Wetaxi, l'app per condividere le "corse" sbarca a Milano e Roma
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Ultimo aggiornamento il 18 settembre 2019 alle 6:52

WeTaxi, l’app per condividere le “corse” sbarca a Milano e Roma

La società torinese compie il salto di qualità e punta a raccogliere due milioni sul mercato. Gli autisti: "Sono diversi, non vogliono mangiarci i profitti"

Prenotare una corsa con il cellulare sapendo in anticipo quanto costerà, e se il tassametro all’arrivo segna meno di quanto pattuito, ottenere un rimborso. Chi accetta di condividere la tratta? Paga la metà, anche se poi  finisce a viaggiare da solo.  A smentire il luogo comune che vuole le vetture bianche  italiane troppo costose ci prova  la torinese Wetaxi. Nata nel 2015 da un team di giovani ricercatori del Politecnico con il pallino dell’innovazione e del trasferimento tecnologico, è sbarcata a Milano e Roma alle 4 della notte tra lunedì e martedì, in coincidenza con la Settimana della Mobilità Sostenibile.

 

Alla base della piattaforma c’è  un algoritmo proprietario in grado di predire, con sufficiente approssimazione, il prezzo finale del tragitto. Il margine di errore medio è estremamente ridotto, pari a circa 30 centesimi.

 

La neonata società è stata accelerata ad Amburgo da Speed up Europe per poi avvalersi di Strumento SME, programma comunitario per sostenere le attività di ricerca e innovazione delle giovani PMI nelle varie fasi del ciclo di vita. “Ma abbiamo deciso di tornare in Italia, dove ci hanno sostenuto imprenditori e qualche investitore seriale, quasi tutti piemontesi” racconta a Startupitalia il ceo e founder Massimiliano Curto.

 

Wetaxi: le partnership con gli autisti

Tutto si gioca sulle partnership. L’azienda è riuscita ad agganciare con un lungo lavoro ai fianchi alcune delle principali compagnie di radiotaxi della penisola. Una categoria, quella degli autisti, notoriamente diffidente. “In realtà con loro è diverso: non vogliono semplicemente lucrare sui nostri affari, ma collaborare” spiega Emiliano Boccalini, presidente di Taxi Blu, cooperativa milanese di guidatori.

 

Curto conferma. “Il nostro modello di business prevede una commissione fissa di un euro a corsa, cui va sommato il costo del sistema di pagamento” riprende  – “Volevamo distinguerci dal sistema tradizionale che prevede fee del 20-30%. Siamo un servizio economico per il cliente e per gli operatori. In poche parole, facciamo sinergia”.

 

Il capoluogo lombardo e la capitale portano a 20 le città raggiunte dal servizio, attivo da Napoli a Novara, passando dalla Sardegna.

 

Wetaxi: “Puntiamo a raccogliere 2 milioni”

Ma a quale pubblico si rivolge WeTaxi? “Soprattutto giovani, più vicini al digitale e alle nostre forme di comunicazione: i dati rivelano che il 60% dei clienti non utilizzava taxi prima. Ma c’è anche una fetta di delusi, che per qualche motivo avevano promesso di non salire mai più su una vettura bianca”. Come Miguel, sessantenne spagnolo residente a Torino che, si vanta Curto, è rimasto così soddisfatto da utilizzare l’applicazione più volte al giorno.

 

“Il futuro è già qui. Nelle grandi città è uscire in car sharing, spostarsi in monopattino e tornare a casa in taxi – chiosa Emiliano Saurin, fondatore di Urbi, startup italiana che raccoglie in una sola piattaforma tutti i servizi di mobilità condivisa, dai monopattini alle autovetture. Da poco c’è anche anche WeTaxi.  Anche la sua storia è interessante. Nata a Berlino, poi acquisita da Telepass, è un’altra protagonista della rivoluzione della mobilità che sta prendendo piede nel capoluogo lombardo, incentivata dalle norme sempre più restrittive su inquinamento ed emissioni.

 

Sul numero di utenti Curto non si sbilancia. Gli investitori,  però, credono nel progetto. “Finora abbiamo raccolto 1,3 milioni di euro, e stiamo lavorando a un nuovo aumento di capitale tra gli 1,5 e i 2 milioni” rivela. Prossimi passi? “Finora abbiamo mirato a consolidare l’offerta e a ottenere un posizionamento chiaro con i radiotaxi” prosegue io manager, alla guida di un team di 14 persone. “Su queste basi, possiamo pensare di crescere ulteriormente”. E, perché no, espandersi all’estero.

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