TedXDarsena, l'etica del domani tra tecnologia, amore e morte - Startupitalia immagine-preview
#SIOS19
Prenota il tuo biglietto

Ultimo aggiornamento il 3 giugno 2019 alle 10:12

TedXDarsena, l’etica del domani tra tecnologia, amore e morte

Cosa chiedete ad Alexa? Solo ricette, notizie, musica e promemoria o le fate domande più personali, come fosse un essere umano? Prima o poi, siate sinceri, lo avete fatto. Per curiosità, certo, ma anche per cercare una forma di connessione, una complicità

La tecnologia dà, la tecnologia toglie. Difficilmente leghiamo l’etica, ossia l’insieme dei comportamenti pratici dell’uomo di fronte al bene e al male, alla tecnologia e ai robot. Da una parte perché è l’uomo che la progetta e la applica, dall’altra perché, si sa, una macchina non prova emozioni. In qualche modo però fa molto di più: è questo che hanno raccontato gli ospiti della seconda edizione di TedXDarsena, che nel nome porta uno de simboli della rinascita di Milano e ha dedicato tutta l’attenzione all’ “Etica di domani”. Moreno Pisto, brand and content manager di moto.it e automoto.it, ha introdotto la giornata partendo dall’ispirazione, trovata in un caso di cronaca accaduto nei dintorni di Montecatini, dove una ringhiera a cui sono aggrappate decine di peluche ricorda la morte di una bambina di 3 anni che stava attraversando la strada con la mamma, per raggiungere il padre dalla parte opposta, che fu anche testimone della tragedia. “Un’auto si era fermata per farle attraversare mentre quella che la seguiva, guidata da un giovane al cellulare, l’ha tamponata. Se l’auto avesse avuto sensori e sistema di frenata non sarebbe successo ciò che invece è accaduto perché un’altra tecnologia, lo smartphone, ci porta alla distrazione alla guida. Mi ha fatto molto riflettere, perché io lavoro nel settore automotive: in una storia così, dove sta il bene e il male dell’uso della tecnologia?”.

Hanno provato a rispondere nei rispettivi campi di competenza, connettendo all’etica e alla tecnologia l’amore, il lavoro e la morte, il filosofo Maurizio Balistreri, la responsabile Global Digital Communication di Adecco Group Silvia Zanella e l’esperto di tanatologia Davide Sisto. Dopo di loro Agnese Codignola (alimentazione), Valentino Megale (salute), Federico Blumer (storytelling) e Cristina Zaga (educazione). Ve ne raccontiamo tre.

Etica tecnologia e amore

 

Cosa chiedete ad Alexa? Solo ricette, notizie, musica e promemoria o le fate domande più personali, come fosse un essere umano? Prima o poi, siate sinceri, lo avete fatto. Per curiosità, certo, ma anche per cercare una forma di connessione, una complicità.
Balistreri ci ha fatto fare un passo indietro: si può essere coinvolti emotivamente e provare affetto per una macchina o una voce generata da un’intelligenza artificiale? La memoria va subito ai film

Blade Runner, Her, Ex Machina, dove con o senza corpo il protagonista di innamora di una macchina androide o unicamente di una voce, con più livelli di seduzione.
“Oggi si stabiliscono relazioni con le macchine anche in ambito ospedaliero e nell’assistenza agli anziani: i robot che li assistono e interagiscono con loro spingono nel tempo le persone a costruire con loro affetto e relazione, così si interessano al loro benessere e a volte cercano di dargli da mangiare, vogliono sapere come funzionano. A livello cognitivo e razionale sanno che sono macchine ma in sostanza si lasciano coinvolgere sentimentalmente”.

 

Questo legame in evoluzione, di pari passo con l’innovazione tecnologica, porta già ad altre necessarie valutazioni: “Un giorno riconosceremo loro una rilevanza morale dal punto di vista giuridico? Sarà punito il maltrattamento nei confronti di una macchina? Non dovrà essere autocosciente, in qualche modo basterà che sia in grado di interagire con noi, se sarà in grado di cogliere il nostro umore. Se saprà empatizzare con noi secondo me arriveremo a non resistere, e a riconoscerli come membri della nostra comunità”.

Lo scenario culturale è cambiato, anche dal punto di vista sessuale: “C’è qualcosa di male nel fare sesso con un robot? Sarebbe autoerotismo, che non è più vissuto come pratica immorale. Ma chi stabilisce questa relazione con una macchina è visto come individuo problematico o deviato, incapace di avere relazioni con altri esseri umani. Forse possiamo immaginare situazioni in cui il sex robot possa aiutare chi esce da una separazione o ha compagni che non assecondano le fantasie, o chi soffre di ansie sociali. Di certo la maggior parte di noi è in grado di distinguere gli ambiti (pensiamo al gioco per i bambini) e piano piano stiamo superando anche l’oggettivazione del corpo femminile, con robot immaginati di sesso maschile”.

 

 

Etica tecnologia e lavoro

 

Il futuro del lavoro è femmina: lo dice Silvia Zanella di Adecco Group, e senza alcun intento femminista. “Con che tipo di giocattoli vi piaceva giocare? Ricordo me stessa con le altre bambine a giocare a fare le mamme, i maschi con i robot transformer. La vita poi ci insegna che una visione da maschio alfa non è più efficace e che il modo di lavorare e la ricerca del lavoro sono “femmine”. Dal punto di vista tecnologico il dibattito è spesso relegato a robot che fanno cose e a statistiche asettiche ma molto poco a come lavoreremo noi, a come gestiremo tempo e spazio, le relazioni, le gerarchie. Non voglio minimizzare gli impatti occupazionali ma allargare la visione, perchè tra le competenze sempre più richieste ci sono le soft skills, come la capacità di ascolto, di entrare in relazione con colleghi e clienti, di lavorare in gruppo, capacità che sono più spesso attribuite alle donne”. Spazio e tempo nei luoghi e nelle modalità di lavoro sono d’altronde cambiati grazie alle nuove tecnologie. Da una parte la globalizzazione e l’internazionalizzazione, la diversità e l’inclusione come assi fondamentali dal punto di vista della competizione e della sopravvivenza di un progetto. Ma la tecnologia rende possibile anche lo smartworking e l’attenzione si sposta sulla cultura del lavoro e sull’importanza di raggiungere un risultato anche con modalità nuove. Insomma, entra in campo la fiducia. ”Riflettiamo sulla parola “collega”: significa connessione, condivisione, parte di un ecosistema dove ho e creo valore. Per questo le piattaforme di social recuiting hanno un successo limitato, perché non ci si può più limitare ad un elenco di successi o premi o traguardi, è più importante scoprire come sei, come vivi il sistema”. Mentre big data e algoritmi ridisegnano i contorni di ciò che siamo, possiamo o vogliamo fare, “Abbiamo tutti noi il diritto di cominciare a comprendere davvero questo futuro del lavoro e l’uso delle tecnologie per insegnare ai nostri figli le nuove regole del gioco”.

Etica tecnologia e morte

 

Davide Sisto, tanatologo e ricercatore da dieci anni si occupa dal punto di vista filosofico del tema della morte e lavora con ospedali e fondazioni per avvicinare la percezione della morte e la sua elaborazione al mondo dei vivi.

“Una mattina Facebook mi chiede di fare gli auguri al mio amico Alessandro, morto tre mesi prima. Per prima reazione vado sulla sua pagina, rileggo conversazioni, recupero anche quelle passate e private e l’impatto emotivo è stato per me molto forte. Ho percepito quanto siamo abituati a rimuovere la morte dai luoghi in cui viviamo, e lasciamo scattare la scaramanzia. Dopo il sesso, la morte è il grande tabù della nostra epoca”.

Un’indagine di mercato in Italia racconta che le case vicino ai cimiteri – anche in quelle città dove hanno una posizione centrale – hanno un costo inferiore del 50% rispetto a case simili.

Nessuno prenderebbe casa accanto ai cimiteri, eppure ogni giorno senza rendercene conto scriviamo sul più grande cimitero al mondo: su Facebook ci sono 50 milioni di profili di utenti morti, ne muoiono ogni giorno circa 33mila in tutto il mondo. A fine secolo i profili dei deceduti sarà superiore a quello dei vivi, e quello che avremo tra le mani sarà una vera e propria enciclopedia dei morti e della loro memoria.

“Ogni volta che soffriamo per un lutto entriamo in una sorta di bolla, e chi sta al di fuori vive l’imbarazzo della relazione con chi soffre, si fatica a dimostrare vicinanza. Il poco sostegno che riceviamo da parte degli altri nel mondo fisico è invece molto più semplice e collettivo sul mondo virtuale e social, dove si sprecano i commenti sulla bacheca di chi ci lascia come se potesse leggerci, dove ricordare persone anche a distanza di tempo le fa sentire ancora presente nel pensiero di tutti. Stiamo trasportando l’aldilà negli smartphone e computer: negli Stati Uniti creano ologrammi delle persone usando le informazioni online, un giornalista scientifico ha registrato ore di intervista con il padre malato di tumore per farne un libro dopo la sua morte e il quantitativo enorme dei file lo ha invece spinto a rielaborare il materiale usando la sua voce. Ha costruito una vera “dead bot” di intelligenza artificiale, in sostanza una chat bot con il morto, capace di elaborare le conversazioni e permettere al figlio di continuare a chattare con lui”

 

La verità è che la nostra morte fisica non coinciderà mai con la nostra morte digitale: ogni post che condividiamo va a dare forma al nostro profilo virtuale, che avrà vita anche quando non ci saremo più. Sta a noi coltivarlo senza rimpianti nel modo più aderente possibile alla nostra identità, pensando anche a quando continueremo ad esistere senza esserci davvero.

Rimani sempre aggiornato sui
temi di StartupItalia!
iscriviti alla newsletter