mondo in costante evoluzione.

Nei programmi dei partiti politici avrei quindi voluto vedere tre elementi, che però ho solo trovato in maniera assai ridotta e dispersa:
– Una forte tensione ideale verso il futuro, verso il cambiamento, e verso i giovani, unita al coraggio di dire a chiare lettere che tutto ciò potrebbe condurre a scontentare chi oggi approfitta delle mille rendite e privilegi che bloccano la società italiana. Dieci anni fa Stella e Rizzo denunciarono una Casta, quella dei politici, ma si dimenticarono delle mille altre nostre Caste e corporazioni. Una visione molto parziale, che portò molti a credere che i mali del nostro Paese si annidassero tra pochi privilegiati, e non invece nel nostro atavico e diffuso “tengo famiglia”.

Mille rendite e privilegi bloccano la società italiana

– Un approccio autenticamente liberale che, non confondendo in maniera quasi totalitaristica Società e Stato, mettesse al centro l’iniziativa e la capacità degli individui e delle famiglie, riservando allo Stato i ruoli fondamentali di garante di “regole del gioco” tali da facilitare la fluidità dei processi di cambiamento, di gestore attento delle esternalità negative che dovessero conseguire a questi processi, e di avveduto “early adopter” (e non necessariamente finanziatore) di tecnologie innovative.

– Il valore della conoscenza, della competenza e dell’autorevolezza, oggi pesantemente svalutate e messe in dubbio da chi propone soluzioni parziali e semplicistiche a problemi complessi.

 

Su cosa dovrebbe puntare l’Italia per tornare a crescere e farlo con un ritmo sostenuto?

 

Dinanzi a un problema complesso, non si possono dare risposte semplici. Pertanto, posso solo provare a suggerire quattro “nodi da sciogliere” nei quali mi sono più volte imbattuto, dal mio particolare osservatorio di persona che ha vissuto l’innovazione come ricercatore e come operatore, a cavallo tra università e industria. Sono nodi che ritengo assai importanti e che, se non affrontati, potrebbero rendere inutile qualsiasi sforzo e qualsiasi “stanziamento di risorse” (purtroppo, i politici sovente pensano che dire “abbiamo messo xxx milioni su yyy” risolva qualsiasi problema).

– La Giustizia civile è il fondamento della vita sociale ed economica di uno Stato, ma è uno dei talloni d’Achille del nostro Paese. Se cittadini e imprese non si fidano della Giustizia, è naturale che si preferisca rimanere fermi, non investire e non fare affari. Perché chi vuole comportarsi in modo onesto temerà di essere abbindolato e di non veder riconosciute le proprie ragioni, mentre chi vuole comportarsi in maniera disonesta sa che rischierà poco. E’ fondamentale far sì che la Giustizia civile si possa pronunciare in tempi non superiori all’anno, e soprattutto in modo prevedibile. Ciò potrebbe anche rassicurare i tanti investitori internazionali che, oggi, preferiscono stare alla larga dal nostro Paese. Il discorso potrebbe anche essere esteso alle Authority, la cui voce è oggi assai flebile quando si tratta di favorire la contendibilità dei mercati, cosa che favorisce le imprese esistenti e scoraggia gli innovatori (nella scorsa legislatura ci sono stati alcuni casi emblematici di questo problema, come la legge sulla sharing economy, il trasporto di linea, ecc.).

Se cittadini e imprese non si fidano della Giustizia è naturale che si preferisca rimanere fermi, non investire e non fare affari

– Il diffuso nanismo e l’arretratezza tecnologica e organizzativa di molte nostre imprese determina il deficit di produttività che è alla radice del nostro più che decennale declino (vi sono diversi studi della Banca d’Italia che ne parlano in modo molto diffuso). In modo stilizzato, posso riprendere quanto viene sovente ripetuto dal ministro Calenda, quando parla di un 20 % di imprese di successo, di un 20 % di imprese ormai spente, e di un 60% di imprese che si trovano a metà del guado, e che potrebbero facilmente finire o nella prima o nella seconda categoria. A questo riguardo, serve una politica industriale che, proseguendo gli sforzi già avviati dal 2012 ad oggi (le misure relative a Startup, PMI innovative, innovazione e Industria 4.0) miri a ottenere una significativa crescita dimensionale delle nostre imprese, così da arrivare a una struttura industriale simile a quella francese o tedesca, recuperando almeno 10 punti di PIL. Bisogna agevolare ancora di più la crescita organica, le fusioni e le acquisizioni, l’adozione di pratiche manageriali e di forme di governance moderne, le quotazioni in Borsa. E, forse, trovare anche il modo di facilitare la “rottamazione” delle imprese in crisi, così che le imprese che hanno potenzialità di crescita possano facilmente acquisire le risorse umane, gli asset, e le quote di mercato lasciate libere da quelle ormai “decotte”. Incidentalmente, tutto ciò favorirebbe le “exit” delle startup, rendendo così più attraenti gli investimenti in Venture Capital, che oggi vedono l’Italia all’ultimo posto dei paesi avanzati.

– La Pubblica Amministrazione ha un ruolo importante in un Paese nel quale le leggi sono tante, complesse, e talora contraddittorie. Negli ultimi anni, la tradizionale farraginosità della nostra PA è stata ulteriormente complicata da una crociata moralizzatrice, che ha pensato di poter imporre virtù ed efficacia guardando non ai risultati, ma introducendo una massa sempre crescente di regolamenti, organismi, procedure e penalizzazioni. Oggi, qualsiasi funzionario pubblico si trova indotto a una vera e propria paralisi decisionale: qualsiasi cosa decida, rischia di violare qualche regola. E, qualora ciò dovesse emergere, rischia di vedersi condannato a rifondere di persona danni erariali di entità talora smodata. Il nostro funzionario tenderà quindi a non decidere, soprattutto se deve affrontare un progetto innovativo e, pertanto, rischioso. E, dovesse proprio andare avanti, lo farà con molta calma e mirando non tanto all’efficacia della decisione quanto alla minimizzazione del suo rischio personale. Quando sento parlare in Italia dello “Stato Imprenditoriale” di Mariana Mazzucato mi viene da sorridere: gli Stati Uniti, che lei usa come esempio, e che hanno avuto decenni di successi nel finanziamento e nel “public procurement” dell’innovazione, non hanno certo le leggi italiane, la cultura della nostra PA… e nemmeno la nostra ANAC, i nostri TAR e le nostre Corti dei Conti. Qui è necessaria una completa revisione degli ultimi dieci anni di riforma della PA, mirando a una sua responsabilizzazione in chiave “manageriale” e non meramente formale.

– Un Paese nel quale i giovani o emigrano, o aspettano un improbabile reddito di cittadinanza (e nel frattempo si appoggiano alle sovente generose pensioni dei nonni), è un Paese destinato a morire. E’ necessario un forte investimento sui giovani, in particolare quando affrontano decisioni importanti per la loro vita e rilevanti per la società, che si tratti di andare all’università, creare un’impresa, o fare figli. Investimenti che si sostanzino in forti abbattimenti del cuneo fiscale e contributivo, e che possano anche incentivare una parte importante (perché non il 25%?) delle centinaia di migliaia di nostri giovani emigrati a tornare in un Paese “tornato normale”, portandosi dietro il patrimonio di competenze e relazioni maturate negli anni di studio e lavoro all’estero.

Un Paese nel quale i giovani o emigrano, o aspettano un improbabile reddito di cittadinanza è un Paese destinato a morire

 

Cosa vorresti veder realizzato nei primi 100 giorni dal futuro governo su temi dell’innovazione, della tecnologia e della sostenibilità?

 

Torno a dire che i problemi sono complessi e, non essendo un politico, capire cosa si possa realmente fare in 100 giorni va al di là della mia competenza. Posso pertanto esprimere solo un piccolo “libro dei sogni”, fondato sulla mia esperienza, la quale mi ha convinto che in Italia non manchi tanto l’offerta di innovazione, quanto la domanda di innovazione e la libertà di esprimerla:

– l’avvio della politica industriale “pro-crescita dimensionale” di cui ho parlato sopra, che possa imprimere dinamismo alle nostre imprese, diffondendo una vera e propria “cultura della crescita”, un atteggiamento positivo verso ciò che è nuovo, basato sulla convinzione che possa essere più rischioso il non innovare che l’innovare!

– veder nascere in CONSIP, la società di committenza pubblica, un’unità che operi una reale e organica strategia di Public Technology Procurement sulla falsariga dello SBIR statunitense. Un’unità che possa creare un significato “primo mercato” per gli innovatori, e che dedichi almeno lo 0,3% degli acquisti pubblici (cioè 250 milioni annui) a soluzioni innovative funzionanti (e non solo potenziali) che siano di interesse della PA (dalla sanità alla scuola, dalla digitalizzazione dei processi amministrativi alla sicurezza).

– veder esentare il settore universitario e della ricerca pubblica dalle regole ingessanti di cui parlavo sopra. Non possiamo immaginare di avere “università imprenditoriali” capaci di misurarsi con i migliori Atenei del mondo, se le regole cui sono soggette sono completamente diverse.

– l’impegno, da parte dello Stato e delle principali Authority, a garantire un “regulatory sandbox” che, fatto salvo il rispetto di alcuni principi fondamentali, garantisca a chi propone prodotti e servizi innovativi di poterli sperimentare sul mercato senza doverne difendere da subito la liceità, così da permetterne una prima crescita e una corretta valutazione degli effetti. Di fatto, si tratterebbe di ammettere un sano principio di libertà secondo cui “ciò che non è vietato è permesso”.

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