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Ultimo aggiornamento il 12 settembre 2019 alle 8:06

EIT Digital Conference, l’Europa può diventare la patria dell’umanesimo digitale

Il Vecchio Continente ha una seria opportunità da sfruttare: ha le competenze giuste, le università giuste e i capitali per trasformare tutta la sua industria. Anche grazie al supporto di una Comunità Europea sempre più attenta alla tecnologia

“Vogliamo far incontrare i maker e gli shaper”: sintetizza così l’obiettivo finale di questa giornata Willem Jonker, CEO di EIT Digital, nel suo intervento che ha dato il via all’annuale EIT Digital Conference a Bruxelles. I maker, coloro i quali danno vita alla tecnologia e alla rivoluzione industriale 4.0. Gli shaper invece sono i regolatori: la UE, i parlamenti nazionali, chi ha la responsabilità di garantire che l’Europa resti un luogo diverso dal Nordamerica e l’Asia salvaguardando i nostri valori in termini di diritti, qualità della vita, e anche opportunità.

Opportunità che non mancano nel Vecchio Continente: ci sono i capitali, ci sono alcune tra le migliori università del mondo, c’è un enorme mercato composto da milioni di individui. E oggi c’è anche un nuovo Parlamento che si sta insediando proprio qui a Bruxelles, e una Commissione che sta dando il via alla propria iniziativa: entrambi con obiettivi chiari nel puntare a supportare il settore tecnologico per farlo crescere in modo organico e inclusivo. Lo ha ribadito dal palco membro del parlamento Eva Kaili: che ha spiegato come in seno all’Unione si stia costruendo un consenso che consenta di puntare a nuove regole comunitarie per i finanziamenti alle startup, per attirare i capitali da ogni parte del pianeta, e consentire di premere l’acceleratore sull’educazione in senso scientifico e digitale. “Con sempre i nostri valori alla base – ha detto sul palco – l’uso della tecnologia non deve basarsi solo sul massimizzare i profitti, ma garantire i cittadini: la tecnologia deve essere etica by design, deve garantire il rispetto del consenso da parte dei cittadini nell’uso dei loro dati solo per gli scopi previsti, e non deve consentire la manipolazione dell’informazione o la disinformazione”.

Cambiare punto di vista

C’è un altro aspetto da considerare nel ruolo che l’Europa può e deve giocare. Ancora Jonker: “Il digitale è stato dominato a lungo dalla tecnologia stessa: dalle aziende che davano vita a questa tecnologia, da Silicon Valley, ma i tempi sono cambiati. Oggi la pervasività di questi strumenti digitali pone nuove sfide: c’è la spinta politica a governare, per così dire, questo fenomeno, regolamentarlo per non lasciare l’iniziativa solo alle aziende. GDPR, PSD2 sono esempi di questo tentativo di bilanciare l’innovazione misurando il suo impatto sociale, con l’obiettivo di ottenere maggiore inclusione”. Ed è qui il centro della questione: uno dei valori fondanti dell’Unione Europea è sempre stato l’inclusione, la collaborazione tra nazioni e popoli, e la quarta rivoluzione industriale che stiamo vivendo è un’occasione per rafforzare questo concetto rendendolo parte della rivoluzione stessa.

Non bisogna temere il progresso tecnologico: “Ci sono davvero cittadini preoccupati dalla robotizzazione della nostra civiltà, dalla diffusione dell’intelligenza artificiale: il nostro compito – continua Jonker – è offrire loro un punto di vista differente di questo fenomeno, aiutarli a comprenderlo e abbracciarlo”. Per farlo le iniziative di EIT Digital si muovono dall’istruzione – con un master che pone proprio l’interdisciplinarità, così come internazionalità e collaborazione al centro dell’equazione – al supporto delle scaleup nel programma di accelerazione: e poi si spostano a livello regolatorio, per far comprendere alla politica l’importanza della tecnologia come strumento neutrale da sfruttare per creare una società più inclusiva e prospera.

Unendo questi due aspetti, ecco che si crea quella convergenza tra maker e shaper di cui parla Jonker: “Tutti i settori industriali stanno attraversando una inevitabile trasformazione in ottica digitale, perché il modo tradizionale di fare business non è più sostenibile”. La tecnologia può essere di aiuto alla crescita del fatturato, ma soprattutto può rendere il prodotto dell’industria più attento al benessere, al rispetto dell’ambiente, alle diversità per arginare qualsiasi forma di discriminazione: se le regole sono ben fatte, chiosa Jonker, rispettarle può essere un vantaggio per tutti (forse la GDPR è l’esempio migliore in questo senso). Oggi senz’altro l’Europa è leader nel campo degli shaper: costruire una leadership credibile anche in quello dei maker può costituire una strada per rafforzare il suo ruolo futuro nell’economia mondiale.

Imparare a insegnare

Tutto questo può passare anche attraverso quella che Roberto Prieto, responsabile della divisione education di EIT Digital, chiama “open education”: “Open in questo caso si declina in molti modi – ci ha detto in una conversazione a margine del suo intervento sul palco – Significa per esempio aprire a tutti questo nostro impegno, fedeli alla nostra missione di educare i talenti europei: ma anche aprirla alle competenze e alle conoscenze che nascono e si sviluppano in tutto il Continente, non solo limitandosi alle università che pure sono un bacino fondamentale. Allargandoci quindi anche al mondo industriale, delle imprese. Uno dei nostri obiettivi è connettere: permettere agli studenti e ai professionisti che partecipano alle nostre iniziative di attingere alle possibilità offerte da tutti gli atenei e i partner del nostro network, connetterli all’industria”.

Due gli aspetti più significativi da sottolineare nel ragionamento di Prieto: l’interdisciplinarità e la mobilità. “Puntiamo a fornire competenze tecniche e manageriali ai nostri studenti: ciascuno di loro può poi scegliere un campo tecnologico verticale per applicare quanto appreso, seguendo i principi dell’approccio Innovation and Enterprenurship – continua Prieto – che è esattamente ciò che serve per creare nuove imprese ma che anche le grandi aziende ricercano per il proprio personale. Inoltre promuoviamo la mobilità tra atenei nel nostro master, in cui i partecipanti frequentano i due anni di corso in due università di due Paesi differenti: sono anche previste intership direttamente nel tessuto industriale, per far misurare i partecipanti stessi con problemi reali e per cercare al contempo di indirizzare la ricerca per rispondere a esigenze concrete e attuali”.

A ben guardare, quanto dice Prieto non è altro che l’applicazione pratica degli stessi principi che erano contenuti nel Manifesto di Ventotene del 1941 e che hanno costituito la base dello spirito con cui è nata l’Unione Europea: fare comunità, garantire e promuovere il movimento di conoscenze e cittadini all’interno del Vecchio Continente, cogliere le opportunità che solo insieme possono essere sfruttate al meglio. “Forse non possiamo competere in termini di numeri assoluti con colossi che vengono dall’Asia, ma l’Europa nel suo complesso può fare molto di più che un singolo Paese da solo – chiosa Prieto alla fine della nostra conversazione – Non competiamo sulla quantità, ma sulla qualità dei nostri talenti: il modello di connessione trasversale di EIT è un modello importante per garantire la qualità dell’ecosistema europeo, e puntiamo a un’Europa che creda in questo modello”.

Uno sguardo alla realtà

Ci sono due aspetti di cui tenere conto nel momento in cui si affronta seriamente un discorso sul futuro del nostro Continente: uno riguarda come intendiamo formare i cittadini giovani e meno giovani per permettergli di comprendere e sfruttare i vantaggi di novità come la robotica o l’intelligenza artificiale. In questo senso, abbiamo appena visto, EIT Digital si impegna nell’up-skilling e nel re-skilling. L’altro, strettamente connesso col primo, è l’approccio da seguire in termini etici, normativi e umani nell’adozione e nell’impiego delle nuove tecnologie. Se è vero da un lato che i robot e l’AI possono cambiare il mercato del lavoro, è altrettanto vero che amplieranno la creazione di nuove figure professionali: secondo tutti gli studi genereranno un saldo positivo in termini di posti di lavoro disponibili. Farsi trovare pronti a tutto questo è una delle chiavi del futuro di cui stiamo parlando.

Questo approccio non può prescindere poi dalla realtà del mercato: tutti parlano di blockchain, ma quanto si investe e quante aziende sono impegnate con la blockchain? Dando un’occhiata al mercato reale si scopre che ricerche e investimenti si concentrano su altro: per esempio le misurazioni biometriche, pensate ai wearable, che possono effettivamente garantire ricadute enormi in termini di qualità della vita e vantaggi per la medicina e una moltitudine di altri verticali. La progressiva miniaturizzazione di componenti e sensori offre delle chance incredibili in questo settore: di nuovo, l’Europa è all’avanguardia nella ricerca&sviluppo in questo campo, si tratta solo di bilanciare i lati dell’equazione per consentire all’innovazione frutto della ricerca di travasarsi nel mondo dell’industria. Altri verticali da tenere sotto controllo sono robotica e finanza: anche qui il Vecchio Continente ha parecchie carte da giocare.

Per farlo, a costo di ripetersi ancora, EIT Digital lavora con l’acceleratore per sostenere la crescita delle scaleup o lo sbarco sul mercato con ritmi e tempi che sarebbero impensabili per chi si cimenta da solo nello sforzo: 12 mesi per un processo simile è un ritmo da primi della classe, reso possibile dall’impegno congiunto di partner e di EIT stessa che insieme hanno messo a punto un modello efficace di collaborazione. Ne abbiamo viste diverse all’opera a Bruxelles. HyperCRC è un’app di realtà virtuale che consente il co-design in tempo reale da parte di più utenti: immaginate un documento di testo condiviso, magari su Google Drive: e ora pensate a fare lo stesso all’interno di un ambiente virtuale in cui progettare oggetti tridimensionali. Oppure Ariadne Maps, che tramite l’analisi dei segnali RF emessi dai dispositivi degli utenti è in grado di analizzare il flusso degli spostamenti all’interno di grandi spazi, con la massima precisione e nel totale rispetto della privacy: una stazione, un centro commerciale, persino un avamposto di studio nell’Antartide. Un supporto utile al marketing, ma anche per l’analisi dei flussi per elaborare strategie di sicurezza migliori o valutare l’aspetto sociologico del comportamento degli esseri umani.

La via europea

Tutto questo viene perseguito con un occhio alla frontiera della ricerca e l’altro alle richieste che arrivano dal mondo dell’impresa. Soprattutto, per conservare l’approccio squisitamente europeo – che da sempre contraddistingue la nostra industria e la nostra cultura industriale – è fondamentale perseguire da capofila un approccio più etico e umanista all’introduzione della tecnologia che si fa sempre più pervasiva in ogni settore. Lo possiamo chiamare, se volete, umanesimo digitale.

“C’è spazio per essere ottimisti quando si parla di questi temi – dice a StartupItalia Gry Hasselblach, impegnata su questi temi da anni sia in ambito di definizione delle policy che nella declinazione in ambiente produttivo – Quando venne discussa la prima volta la GDPR ci fu una reazione negativa da parte di molta dell’industria, preoccupata delle sue conseguenze sul piano pratico: i fatti hanno dimostrato che la GDPR può essere considerata come una guida, persino una risorsa. Il sentimento di timore rispetto all’impatto della tecnologia è legato anche e soprattutto alla labile etica delle piattaforme attuali, troppo spesso non neutrali rispetto alle esigenze dell’utente finale e quindi del cittadino”.

 

“Con una metafora – prosegue Hassleblach – potremmo definire etica e privacy due delle infrastrutture su cui poggia la nostra società: manutenere queste infrastrutture serve a garantire che non andiamo incontro a incidenti catastrofici”. Questo significa ad esempio adottare un processo di sviluppo che includa un social assessment per valutare le possibili implicazioni e ramificazioni che comporta un determinato design di un servizio o di una piattaforma. “Occorre tenere sempre a mente l’utente del servizio: ovvero l’essere umano. Certo la tecnologia deve essere efficace, deve rispettare policy e regolamenti: ma quando crei un metodo di elaborazione dei dati come includi il fattore umano nel processo? Si possono progettare dei metodi che rendano chiaro come vengono prese delle decisioni, quali criteri sono stati adottati per inserire determinate informazioni in determinate categorie”.

Ecco che entra in gioco la via europea questi temi: la normazione a posteriori può rivelarsi complicata da gestire e soprattutto da far rispettare (i buoi sono ormai usciti dal recinto), ma si può fare molto in prospettiva per il futuro. “Occorre definire al meglio ruoli, e compiti, per riuscire a creare un equilibrio effiace in questa nuova società – conclude Hassleblach – Bisogna essere a tutti i costi consapevoli del ruolo che si gioca in questo contesto, delle proprie responsabilità in seno alla società: e considerarle le proprie linee guida per l’innovazione”.

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