Ultimo aggiornamento il 21 Gennaio 2019 alle 15:39
Quattro spunti su cui lavorare per l’uguaglianza di genere
Welfare in azienda, riforma delle agevolazioni fiscali, bi-genitorialità e pay-gap. Questi i punti da cui partire per sostenere l'empowerment delle donne. Ne abbiamo parlato a Roma alla Camera dei Deputati
Senza diritti civili e sociali, non c’è innovazione. E non c’è progresso, soprattutto per le donne. Gli ultimi 40 anni in questo senso sono stati caratterizzati da molte conquiste: dalla eliminazione nel 1960 delle tabelle remunerative differenti per uomini e donne nei contratti collettivi nazionali di lavoro, fino alle misure contro la violenza di genere approvate per decreto nel 2013.
In mezzo molte altre: la legge sul divorzio nel 1970, la riforma del diritto di famiglia con la parità nei diritti e nei doveri nel 1975, l’abolizione del matrimonio riparatore nel 1981 (ebbene sì esisteva e solo per le donne), per arrivare nel 2009 all’approvazione della legge sullo stalking. Eppure la società non sembra ancora pronta ad accogliere una reale parità di genere e tanti segnali ci suggeriscono che il riconoscimento del talento delle donne non è scontato. Al contrario, ci dicono che si vorrebbe riportare le donne a ruoli del passato.
https://www.facebook.com/fusacchia.alessandro/videos/542269986257405/
Per questo motivo ho partecipato attivamente al tavolo di lavoro promosso dal deputato Alessandro Fusacchia di +Europa con l’obiettivo di ragionare su proposte relative al ruolo della donna nella società a partire da istruzione, lavoro, sociale, imprenditoria. Convinta che la vera battaglia da fare adesso sia culturale e necessiti di tutte le forze positive in campo: uomini, donne, politica e società civile. Il primo incontro si è svolto lunedì 14 gennaio alla Camera dei Deputati ed è subito nata l’idea di renderlo un gruppo di lavoro stabile e partecipato coinvolgendo in futuro forze politiche trasversali sensibili al tema dell’empowerment delle donne.
Il mio intervento ha preso le mosse dalla riflessione di una mamma pubblicata sul Corriere della Sera La 27Ora che rivendicava il suo diritto a “non fare le torte” in seguito alla poco felice frase della maestra “ognuno ha le sue priorità”. Nello stesso giorno il Corriere pubblicava un ampio pezzo sul tema del caring familiare e la “mission impossibile” delle donne. Già, perché chi sceglie di lavorare deve inevitabilmente delegare o abdicare ad alcuni aspetti della cura familiare. Per poi sentirsi giudicata appunto dalla società (come nel caso di Anna, la mamma della storia).
E poi ci sono le donne che non riescono a trovare la quadra e che smettono di lavorare dopo il primo figlio. In Italia sono il 33%, percentuale che sale dopo il secondo figlio. In un Paese dove l’occupazione femminile è al 48%, ben lontana dalla media europea. Come facciamo allora ad aiutare le donne a non restare schiacciate dal senso di colpa quando lavorano? E come facciamo a fare in modo che le donne non siano costrette a lasciare il lavoro col rischio di dovervi rientrare ad un’età molto complicata? Infine, come facciamo ad aiutare le donne a recuperare l’equilibrio tra caring familiare, legittima emancipazione e accudimento? Perché alle volte fare una torta, riappropriarsi di qualche lavoro domestico, dedicare del tempo alla scuola dei nostri figli fa bene soprattutto a noi.
Quindi come fare ad aiutare le donne a conciliare questi due dimensioni del proprio essere? E stiamo parlando dei figli. Ma c’è anche un aspetto del caring familiare che grava soprattutto sulla donna: la cura dei genitori anziani. Non è un caso insomma che il World Economic Forum ci ponga tra gli ultimi Paesi in classifica per la parità di genere a causa del caring familiare, perché pesano ancora come un macigno quella cinque ore in più che ogni donna investe nella sua giornata, oltre al lavoro. Ore non remunerate, ovviamente.
Ecco allora quali sono state le mie proposte, che vorrei portare avanti con le amiche che si sono riunite intorno al tavolo: