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Set 14, 2018

DDL Pillon su separazione e affido, già in 30 mila hanno firmato la petizione “contro” su Change.org | Una riflessione

Il disegno di legge su separazione e affido, da pochi giorni in Senato, ha suscitato molte reazioni. Su Change.org è stata lanciata una petizione per chiedere il ritiro del DDL. Qualche spunto di una mamma per una riflessione sul tema

Sono già ben oltre 30.000 (e crescono ogni secondo) le firme raccolte dalla petizione promossa dalla associazione D.i.Re Donne in rete contro la violenza su Change.org per chiedere il ritiro del disegno di legge Pillon su separazione e affido.

 

Partito in sordina a fine agosto, fa discutere e molto il disegno di legge “Norme in materia di affido condiviso, mantenimento diretto e garanzia di bi-genitorialità” (potete leggerlo qui) che intende dare attuazione a quanto previsto in materia nel contratto di governo introducendo modifiche normative riguardanti: la mediazione civile obbligatoria in tutte le separazioni in cui siano coinvolti i figli minorenni, l’equilibrio tra entrambe le figure genitoriali e tempi paritari nella cura e nell’educazione e quindi affidamento congiunto e doppio domicilio per i minori, il mantenimento in forma diretta dei figli, senza automatismi nel riconoscimento di un assegno da corrispondere al coniuge attribuendo a ciascuno specifici capitoli di spesa, in misura proporzionale al reddito e ai tempi di permanenza presso ciascun genitore del minore, il contrasto dell’alienazione genitoriale.

 

 

Apparentemente il DDL sembra quindi voler aprire a un maggiore equilibrio nelle relazioni tra genitori separati e inizia con le belle parole di Arturo Carlo Jemolo, giurista e storico italiano: “la famiglia è un’isola che il diritto può solo lambire, essendo organismo normalmente capace di equilibri e bilanciamenti che la norma giuridica deve saper rispettare quanto più possibile”. Il realtà il testo di legge appare disconfermare fin da subito questo principio proponendo una sorta di tutoraggio permanente per le coppie separate, stigmatizzandole di fatto, e ponendo le donne nella oggettiva difficoltà di separarsi considerando il contesto sociale e culturale italiano. Fa riflettere peraltro che tra i principali firmatari e sostenitori del testo ci sia chi ha apertamente messo in discussione il diritto all’aborto, giustificando in parte la lettura di chi teme il ritorno a una forma di conservatorismo reazionario di stampo maschilista che voglia riportare le donne in casa. Da qui la reazione di D.i.Re di altre associazioni che si stanno mobilitando. Ma andiamo con ordine.

 

Il paragone con gli altri Paesi

Il DDL muove guardando all’esperienza di Paesi come il Belgio, il Quebec e la Svezia dove l’affido a tempi paritetici supera il 20% (in Italia sarebbe intorno all’1-2 per cento). Un incipit interessante. Sono stata in Svezia proprio recentemente e condivido in toto l’entusiasmo nei confronti di un Paese all’avanguardia per l’uguaglianza di genere, il bassissimo tasso di disoccupazione e per le politiche di welfare. Peraltro, sempre in quei Paesi la parità di genere include la totale integrazione delle differenze di genere, ivi incluse le comunità LGBT.

 

 

Un altro tratto culturale da prendere senz’altro ad esempio da parte del primo firmatario del DDL che invece ha più volte messo nel mirino le unioni civili. Ma torniamo al nostro testo. Sembrano non considerare, i promotori del disegno di legge, che il contesto culturale e sociale del nostro Paese è – ahimè – profondamente differente da quello della Svezia, ad esempio. In Italia il tasso di disoccupazione, soprattutto femminile, è tra i più alti d’Europa, un dato che diventa drammatico nel Sud d’Italia dove il tasso di occupazione delle donne è di circa 35 punti inferiore a quello europeo. In Italia non è ancora matura la parità di genere, e pesa ancora principalmente sulle donne il compito di conciliare casa, famiglia e lavoro. Con i risultati che conosciamo, e che non possiamo fingere di ignorare.

 

Dalla Lombardia alla Sicilia per le donne ritornare al lavoro dopo la nascita di un figlio sta diventando sempre più problematico tra costi alti dei nidi, stipendi bassi e nonni che, ancora in servizio, non possono badare ai nipoti (La Stampa). Solo nel 2018 in Lombardia, tra le regioni dove l’occupazione femminile è più avanzata rispetto alla media nazionale, 6.767 donne si sono licenziate e la metà per i motivi sopracitati. In Italia il costo di nidi e baby-sitter non è deducibile fiscalmente e pesa interamente sugli stipendi, altra differenza con gran parte del resto d’Europa, la Francia ad esempio. Insomma, qualunque disegno di legge che intenda promuovere la cosiddetta “bi-genitorialità perfetta” deve prima affrontare la questione della occupazione femminile e le politiche di welfare. Infatti, calate nel contesto economico, culturale e sociale dell’Italia – e all’atto pratico – le norme proposte dal DDL Pillon potrebbero avere conseguenze gravi per le donne, che potrebbero essere indotte a non separarsi anche quando le condizioni lo renderebbero opportuno, soprattutto nell’interesse dei figli. Che soffrono per la separazione, ma la superano, mentre non superano rimanere intrappolati in relazioni infelici e turbolente.

 

Piano Genitoriale

Il DDL Pillon richiede ai genitori separati la compilazione un piano genitoriale relativo a educazione e formazione (un POF familiare, suvvia). Per quanto un po’ invasivo, mi sembra un ottimo strumento, che potrebbe essere proposto però a tutte le coppie. Il DDL infatti parte del presupposto che le coppie separate non possano trovare una mediazione, e infatti impone in caso di minori la mediazione obbligataria e a pagamento (alla faccia dello stato sociale). Ora, se è vero che le coppie quando si separano passano una fase turbolenta, è anche vero che spesso le relazioni migliorano col tempo lasciando spazio a una buona collaborazione nell’interesse dei bambini.

 

Perché se è vero che ci si può smettere di amare come compagni, non si smette completamente di amarsi come genitori. Ed è questo spazio che consente  di prendere le migliori decisioni per i propri figli. Ma richiede tempo e il minor numero di interferenze possibile. Peraltro, non è che nelle coppie non separate ci sia sempre accordo su tutto. Sappiamo bene, e lo leggiamo tutti i giorni sui giornali, che proprio in ambito familiare si consumano spesso drammatici conflitti. Il DDL invece sembrerebbe creare lo stigma delle coppie separate, colpevoli di aver fatto scelte trasparenti, considerate di fatto incapaci di assumere decisioni congiunte, e le mette sotto una sorta di tutela da parte dello Stato.

 

A tratti si ha quasi l’impressione di una sospensione della potestà genitoriale. Che viene esplicitamente evocata quando si ravvisino comportamento atti a provocare la cosiddetta alienazione di uno dei due genitori, peraltro disconfermata dal mondo scientifico, fino a contemplare l’allontanamento coatto dei bambini in attesa che vengano rieducati all’altro genitore. Possiamo solo immaginare l’impatto su madri, padri e bambini e l’abuso che di un tale strumento possa essere fatto proprio in quella fase turbolenta iniziale in cui gli ex-coniugi fanno più fatica ad essere obiettivi. Tutto questo peraltro partendo dalla premessa stessa del DDL: “la famiglia è un’isola che il diritto può solo lambire, essendo organismo normalmente capace di equilibri e bilanciamenti che la norma giuridica deve saper rispettare quanto più possibile”. Se questo è lambire.

 

La mediazione

Giusto perché la famiglia è un organismo normalmente capace di equilibri e bilanciamenti che la norma giuridica deve saper rispettare quanto più possibile, il DDL rende la mediazione obbligatoria in caso di presenza di minori, a prescindere che ce ne sia bisogno realmente o no. Maria Silvia Sacchi, sulla 27ESIMAORA, pur ritenendo la mediazione una “bellissima idea” ha già espresso correttamente il dubbio sulla “doppia professione” che andrebbe vietata, già nel DDL e non nel decreto attuativo. Insomma chi fa il mediatore, non dovrebbe poter esercitare altra professione (avvocato, psicologo o medico che dir si voglia). Va cioè evitato con fermezza il sospetto che si voglia favorire alcune categorie professionali, che peraltro in passato non hanno sempre dato garanzia di professionalità. A chi giova, infatti, l’obbligatorietà tout court? Possibile che nessuna coppia sappia raggiungere autonomamente un proprio equilibrio? In ogni caso, la mediazione dovrebbe essere assolutamente gratuita per i genitori o disponibile ad un prezzo estremamente popolare.

 

Ci sono molte altri aspetti di questo DDL che andrebbero ripensati, come quello del doppio domicilio che richia di derubricare i figli a pacchi postali (Maria Silvia Sacchi suggerisce giustamente piuttosto di tenere la casa dove sono cresciuti come punto di riferimento e far alternare i genitori nella stessa). E la considerazione molto realistica che alla lunga sarebbero comunque le donne a farsi carico dei bambini – il che è a mio giudizio è un bene soprattutto nei primi tempi e per i bimbi in tenera età – con il rischio oggi di non essere più sostenute o protette economicamente (dovranno pure versare l’affitto in caso di assegnazione della casa co-intestata) o magari di essere pure accusate di alienazione parentale.

 

P.S. D.I.Re ha organizzato una manifestazione a Roma che si terrà il 10 novembre (www.direcontrolaviolenza.it).

 

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