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Mag 9, 2018

La sanità digitale vale 1,3 miliardi: ancora pochi i cittadini che utilizzano i servizi online

Il punto sugli investimenti dell'Osservatorio del Politecnico di Milano: se la digitalizzazione marciasse si potrebbero risparmiare fino a 5 miliardi di euro

Quanto vale la sanità digitale italiana? Secondo i risultati della ricerca firmata dall’Osservatorio innovazione digitale in sanità della School of Management del Politecnico di Milano 1,3 miliardi di euro, pari all’1,1% della spesa sanitaria pubblica, circa 21 euro per abitante. La crescita sul 2016 è stata del 2%. Il fatto è che i servizi digitali restano diffusi a macchia di leopardo sul territorio italiano e la maggior parte dei cittadini è ancorata a un vecchio modello di gestione delle proprie necessità di salute: circa l’80% degli italiani preferisce per esempio andare di persona a ritirare documenti clinici, consultare un medico o pagare una prestazione mentre sette su dieci vogliono parlare di persona con il proprio medico piuttosto che comunicare con strumenti tecnologici come email, sms o WhatsApp.

Gli ambiti di investimento

Tra gli ambiti di innovazione della sanità digitale è la Cartella clinica elettronica (Cce) a essere considerato il più rilevante nel supportare gli obiettivi strategici delle strutture sanitarie: è ritenuto prioritario dal 72% delle direzioni, in forte crescita rispetto a quanto rilevato lo scorso anno (59%), con investimenti per 47 milioni di euro. Con i sistemi sviluppati si possono consultare referti e immagini mentre sono meno diffuse le funzionalità avanzate come la gestione del diario medico e/o infermieristico e la farmacoterapia, che restano presenti in meno della metà del campione, anche se in leggera crescita rispetto all’anno precedente.

Salgono anche gli investimenti in soluzioni di mobile hospital, dai 12 milioni del 2016 ai 18 del 2017. Ancora poco diffusi, infine, i sistemi di firma elettronica avanzata sia a livello del personale clinico-sanitario per la documentazione (presente in modo diffuso solo nel 9% delle aziende) che a livello dei pazienti (ad esempio con firma grafometrica) per il consenso al trattamento dati e alle procedure sanitarie (rispettivamente pari al 4% e al 2%).

Anche i servizi digitali rivolti ai cittadini sono al centro dell’attenzione delle direzioni strategiche: il 59% dei direttori li considera un ambito prioritario (+3% sul 2016) e ha destinato un budget di 19 milioni di euro (contro i 14 milioni dell’anno scorso), che il 61% delle aziende sanitarie prevede di aumentare ulteriormente. I servizi più diffusi sono la possibilità di scaricare i referti via internet, confermare, ricordare ed eventualmente disdire appuntamenti e prenotare le prestazioni online. In oltre la metà dei casi questi servizi sono messi a disposizione direttamente dalla Regione e circa un terzo delle aziende offre almeno un servizio tramite app. Non sono ancora presenti aziende che consentano all’utente di interagire con un assistente virtuale (chatbot) per la richiesta di informazioni, seppur l’8% preveda di introdurlo entro la fine del 2018.

I fondi

La quota principale degli investimenti è stata sostenuta direttamente dalle strutture sanitarie, con un budget di 890 milioni di euro (+2% sul 2016), seguite dalle regioni (320 milioni, +3%) e dai 47mila medici di medicina generale (72,9 milioni di euro, in leggera crescita con una media di 1.551 euro) e dal ministero della Salute (16,7 milioni di euro, stabile). Tra i principali ambiti di innovazione i budget più significativi vanno appunto alla Cartella clinica elettronica (47 milioni di euro), ai sistemi di front-end (45 milioni) e al disaster recovery (31 milioni).

Con il progressivo invecchiamento della popolazione il divario fra bisogni di cura e risorse a disposizione è destinato a crescere e l’innovazione digitale è l’unica leva per rendere sostenibile il sistema sanitario – afferma Mariano Corso, responsabile scientifico dell’Osservatorio – la leggera crescita degli investimenti per la sanità digitale è una buona notizia ma non basta per colmare il divario esistente. Serve un rinnovamento dei modelli organizzativi delle aziende sanitarie, spostando le prestazioni dall’ospedale al territorio e migliorando l’accesso alle cure. È necessaria la partecipazione attiva dei cittadini alla corretta gestione della propria salute, da incentivare attraverso l’adozione di strumenti digitali utili per comunicare col medico, per accedere ai propri dati clinici, come il Fascicolo sanitario elettronico, e per monitorare il proprio stile di vita, come le app. Serve infine lo sviluppo delle necessarie competenze digitali degli operatori sanitari, sia nelle università che attraverso piani di formazione continua sul posto di lavoro”.

La telemedicina

Dopo la forte crescita di interesse e investimenti dello scorso anno l’ambito staziona e la diffusione è ancora saltuaria. La spesa è aumentata lievemente rispetto all’anno precedente (24 milioni, erano 20 nel 2016) ma soltanto il 38% dei direttori delle aziende sanitarie lo reputa un ambito rilevante. Il servizio più diffuso è il teleconsulto tra strutture ospedaliere e dipartimenti, a regime in circa un terzo del campione analizzato. Ancora poco adottati, invece, i servizi di telesalute e teleassistenza, si tratta perlopiù di progetti pilota. Allo stesso modo, la percentuale di medici specialisti e generici che utilizza soluzioni di telemedicina è limitato: il teleconsulto è il servizio più utilizzato (rispettivamente dall’11% dei medici specialisti e dal 4% dei mmg) mentre faticano a diffondersi i servizi che coinvolgono il paziente, come quelli di telesalute (rispettivamente 7% e 2%) e teleassistenza (5% e 4%), nonostante livelli di interesse all’utilizzo sempre superiori al 50%.

I dati sulla crescita degli investimenti in servizi digitali sono incoraggianti, perché dimostrano una crescente consapevolezza dell’importanza di portare il supporto informatico ai processi in sanità fino al cittadino e al paziente – sottolinea Paolo Locatelli, responsabile scientifico dell’Osservatorio innovazione digitale in sanità – i diversi attori del sistema sanitario devono però fare sistema sui servizi digitali, così che le soluzioni aziendali, regionali e nazionali interagiscano in un ecosistema che abilita una comunicazione fluida ed integrata. Il potenziamento dell’offerta di servizi digitali è indispensabile anche per diffondere la cultura digitale, tra gli operatori sanitari come tra i pazienti, spingendo i cittadini a sfruttare le potenzialità del digitale per accedere ai servizi”. 

Cittadini poco digitali

D’altronde la scarsa adozione da parte dei medici si riflette – e forse è conseguenza – del poco interesse dei cittadini che, come si spiegava all’inizio, preferiscono ancora accedere ai servizi sanitari di persona, soprattutto se si tratta di un consulto medico (86%), del pagamento delle prestazioni (83%) e del ritiro dei referti (80%). L’indagine condotta dall’Osservatorio in collaborazione con Doxapharma su un campione di 2.030 cittadini mostra che è ancora il telefono lo strumento privilegiato per prenotare visite ed esami (51%). Internet si usa poco e appare abbastanza limitato e confinato alle fasi di accesso alle informazioni su prestazioni e strutture sanitarie (40%) e ritiro dei documenti clinici (21%). Qualche segnale arriva dalla fascia anagrafica dei 45-54enni, che sfoggia valori di utilizzo del digitale sopra la media in entrambe le operazioni (47% e 27%).

Otto italiani su dieci nell’ultimo anno hanno ritirato documenti clinici di persona impiegando in media 45 minuti, contro i 20 per il ritiro in farmacia e i cinque via web: se invece l’80% li ritirasse online, il 10% in farmacia e solo il 10% di persona, l’impatto economico sarebbe di 1.630 milioni di euro. E sono 1.150 milioni di euro gli impatti legati all’accesso online a informazioni su prestazioni e strutture sanitarie, 1.430 milioni per la prenotazione online di visite ed esami e 980 milioni per il loro pagamento, per un risparmio totale di oltre circa 5 miliardi di euro.

Ma perché non si passa dal web e dal digitale? La maggior parte dei cittadini che non hanno utilizzato quei servizi li considera poco affidabili ma forse è uno schermo dietro al quale nascondere le proprie lacune: anche la mancanza di competenze è un forte ostacolo. Sono tre su dieci i cittadini che non si sentono in grado di utilizzare questi strumenti, soprattutto fra i più anziani. C’è dunque un fattore di ricambio generazionale evidentemente più lento e complesso che in altri ambiti. La richiesta di cure è superiore proprio in quelle fasce che, d’altronde, faticano a staccarsi dal telefono.

Qualche segnale positivo c’è: le app rappresentano per esempio una quota sempre più rilevante dei servizi digitali utilizzate dai cittadini, soprattutto per quanto riguarda quelle informative, che si stanno diffondendo velocemente. Un cittadino su quattro dichiara ad esempio di utilizzare programmini per cercare le farmacie di turno (25%), uno su cinque per trovare la farmacia più vicina e il 19% per informarsi sui farmaci. La fascia di età più incline a utilizzare questa tipologia di applicazioni è, senza sorprese, quella fra i 35 e i 44 anni, in cui l’uso sale rispettivamente al 45%, 36% e 30%. Le app che muovono (o meglio, muoverebbero visto che in sostanza non esistono) maggiore interesse sono quelle in grado di verificare la presenza di un farmaco in farmacia e prenotarlo e quelle per monitorare i tempi di attesa in pronto soccorso. Accanto alle app informative si diffondono anche quelle di “coaching”: il 19% dei cittadini utilizza applicazioni per monitorare lo stile di vita (ad esempio, l’alimentazione e gli allenamenti), il 12% per controllare i parametri vitali (battito, pressione, ecc.), il 7% per ricevere avvisi su controlli medici o esami periodici. L’adozione di questi strumenti diminuisce fra i cittadini con più di 55 anni o affetti da malattie croniche. Gran parte del merito va anche ai gadget indossabili che spesso procedono in coppia con questi programmi.

La ricerca delle informazioni

Il rapporto col proprio medico è ancora fondamentale nell’accesso alle informazioni di tipo sanitario. Si tratta della prima fonte consultata quando si soffre di influenza (74%), per avere informazioni sui vaccini (74%), per interpretare un esame diagnostico (81%) e per informarsi su una grave situazione di salute (56%). In quest’ultimo caso, oltre un cittadino su tre consulta il medico specialista come prima fonte di informazione, mentre al contrario di quanto si pensi internet è utilizzata ancora raramente, a eccezione delle vaccinazioni (9%). La maggior parte dei cittadini preferisce rivolgersi al medico di famiglia per farsi indirizzare verso cure più specifiche mentre il restante 20% si suddivide fra chi ritiene le informazioni online poco affidabili, chi le considera troppo generiche e chi invece di ammette di non saper utilizzare i canali digitali. Soltanto la fascia dei giovanissimi (15-24enni) si affida più frequentemente a internet come prima fonte di informazioni.

La comunicazione medico-paziente

Tendenze allineate a quelle precedenti: i cittadini si mostrano ancora poco digitali anche nella comunicazione col proprio medico. Per esempio ben sette su dieci preferiscono incontrarlo di persona. Fra coloro che si servono di strumenti digitali, la maggior parte utilizza l’email (15%, il 20% è interessato a usarla), poi vengono gli sms (13%) e infine WhatsApp, il cui uso è passato dal 7% di un anno fa a un significativo 12% dell’ultima rilevazione. Ma i cittadini usano la messaggistica soprattutto per fissare/spostare visite (50% e 44%) e comunicare lo stato di salute (38% e 35%). 

Più alto è invece il livello di utilizzo degli strumenti digitali da parte dei medici specialisti e di famiglia con i loro pazienti. Anche in questo caso il mezzo più utilizzato è l’email (77% tra gli specialisti e 83% tra i medici di famiglia), seguito da WhatsApp (52% e 63%) ed sms (46% e 61%). Fra i camici bianchi che non fanno uso di questi strumenti, uno su due teme che si possano creare incomprensioni con i pazienti ed è diffusa la preoccupazione che l’utilizzo di questi strumenti possa aumentare il carico di lavoro del medico e che possa comportare rischi legati a un mancato rispetto della normativa sulla privacy. Ma la tendenza è forte: il 71% dei medici internisti e il 57% dei medici di famiglia sarebbero favorevoli all’introduzione di un’applicazione simile a WhatsApp, certificata e specifica per la sanità.

Business Intelligence e Big Data Analytics

Business intelligence e Big data analytics sono considerate aree strategiche sia per il presente sia per il futuro. Nonostante una leggera flessione degli investimenti (13 milioni, contro i 15 del 2016) il 45% dei direttori li indica come ambiti prioritari, mentre il 70% delle direzioni e il 55% dei Cio ritengono che l’applicazione dei Big Data Analytics per la medicina di precisione sarà l’ambito che avrà il maggior impatto nei prossimi cinque anni. Non tutto così roseo: altrettanto diffusa fra i chief information officer, infatti, è l’idea che siano gli ambiti con la più elevata complessità di realizzazione, specie a causa delle limitate risorse economiche a disposizione, della difficoltà nell’implementare questi progetti e della mancanza di competenze interne. Il grande dinamismo attorno al tema è collegato anche all’obbligo di adeguare i processi di raccolta, analisi e utilizzo dei dati sui pazienti al nuovo Regolamento europeo sulla protezione dei dati personali, in vigore dal 25 maggio.

Il ruolo del digitale nella continuità di cura

Le aziende sanitarie hanno sempre più l’esigenza di scambiare tempestivamente le informazioni sui pazienti con gli altri attori del sistema. Le soluzioni che abilitano l’interscambio di dati e documenti sui pazienti attraverso Piani diagnostici terapeutici assistenziali (Pdta) informatizzati sono tuttavia ancora poco diffuse: il 29% delle aziende le utilizza con professionisti sanitari dell’azienda ospedaliera appartenenti a diversi dipartimenti e il 23% con professionisti all’interno di una o più reti di patologia. Allo stesso modo, solo il 19% dei medici di medicina generale ha attivo un flusso informativo che rientra nell’ambito di un Pdta.

Il supporto informatico alle attività di presa in carico del paziente è diffuso soprattutto per le attività amministrative, come la gestione dei dati anagrafici dei pazienti (nell’80% delle aziende) e le prenotazioni delle prestazioni (63%). L’informatizzazione fatica, invece, a diffondersi come strumento per la messa in atto di percorsi individualizzati secondo il principio della presa in carico stabile del paziente: solo un terzo del campione di aziende rispondenti utilizza un supporto digitale nella definizione, visualizzazione e aggiornamento di piani di assistenza individuale. Tutto di carta, insomma.

Complessivamente, emerge una crescente consapevolezza che le soluzioni digitali potrebbero giocare un ruolo fondamentale nel supportare la transizione verso nuovi modelli di cura che, per loro natura, richiedono collaborazione tra gli attori del sistema e integrazione di informazioni e servizi – spiega Cristina Masella, Responsabile scientifico dell’Osservatorio innovazione digitale in sanità – la diffusione di tali soluzioni, tuttavia, stenta oggi a realizzarsi perché manca una orchestrazione coerente della transizione al digitale e perché oneri, rischi e benefici attesi dall’introduzione di nuovi strumenti e modalità di lavoro non sono percepiti come ripartiti equamente fra gli attori del sistema”.

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