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Giu 19, 2018

Tech Insights 2018: le città sono il futuro delle startup

All'evento organizzato da United Ventures si è discusso dello stato di salute delle imprese innovative e del venture capital. Mentre gli Stati impongono dazi, aumenta il ruolo degli hub metropolitani. E in Italia c'è ancora molto da fare

Lo sviluppo futuro delle startup passa dalle città: o almeno da quelle che riusciranno ad attirare talenti e innovazione e a diventare – o rimanere – gli hub che favoriscono e sospingono l’imprenditoria digitale. È stata questa analisi di Stefano Caselli, docente di Banca e Finanza e Vice Rettore per gli Affari internazionali dell’università Bocconi, a dare il via ai panel di Tech Insights 2018, l’appuntamento organizzato lunedì 18 giugno da United Ventures SGR, il fondo di venture capital specializzato negli investimenti in imprese innovative fondato dall’ex Country manager di Google Italia, Massimiliano Magrini, e da Paolo Gesess.

 

L’evento ha riunito, nelle sale della Fondazione Riccardo Catella di Milano, imprenditori internazionali, gestori di fondi e senior executives, che si sono confrontati sui trend più recenti e sugli sviluppi e le opportunità future delle startup tecnologiche e del venture capital, in un contesto caratterizzato dalla rivoluzione economica e sociale provocata dall’espansione dei big data e dall’Intelligenza artificiale: un processo di progressiva digitalizzazione – ha detto Magrini – “che sta offrendo opportunità straordinarie di aumento di produttività e crescita, ma allo stesso tempo si confronta con le nuove sfide legate all’evoluzione dello scenario geopolitico”.

 

 Le città al centro

Prima tra tutte, la nuova conflittualità tra nazioni impegnate “ad alzare dazi e tariffe”, come ha ricordato Caselli: ecco quindi uno dei motivi per cui oggi “le città sono più importanti degli Stati”, anche e soprattutto per le startup, la cui tendenza è raccogliersi in hub particolarmente attrattivi “il cui sviluppo dipende dal modo in cui riescono a dialogare”.

 

In Europa, oltre a Londra, sono diversi i punti di attrazione che si stanno consolidando: Parigi, Berlino, Stoccolma, Lisbona e anche Milano, che con le sue università, ha ricordato Caselli, attira moltissimi studenti dal resto del continente. “Grazie all’Erasmus – ha aggiunto – oggi siamo il secondo Paese europeo per numero di stranieri che vengono a studiare. Il problema è convincerli a restare e a cercarsi un lavoro qui”.

L’Italia, infatti, presenta un insieme di aspetti positivi e negativi che all’amministratore delegato – in uscita – della Cassa depositi e prestiti, Fabio Gallia, richiama alla mente le tele di Caravaggio con il loro “contrasto di luci e ombre: abbiamo una grande industria, un grossa quantità di risparmi, scuole di eccellenza, e queste sono le luci. Ma dall’altra parte abbiamo le ombre di un venture capital praticamente inesistente e dei pochissimi soldi investiti in tecnologia”.

 

Italia tra luci e ombre

Diagnosi confermata anche da Magrini, secondo cui nel nostro paese esiste “una situazione singolare, con un alto livello di imprenditorialità di qualità nel settore tecnologico, che si accompagna a un basso tasso di capitalizzazione dei fondi di venture capital, perché gli investitori istituzionali – ovvero il ‘capitale paziente’ che investe in un orizzonte di dieci anni – sono inesistenti”.

Una situazione che si può cambiare, ha spiegato il manager a Startupitalia!, portando avanti un’opera di educazione per spiegare che gli investimenti in startup innovative “sono un valore di mercato che consente di ottenere ritorni finanziari. Più nel breve termine, invece, creando dei meccanismi di vincolo di portafoglio per compensare questa carenza di consapevolezza. In Francia, grazie alla moral suasion del governo, è andata proprio così, e ora il volume di investimenti annui è di 1,2 miliardi di euro all’anno, in crescita. Da noi per ora qualcosa si è fatto, soprattutto grazie alla Cassa depositi e prestiti, a qualche banca e ad alcuni imprenditori visionari: è ancora poco, ma c’è sempre tempo. Bisogna solo averne la volontà”, magari accogliendo la proposta formulata da Gallia: una legge per imporre ai fondi di investimento di destinare una quota al venture capital o al private equity.

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