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Mar 1, 2018

Le ricerche di mercato parlano con i Big Data. Se c’è InTribe

Con una metodologia proprietaria, InTribe sviluppa analisi sociali, predittive e di anticipazione dei trend. Nel 2017 ha organizzato la prima edizione dell’evento "Le professioni del futuro", che tornerà il 15 marzo, a Milano, per parlare del gap tra opportunità e competenze nel digitale.

Se, da un lato, c’è un consumatore sempre più attivo sul web, tanto da fornire dati utili a definire il suo profilo, in termini di interessi e abitudini di acquisto, dall’altro il metodo ancora più diffuso per ricavare dati sulle preferenze del consumatore e per raccogliere feedback su un prodotto sono le indagini di mercato, ovvero lunghi questionari con un’impostazione nata oltre 20 anni fa.
L’innovazione proposta dalla startup InTribe supera questa contraddizione, perché propone una nuova metodologia che rende non solo le indagini di mercato più semplici, ma anche più divertenti. I co-founder di InTribe sono Mirna Pacchetti, Marzia Di Meo e Marco Ravagnan (attualmente non più socio ma direttore ricerche).

Hanno competenze complementari che spaziano dal marketing strategico a quello operativo alla conoscenza dei Big Data. La startup, costituita a ottobre 2016, ha sede in Talent Garden Milano ma, dagli inizi di febbraio, ha avviato un percorso nell’incubatore Speed Me Up dell’Università Bocconi per affinare il modello di business.

Abbiamo intervistato Mirna Pacchetti, Ceo di InTribe, per farci spiegare qual è la metodologia usata e gli obiettivi del convegno “Le professioni del futuro”, organizzato dalla startup, che tornerà a Milano, per la seconda edizione, il 15 marzo.

L’intervista

Come e perché avete deciso di innovare il settore delle indagini di mercato?

Marco si occupava da diversi anni di indagini di mercato, avendo lavorato in Nielsen e in Fiat, e spesso ci siamo ritrovati a svolgere assieme dei lavori che richiedevano questo tipo di attività, con l’applicazione di un metodo che snellisse e semplificasse i questionari. Ci rivolgevamo a risorse esterne ma, dopo aver conosciuto anche Marzia, nel 2015, siamo riusciti a mettere a punto la nostra metodologia, che ribalta l’approccio alle indagini di mercato. Solitamente, infatti, dopo una serie di domande, il questionario si chiude con la richiesta di un voto da dare al prodotto, il cosiddetto net promoter score, che però risulta quasi sempre essere discordante con le risposte precedenti. L’innovazione portata da InTribe sta, innanzi tutto, nel proporre il net promoter score come punto di partenza e questionari più semplici e snelli.

Il team di InTribe

Quanto c’è di tecnologico nel vostro metodo e che risultati ha portato fino ad ora?

Gran parte del nostro lavoro avviene mediante il processo di Big Data Analytics. Il primo test è stata un’analisi di trend fatta sui macro-settori presenti nel mercato nazionale e che ci ha fatto entrare in contatto con le nuove professioni portate dal digitale. Di lì, è nato un e-book che, in un certo senso, ha rappresentato il nostro primo (e inconsapevole) Minimum Viable Product. Aveva come target soprattutto gli studenti delle scuole superiori: volevamo dare una serie di dati che fossero utili nella scelta del percorso universitario più adatto. Il tema delle “nuove professioni” è diventato l’oggetto di una nostra analisi da cui, nel 2017, è nato il convegno “Le professioni del futuro“, organizzato a Milano, con la collaborazione di Asseprim – Federazione nazionale servizi professionali per le imprese. In quell’occasione abbiamo presentato le nostre indagini, parlando delle professioni con il più alto tasso di crescita in Italia nei prossimi 5 anni, tracciato i trend di mercato e culturali che stanno cambiando la società e l’ambito lavorativo, anche rispetto alla lauree STEM; e individuato il gap che c’è tra domanda e offerta.

Un momento de "Le nuove professioni del futuro" 2017

Come può oggi un potenziale cliente usare la vostra metodologia?

Il 2017 è stato l’anno in cui abbiamo fatturato poco ma ci siamo dedicati completamente a costruire la nostra brand awareness, per posizionarci sul mercato come un’azienda affidabile e credibile. E lo abbiamo fatto sia attraverso il convegno sulle professioni del futuro, sia creando relazioni con le istituzioni: prima di uscire con un prodotto, dovevamo far capire la complessità del servizio offerto da InTribe e, soprattutto, cosa distingue una startup innovativa come la nostra dagli istituti e le aziende che fanno ricerche statistiche. Nel frattempo, però, abbiamo lavorato al nostro MVP ovvero un’app, che sarà rilasciata a marzo, in grado di fare indagini panel in modo divertente e, in futuro, attraverso dei videogiochi. L’app è il primo passo verso lo sviluppo di una piattaforma software in grado di combinare indagini qualitative – per esempio il colore dei calzini -, quantitative e Big Data – cioè i dati di consumo pubblici e disponibili on line – e restituire trend previsionali.

Il 15 marzo ci sarà la seconda edizione del convegno “Le professioni del futuro”. E ci saranno nomi come Samsung e Randstad. Che aspettative avete?

Il convegno, quest’anno, ha come focus il Digital Mismatch in Italia, parte, a sua volta, del più ampio progetto di un Osservatorio, avviato lo scorso anno, suddiviso in 5 momenti: un’indagine di trend sulle professioni del futuro ovvero come evolve il mercato e il gap tra opportunità e competenze; tre indagini quantitative online, ognuna riguardante le aziende, le persone comuni e le scuole, e l’ultimo momento dedicato all’analisi dei Big Data. Ed è grazie ai Big Data che, durante il convegno, analizzeremo il Digital Mismatch. Ci aspettiamo una partecipazione pari almeno a quella dell’anno scorso, con oltre 300 presenze, e di suscitare grande interesse sia sulla nostra app, sia sull’Osservatorio.

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