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Mag 4, 2018

Tecnologie, competenze e il bisogno di fare rete per scalare: gli Artigeni “made in Sud”

La seconda puntata della una nuova rubrica dedicata all’economia digitale con gli Artigeni. Nuovi prodotti, nuovi servizi, nuovi idee di lavoro smart. E la necessità di fare rete

Uno schizzo in 3D, una bici eco-sostenibile, un campo di pomodori. Un viaggio può essere fatto di impressioni, emozioni, facce, incontri. Ma anche di prodotti che danno il senso di ciò che cambia.
Il mio viaggio tra gli Artigeni del Sud-Italia che vi racconto oggi, molti dei quali ho già descritto nel mio libro “Sei Un Genio!” edito da Hoepli, contiene esattamente tutto questo e molto altro. In una valigia grande quanto il mondo intero, perché queste soluzioni oggi vengono vendute e apprezzate in ogni angolo del mondo.
La scorsa settimana abbiamo raccontato gli Artigeni dal cuore verde (storie e numeri qui). Ora vi propongo altre alleanze felici tra chi mastica innovazione nelle nuove imprese definite ancora startup e tutto il bacino delle PMI e imprese artigiane disseminate sul territorio.

I numeri (ancora bassi) del Sud che innova

Intanto c’è da dire che già a metà dello scorso anno le startup del Sud sono 1790 realtà. È quanto emerge dal rapporto trimestrale del Ministero dello Sviluppo Economico e InfoCamere.
Nel Mezzogiorno cresce in termini assoluti la quota di investimento, ma si registra una mancanza di omogeneità e una difficoltà a fare sistema tra i vari attori, pubblici e privati. A rilevarlo è stato lo scorso anno l’osservatorio startup hi-tech del Politecnico di Milano sulle realtà effettivamente finanziate da investitori formali. Il trend è in crescita: in quattro anni si è passati dai 16,2 milioni di euro del 2012 (corrispondenti al 21% del totale italiano) ai 27,4 milioni di euro del 2015 (36%).
La prima regione del Mezzogiorno in classifica per numero di startup innovative è la Campania con il 7,4%. E c’è un dato interessante sul fronte imprenditoria al femminile: questo target continua a crescere soprattutto al Sud, con oltre 474mila unità e il 36% sul dato nazionale. Il tasso di imprenditorialità al femminile quindi raggiunge il 24% con circa due punti percentuali in più del dato medio nazionale (21,75%). Peraltro nelle prime dieci posizioni della graduatoria delle imprese in rosa il Mezzogiorno è presente con ben 7 regioni.

Tra Foggia e Napoli: la chiave è fare rete

 

«Siamo quei figli che i padri hanno mandato a studiare, ma che poi sono tornati più forti nella loro terra». Così ha esordito Giuseppe Savino, 36enne nato a San Giovanni Rotondo e figlio di agricoltori, durante la chiacchierata nella quale mi ha raccontato il suo progetto VàZapp’. Insieme ad una trentina di giovani ha messo in piedi una cooperativa di servizi in agricoltura, una realtà nata a Foggia nel 2014 e che aggrega oggi oltre 350 agricoltori.

Le tecnologie digitali come acceleratore del cambiamento. E un hub rurale per creare una comunità che aiuti i giovani a restare o addirittura a tornare. «Vàzzap’ non gestisce terreni ma l’immateriale, ovvero le relazioni. Perché un terreno isolato non fa bene a nessuno», afferma Giuseppe, che ha studiato tra Foggia e Londra per poi rientrare a casa per creare valore.
Nuove occasioni di confronto, di relazione, di crescita. In questi anni sociali, nei quali anche lavorare la terra diventa occasione di condivisione, una comunità di giovani agricoltori, professionisti, ricercatori, comunicatori e creativi ha deciso di rilanciare il settore agricolo attraverso un percorso di innovazione sociale.

Questo è Vazzap, primo hub rurale in Puglia. «Abitiamo la pianura con la più alta estensione di terreno coltivabile in Italia e il futuro è l’agricoltura. Vazzap non gestisce terreni ma l’immateriale, ovvero le relazioni. Una condizione essenziale per crescere è la cooperazione, lo scambio. Perché un terreno isolato non fa bene a nessuno».

Vazzap si è sviluppata come cooperativa di servizi evoluti in agricoltura: la sede è nell’azienda agricola di Giuseppe, pochi chilometri da Foggia. Qui su ventitré ettari si coltivano uva da vino, pomodori, alberi da melograno e olivi. «Ci siamo messi in ascolto degli agricoltori direttamente nelle loro case. Un ascolto serale, quando non c’è più luce e c’è più tempo per riflettere, lontani dal lavoro sui campi». Il team è composto da ventotto professionisti che si incontrano una volta a settimana e talvolta anche di più.
«Non più intermediazione, che è odiata nell’agricoltura. Questo è un luogo dove i giovani si possono sentire a casa. Perché l’innovazione sociale crea percorsi buoni e che possono fare la differenza».

Da Foggia a Napoli. «La chiave è condividere, scambiare competenze, progettualità, pareri. Perché soltanto attraverso un proficuo match è possibile crescere», racconta Antonio Prigiobbo, 45enne di Napoli, uno dei punti di riferimento nazionali dell’ecosistema dell’innovazione. NaStartUp è una sua creatura, anche se ha una dimensione plurale. Perché di fatto si tratta di un progetto civico, una piattaforma digitale, un acceleratore non convenzionale.
Da NaStartUp in quattro anni nei tanti eventi frequentati da oltre 5mila persone sono passate oltre 170 startup, 74 progetti di social innovation. E una quindicina dall’estero. «Napoli è diventato un hub internazionale. Dal mese scorso abbiamo avviato “3I Startup”, un progetto che racconta le neo-imprese fatte da persone immigrate che generano innovazione e integrazione». Proprio oggi la community torna a incontrarsi all’interno del Festival della Crescita firmato dal sociologo Francesco Morace. Appuntamento alle ore 18.15 per ascoltare storie di innovazione made in Sud, ma con un taglio internazionale. «Affrontiamo tanti temi diversi, guardando ad un futuro che abita già nella nostra quotidianità. Stasera per esempio racconteremo una startup che opera nella filiera del vino, portando il tema della blockchain».

A Matera gli architetti globetrotter “salvati” dalla rete

Alla rete devono tutto. Perché se non ci fosse stata non avrebbero potuto scegliere di restare a vivere e lavorare nel loro paese natale. Così a Tricarico – paese di cinquemila anime ad una sessantina di chilometri da Matera – gli architetti Daniele Molinari e Rocco Salomone hanno scelto di aprire il loro studio, navigabile su Rabatanalab.com: sei collaboratori fissi per un’età media di 35 anni e decine di collaborazioni in ogni angolo del mondo. “Abbiamo scelto di tornare a vivere nel nostro paese, dopo diverse esperienze in studi italiani ed esteri. E l’abbiamo potuto fare grazie ad Internet», affermano i due architetti, che al lavoro si sporcano le mani con stampanti 3D e plotters, mentre nel tempo libero passeggiano tra i boschi di querce e cerri.
Nonostante la crisi del settore lo studio è in crescita. «Il mestiere dell’architetto è cambiato rispetto a qualche anno fa: oggi il progetto di architettura non può prescindere dalla rete, in quanto implica il coinvolgimento di altre discipline e competenze”. Il loro motto? Agire locale e pensare globale. «Per questo il nostro prossimo progetto sarà un restauro abbinato al fumetto con un maestro del settore che opera a Parigi».

A Siracusa le pedalate verdi dei giovani siciliani

Pedalate sostenibili. Un team under trenta di ingegneri e imprenditori agricoli di Misterbianco, paese di cinquantamila abitanti della cinta metropolitana catanese, ha deciso di mettere in strada una bicicletta fatta in casa e dal cuore verde: il telaio è interamente realizzato in bamboo e assemblato utilizzando fibre naturali come canapa e iuta. Un progetto tutto a chilometro zero.

“Il prototipo della bicicletta ci permette di dimostrare la resistenza del bamboo perché le sollecitazioni che si generano sono significative», racconta Filippo Condorelli, in tasca una laurea in ingegneria edile e architettura conseguita all’Università di Pavia e oggi CEO di Laboo. La sostenibilità in sella per il team siciliano composto anche da Giuseppe Nicotra, Pierpaolo Murabito e Mario Condorelli. La startup è navigabile su Laboodesign.com. L’idea è nata guardando al nostro amato territorio». Il bamboo utilizzato è made in Sicilia, ricavato da un bambuseto, ovvero un bosco di bamboo di svariati ettari situato nel siracusano e preso in gestione da pochi mesi. Obiettivo: realizzare prodotti di design innovativi, resistenti, naturali, valorizzando le proprietà agronomiche e ingegneristiche del bamboo anche grazie alla stampa 3D. Laboo ha vinto la call sulle startup promossa da Vulcanic, realtà nata alle pendici dell’Etna da Impact Hub Siracusa.

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