Mag 18, 2018

La storia di Valeria, allevatrice di pecore digitale. Quando gli Artigeni vincono facendo rete per davvero

Ecco la nuova puntata della rubrica dedicata all’economia digitale e agli Artigeni. Nuovi prodotti, nuovi servizi, nuovi idee di lavoro smart. E la necessità di fare rete per davvero

Cambiare paradigma, prospettiva, visione dei competitor in un mondo liquido, allargato, disintermediato, meno chiaro rispetto al passato e più complesso da decifrare. Cambiare  metodologie di lavoro, processi di gestione, organizzazione della squadra. In fondo cambiare testa, cercando di comprendere il potenziale del lavoro di team – e per metafora in rete – che questi anni digitali ci consentono di affrontare. L’ho messo nero su bianco nel mio viaggio tra gli Artigeni d’Italia sintetizzato nel mio libro Sei Un Genio!” edito da Hoepli. E credo sia un punto oggi imprescindibile.

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La lana colorata che dà lavoro agli allevatori aquilani

 “Perché è così difficile rendersi conto che la vita è un gioco a somma diversa da zero? Che si può vincere insieme non appena si smetta di essere ossessionati dall’idea di dover battere il partner per non esserne battuti? E che – cosa del tutto inconcepibile per lo scaltro giocatore a somma zero – si può perfino vivere in armonia con l’avversario decisivo, la vita?”. Il gioco della vita a somma diversa da zero: il pensiero di Paul Watzlawick per me meglio sintetizza questo cambio di modo di lavorare e in interfacciarsi tra ecosistemi. E l’ho ritrovato nella storia di Valeria Gallese, giovane 37enne nata ad Avezzano in provincia de L’Aquila.

 

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E quando ho intervistato Valeria il pensiero subito è andato al terremoto di nove anni fa. «Qui ce lo ricordiamo tutti benissimo, ma abbiamo smesso di piangerci addosso», mi ha raccontato Valeria, mamma di due bambini, sposata con Ovidio e laureanda in veterinaria. L’amore per suo marito Ovidio ha abbracciato anche il lavoro e oggi insieme si occupano delle loro migliaia di capi. Un lavoro che di fatto Valeria ha saputo reinventare. «Ed è stato fondamentale per sopravvivere, perché siamo riusciti a trovare nuove chiavi per il nostro lavoro ». Valeria ha ripensato il mestiere dell’allevatore di pecore, andando oltre la semplice sussistenza che si declinava di fatto sempre più al ribasso. «Con il nostro allevamento di pecore a Barisciano avevamo il problema dello smaltimento della lana: in pratica con la vendita della lana sucida, ovvero la lana sporca, non riuscivamo a coprire i costi di tosatura. Per cui la mia idea è stata quella di creare un marchio e di vendere questa lana trasformata in matasse sul mercato italiano. E l’attività sta andando molto bene».

Così Valeria e gli allevatori che hanno seguito il suo esempio hanno registrato un miglioramento delle produzioni zootecniche, elemento centrale dell’economia abruzzese nella zona del Parco Nazionale Monti della Laga, area con una vastissima concentrazione di allevamento di ovini. Il marchio creato da zero da Valeria si chiama AquiLana e permette alla sua famiglia, allevatori da quattro generazioni, di migliorare la propria economia. «Di fatto abbiamo migliorato la qualità e con moderne tecniche di tosatura dolce abbiamo poi scelto di pettinare la lana. La pettinatura fa sì che il filamento sia più morbido. In particolare questo filato è al cento per cento lana vergine». Ma il lavoro non finisce qui: la lana viene anche tinta a mano, utilizzando elementi naturali del luogo: radici, foglie, cortecce del territorio spontanee e coltivate. «C’è molta richiesta per la coloritura e così una nuova giovane imprenditrice presto impianterà una nuova azienda da queste parti. Questo significa migliorare lo stato di salute della nostra economia, far tornare a crescere l’aquilano, incrementare il reddito facendo rete».

 

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Una scuola per tosare le pecore

Già, il reddito. Più che quadruplicato. Con la vendita della lana sucida, ossia la lana sporca appena tosata e che deve ancora essere sottoposta a lavaggio, venduta a 50 centesimi al chilo non riuscivano a recuperare neppure i costi di tosatura. Con AquiLana Valeria e la sua famiglia hanno trasformato questa lana in matasse. «Quindi con questa azione il prezzo per chilo è arrivato a 4 euro, recuperando i costi di trasformazione e di tosatura», racconta con orgoglio Valeria. Che ha deciso anche di creare corsi di educazione alla lana.

Valeria si è inventata una scuola per tosare le pecore: «Abbiamo deciso di promuovere i corsi di tessitura a maglia e all’uncinetto. Abbiamo aperto anche una piccola bottega in azienda. Perché la cosa migliore è venirci a trovare e toccare con mano il lavoro che facciamo. L’unico modo per risolvere la crisi è stato migliorare le produzioni attraverso la qualità. con marchi e con vendita diretta. E poi c’è tutta un’attività di educazione al consumo: bisogna spiegare al consumatore quello che si sta acquistando e l’importanza di un prezzo equo».

Così ha deciso di fare rete con altri colleghi. «È stato fondamentale, l’unione fa la forza. Così ho contribuito alla nascita del consorzio dell’Ente Parco Nazionale del Gran Sasso Monti della Laga, realtà che coinvolge 54 aziende di famiglia legate alla lavorazione della lana di pecora».

La lezione di Valeria è quella di fare squadra con l’idea vincente, in modo che tutta la filiera possa avvantaggiarsene. Peraltro l’idea di tingere la lana, utilizzando per giunta elementi naturali offerti dal territorio, non è solo una intuizione che si è rivelata vincente: è anche la capacità di saper intercettare trend emergenti, come la sostenibilità e un nuovo rapporto con gli elementi naturali.

La tipografia di famiglia che diventa distretto

Fare squadra, anche con i competitor, con coloro che diventando potenziali alleati consentono di moltiplicare le opportunità, l’interesse, il fatturato. Una declinazione del “noi” che si respira anche in nuove reti di impresa. Così una tipografia a conduzione familiare e di stampo tradizionale per gestire la crisi ha deciso di puntare sulla digitalizzazione e soprattutto a fare rete con altre strutture affini, in una logica di nuovi distretti.

Ne è nato un esempio di distretto grafico integrato, ovvero più attori di filiera nello stesso polo: così in un capannone in mezzo al parco del Ticino in località Bernate Ticino ci sono anche uno studio grafico, un fotografo, una società di comunicazione.

Siamo a trenta chilometri da Milano, in quel fazzoletto industriale dell’hinterland metropolitano milanese un grande capannone con vetrate a vista sta facendo scuola.

Siamo in mezzo al parco del Ticino, a cinquecento metri dal casello autostradale di Mercato. E siamo alla Litoart, tipografia a conduzione familiare e di stampo tradizionale che per gestire la crisi ha deciso di puntare sulla digitalizzazione. E soprattutto sul fare rete con altre imprese. Sotto lo stesso tetto di questo corpo industriale di tremila metri quadrati con poli aggregati aggiuntivi trovano spazio altri attori della filiera: tra questi uno studio grafico, un fotografo, una società di comunicazione. «Abbiamo deciso di affrontare così la crisi. Autonomia e sinergia. Perché le persone amano lavorare anche da sole ma non isolate», ha dichiarato Mauro Sandon, amministratore delegato di Litoart.

L’idea di mettersi in rete per battere la concorrenza

Così l’unione fa la rete. E diventa una forza: per battere la concorrenza anche su terreni esteri scalando interesse e fatturato nasce un distretto poligrafico. In pratica un’azienda che ne mette in rete altre. «Abbiamo fatto qualcosa che esula dagli schemi tradizionali con sei differenti realtà coinvolte. Le reti di impresa non funzionano perché ognuno vuole avere autonomia, ma ecco la nostra idea: un luogo dove ciascun professionista possa perseguire il proprio percorso, in uno stesso ambiente attrattivo». L’iniziativa è partita da alcuni anni, oggi il complesso registra venticinque lavoratori sotto contratto con srl o ditte individuali. «Abbiamo un centralino in comune, condividendo quindi una linea centralizzata. Ci sono poi sala riunione e sala break condivisi».

Ecco un esempio di distretto grafico integrato, filiera inserita in uno stesso contesto industriale. Così Litoart continua a puntare su prodotti cartotecnici avanzati, soprattutto per l’estero. Ma lo fa con la consapevolezza di avere una filiera sotto il proprio capannone.

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