Quattro spunti su cui lavorare per l’uguaglianza di genere - Startupitalia immagine-preview

Gen 21, 2019

Quattro spunti su cui lavorare per l’uguaglianza di genere

Welfare in azienda, riforma delle agevolazioni fiscali, bi-genitorialità e pay-gap. Questi i punti da cui partire per sostenere l'empowerment delle donne. Ne abbiamo parlato a Roma alla Camera dei Deputati

Senza diritti civili e sociali, non c’è innovazione. E non c’è progresso, soprattutto per le donne. Gli ultimi 40 anni in questo senso sono stati caratterizzati da molte conquiste: dalla eliminazione nel 1960 delle tabelle remunerative differenti per uomini e donne nei contratti collettivi nazionali di lavoro, fino alle misure contro la violenza di genere approvate per decreto nel 2013.

 

In mezzo molte altre: la legge sul divorzio nel 1970, la riforma del diritto di famiglia con la parità nei diritti e nei doveri nel 1975, l’abolizione del matrimonio riparatore nel 1981 (ebbene sì esisteva e solo per le donne), per arrivare nel 2009 all’approvazione della legge sullo stalking. Eppure la società non sembra ancora pronta ad accogliere una reale parità di genere e tanti segnali ci suggeriscono che il riconoscimento del talento delle donne non è scontato. Al contrario, ci dicono che si vorrebbe riportare le donne a ruoli del passato.

 

EMPOWERMENT FEMMINILE PER CONTARE DI+

EMPOWERMENT FEMMINILE Lunedì scorso, 14 gennaio, abbiamo organizzato – assieme ad altri iscritti e iscritte di Più Europa, tra cui Anna Maria Zanetti e Federica Thiene promotrici di una bella iniziativa di sensibilizzazione sulla parità di genere proprio dentro il nostro partito – una prima riunione alla Camera dei Deputati per ascoltare e ragionare su proposte concrete per promuovere il contributo delle donne alla società — a partire da istruzione, lavoro e imprenditoria.Mi hanno colpito la incredibile ricchezza professionale e umana delle tante donne che hanno partecipato e la concretezza con cui ci siamo confrontati, consapevoli tutti – quando si affronta il tema della parità – di non poter più ripartire ogni volta da zero. È stata una bellissima energia che ha invaso Montecitorio – il video lo testimonia – e che deve invadere, ed emozionare, tutto il Paese. Per questo motivo ci rivedremo, allargheremo la partecipazione, ci daremo un’agenda di lavoro e iniziative puntuali coinvolgendo il più possibile in maniera trasversale altri colleghi e colleghe della Camera sensibili al tema dell’empowerment delle donne.Per il resto, spero che il primo Congresso di +Europa che si terrà a Milano dal 25 al 27 gennaio, sia un’occasione non solo per discutere ma per promuovere una vera agenda politica per l’empowerment di tutte le donne. Più diritti, più libertà, più opportunità.Più uomini che si occupano della parità delle donne.

Geplaatst door Alessandro Fusacchia op Zaterdag 19 januari 2019

 

Per questo motivo ho partecipato attivamente al tavolo di lavoro promosso dal deputato Alessandro Fusacchia di +Europa con l’obiettivo di ragionare su proposte relative al ruolo della donna nella società a partire da istruzione, lavoro, sociale, imprenditoria. Convinta che la vera battaglia da fare adesso sia culturale e necessiti di tutte le forze positive in campo: uomini, donne, politica e società civile. Il primo incontro si è svolto lunedì 14 gennaio alla Camera dei Deputati ed è subito nata l’idea di renderlo un gruppo di lavoro stabile e partecipato coinvolgendo in futuro forze politiche trasversali sensibili al tema dell’empowerment delle donne.

 

Leggi anche: Empowerment al femminile, un tavolo di discussione alla Camera e 5 idee per le startup

 

Il diritto a non fare le torte

Il mio intervento ha preso le mosse dalla riflessione di una mamma pubblicata sul Corriere della Sera La 27Ora che rivendicava il suo diritto a “non fare le torte” in seguito alla poco felice frase della maestra “ognuno ha le sue priorità”. Nello stesso giorno il Corriere pubblicava un ampio pezzo sul tema del caring familiare e la “mission impossibile” delle donne. Già, perché chi sceglie di lavorare deve inevitabilmente delegare o abdicare ad alcuni aspetti della cura familiare. Per poi sentirsi giudicata appunto dalla società (come nel caso di Anna, la mamma della storia).

Tanti segnali ci suggeriscono che il riconoscimento del talento delle donne non è scontato

E poi ci sono le donne che non riescono a trovare la quadra e che smettono di lavorare dopo il primo figlio. In Italia sono il 33%, percentuale che sale dopo il secondo figlio. In un Paese dove l’occupazione femminile è al 48%, ben lontana dalla media europea. Come facciamo allora ad aiutare le donne a non restare schiacciate dal senso di colpa quando lavorano? E come facciamo a fare in modo che le donne non siano costrette a lasciare il lavoro col rischio di dovervi rientrare ad un’età molto complicata? Infine, come facciamo ad aiutare le donne a recuperare l’equilibrio tra caring familiare, legittima emancipazione e accudimento? Perché alle volte fare una torta, riappropriarsi di qualche lavoro domestico, dedicare del tempo alla scuola dei nostri figli fa bene soprattutto a noi.

 

Quindi come fare ad aiutare le donne a conciliare questi due dimensioni del proprio essere? E stiamo parlando dei figli. Ma c’è anche un aspetto del caring familiare che grava soprattutto sulla donna: la cura dei genitori anziani. Non è un caso insomma che il World Economic Forum ci ponga tra gli ultimi Paesi in classifica per la parità di genere a causa del caring familiare, perché pesano ancora come un macigno quella cinque ore in più che ogni donna investe nella sua giornata, oltre al lavoro. Ore non remunerate, ovviamente.

 

4 proposte da cui partire

Ecco allora quali sono state le mie proposte, che vorrei portare avanti con le amiche che si sono riunite intorno al tavolo:

    1. Welfare aziendale. Sostenere le aziende che promuovono il lavoro flessibile, il cosiddetto “smart working” e il welfare aziendale, una delle cui ultime iniziative è rappresentato dal sistema dei flexible benefit. E non parlo delle multinazionali che riescono ad abbracciare con convinzione queste nuove tendenze, ma delle piccole e medie imprese che costituiscono di fatto il tessuto del nostro Paese. Dobbiamo incentivare lo strumento del lavoro flessibile con politiche di premi e agevolazioni fiscali, e tanta formazione manageriale. Dobbiamo incidere su una nuova cultura del lavoro. Le nuove tecniche di Agile Management sono una fonte di grande ispirazione da cui partire per un lavoro davvero flessibile, che aiuterebbe molto le donne.
    2. Riforma delle agevolazioni fiscali. Va studiata una radicale riforma delle agevolazioni fiscali a partire dal riconoscimento della debolezza della famiglia come datore di lavoro e percorrere una strada simile a quella della Francia il cui sistema oggi prevede deduzioni dal reddito dei contributi previdenziali obbligatori e detrazioni dalle imposte delle spese sostenute per addetti all’assistenza personale. Grazie al sistema integrato, la Francia spende in questo settore non più di 6 miliardi di euro l’anno con un numero di badanti che è la metà del nostro (e molte sono francesi), tutte regolari, più formate, più integrate nei servizi e nella società, tendenzialmente dipendenti da associazioni sociali.
    3. Bi-genitorialità. È più che mai necessario promuovere una rivoluzione culturale nei confronti della bi-genitorialità a partire dal riconoscimento dei reciproci doveri (e non dei reciproci diritti!) lavorando fin da subito, nelle scuole quindi, alla parità di genere. E va presa una posizione netta nei confronti dei tentativi in corso di riportare le donne a ruoli del passato. Mi riferisco al ddl735 su separazione e affido noto come ddlPillon, di cui va chiesto trasversalmente e subito il ritiro: uno dei peggiori disegni di legge degli ultimi decenni per tanti e gravi motivi e che tra l’altro elimina tour court l’assegno di mantenimento al genitore colocatario (tipicamente la madre) in caso di separazione fingendo di ignorare le condizioni della donna in Italia sia sotto il profilo della occupazione che della violenza domestica. Altro che Svezia.
    4. Pay gap. L’Islanda ha varato questa estate una legge che rende illegale pagare una donna meno di un uomo. E in Italia, come siamo messi? Monica Dascenzo ne parla in un articolo utile a capire come viene definito e calcolato il gender pay gap. Il divario di reddito tra maschi e femmine rimane un vulnus della nostra società: in media una donna italiana guadagna la metà di un uomo, a fronte di molte più ore lavorate, sia perché viene pagata proporzionalmente meno, ma anche perché fa molto più lavoro non pagato di un uomo, vedi i lavori domestici e tante altre mansioni che non prevedono una retribuzione, come la cura dei figli o dei genitori anziani o malati. Il caring familiare, nuovamente. Possiamo studiare di retribuirlo in qualche modo?

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