Innovazione sanitaria in Europa. Che cosa fa EIT Health per le startup - Startupitalia

Ultimo aggiornamento il 11 gennaio 2020 alle 8:35

Innovazione sanitaria in Europa. Che cosa fa EIT Health per le startup

A che punto è l’Italia rispetto al resto d’Europa per quanto riguarda l’innovazione proposta dalle startup in ambito sanitario? Ne parliamo con Chiara Maiorino, EIT Health InnoStars Education e Regional Manager South Europe

EIT Health  è la Knowledge Innovation Community dedicata al mondo della salute dell’European Institute of Innovation & Technology (EIT), uno dei bracci operativi della Commissione europea, nato nel 2008 da un’idea di José Barroso (presidente della Commissione europea dal 2004 al 2014), con l’intento di sviluppare e consolidare un ecosistema d’innovazione europeo.

L’Italia fa parte esattamente del cluster InnoStars, che include un gruppo di Paesi qualificati dal Quadro europeo di Valutazione dell’Innovazione come paesi innovatori (Italia, Portogallo, Polonia e Ungheria).  Il suo obiettivo è realizzare un ecosistema che permetta lo sviluppo dell’innovazione sanitaria in Italia e in Europa, concentrandosi su tre filoni: uno dedicato all’education, un altro alla creazione d’impresa e un terzo dedicato al trasferimento tecnologico. Composta da oltre 140 partner tra aziende, ospedali e centri di ricerca, i suoi partner italiani hanno nomi rilevanti: l’Università degli Studi di Federico II Napoli, il Centro per i Biomateriali Avanzati dell’Istituto Italiano di Tecnologia, Synlab Italia srl e la Società di Diagnostica Nucleare (SDN spa), oltre alla collaborazione con il Consorzio ARCA, incubatore dell’Università di Palermo. Ma a che punto siamo con le nuove tecnologie in ambito sanitario in Italia, rispetto al resto d’Europa? Ne parliamo con Chiara Maiorino, EIT Health InnoStars Education e Regional Manager South Europe.

 

Chiara, come si posiziona l’Italia nelle vostre molteplici attività di business creation?

 

Le startup italiane, nonostante le difficoltà che devono affrontare in Italia per sviluppare la loro idea di buusiness, si piazzano davvero bene. Ad esempio, abbiamo appena chiuso il programma EIT Health Headstart funding , una della call del nostro Accelerator Programme dedicata alla validazione di prodotto. Chiediamo alle startup interessate che abbiano un prodotto o un servizio in fase di validazione di presentarci un progetto per un massimo di richieste di finanziamento pari a 50mila euro. Nel caso in cui queste startup vengano selezionate, ricevono una quota pari fino a 35mila euro iniziale e a chiusura del programma partecipano a una Pitch Competition e possono tentare di aggiudicarsi i restanti 15mila euro. Quest’anno 7 tra le finaliste sono italiane. Inoltre, è notizia degli ultimi giorni che la startup Takis Biotech srl si è aggiudicata il secondo premio da 25mila euro come seconda startup a essere premiata in ambito biotech dell’European Health Catapult. Per questo programma, abbiamo avuto un buon numero di startup italiane partecipanti fra quelle provenienti da tutta Europa. Questo significa che le startup italiane sviluppano o propongono servizi di alta qualità e che – nonostante le differenze di opportunità in termini di finanziamento e strumenti – riescono a risultare vincitrici insieme a startup che provengono da Paesi dove l’imprenditoria è facilitata, come la Germania, i Paesi Bassi o la Scandinavia.

 

Cosa manca all’Italia per essere al pari di realtà come la Germania?

 

I finanziamenti sono presenti, anche se in misura ridotta, sia in ambito pubblico sia in ambito privato. Ciò che a mio avviso manca, soprattutto nel settore Health, è il corporate venturing, cioè l’adozione da parte di grandi aziende dei progetti delle startup, in un’ottica di open innovation. Manca un ecosistema a supporto concreto per lo sviluppo di queste startup. Il mondo dell’innovazione è quasi sempre nutrito dai ricercatori universitari o dalle istituzioni che lavorano in ambito clinico. Dall’altro lato però ci sono le grandi aziende, che sempre più riducono le unità dedicate alla ricerca e allo sviluppo dell’innovazione e cercano progetti da acquisire, sviluppati dalle startup. In Italia mancano questi collegamenti tra startup e grandi aziende. Quello che credo debba essere fatto presto dal Governo italiano è un piano di sviluppo economico del Paese che faccia leva su questi progetti startup come volano per un rilancio del comparto industriale. Come EIT Health – e quindi come ente europeo – non vogliamo sostituirci a quello che i vari governi nazionali promuovono in questo ambito; vogliamo essere complementari, aggiungendo delle opportunità a favore della creazione di questi ecosistemi sia in ambito education sia in ambito di creazione d’impresa sia di innovation.

 

Il mondo delle startup si conosce davvero?

 

Si conosce poco del mondo delle startup in termini di prodotti e servizi offerti e sviluppati. Di conseguenza, molte volte c’è anche un overlapping tra startup che producono prodotti molto simili e nessuna di queste riesce a sfondare sul mercato italiano. Per questo motivo, forse la strategia potrebbe essere di far convergere gli sforzi in un’unica direzione e di promuovere la stessa tecnologia in maniera univoca. In questa ottica, partirei dall’enorme database di contatti che è il registro delle startup innovative istituito dal Ministero dello Sviluppo economico sulle startup, suggerendo un miglioramento dello stesso. Il registro ha certamente un forte impatto iniziale, ma risulta essere ancora troppo dispersivo e poco informativo. Infatti, bisognerebbe rendere informative le informazioni in esso contenuto, al fine di faciltare/stimolare il contatto con il mondo delle grandi aziende e dell’università. Bisognerebbe quindi facilitare la conversione dello stesso in una piattaforma di collaborazione a supporto del consolidamento di quell’ecosistema di sviluppo imprenditoriale aperto, grazie al quale sinergicamente mondo della ricerca e dell’industria possano cooperare per lo sviluppo economico del paese.

 

In questo EIT Health che ruolo ha?

 

EIT health cerca di supportare la costruzione di un network nel territorio in cui opera, agendo come facilitatore per creare queste community di startup italiane, che hanno la possibilità di interagire con l’Europa grazie ai canali EIT Health. Nel momento in cui più startup che non si conoscevano si ritrovano a lavorare insieme su una stessa opportunità di finanziamento, si creano delle sinergie che in assenza delle opportunità di EIT Health non si sarebbero create o si sarebbero create più in là. Inoltre, molti programmi coinvolgono i nostri grande partner industriali perché realizzati sulla base di challenges, di sfide lanciate dalle grandi realtà industriali e proposte alle startup partecipanti. In questo modo, la startup impara dalla grande azienda e, in caso di successo, ha la possibilità di sviluppare con questa i suoi progetti.

 

Com’è la situazione in termini di competenze per utilizzare le nuove tecnologie in campo sanitario?

 

Nella quarta rivoluzione industriale che stiamo vivendo, il digitale sta prendendo il sopravvento non solo in termini di prodotti e servizi ma anche i termini di tecnologie che vengono utilizzate. La nostra forza lavoro che opera in ambito salute, a livello europeo non solo a livello italiano, non è ancora preparata a questo cambio di traiettoria per quanto riguarda l’utilizzo di queste nuove tecnologie. Anche in questo caso, è importantissimo il collegamento con le grandi aziende, perché grazie a queste si possono individuare quei gap e quei bisogni in ambito education che vanno colmati. Noi lavoriamo in questa ottica, promuovendo programmi con il fine di colmare queste necessità. Il più generale bisogno è l’utilizzo delle digital technologies da parte di operatori sanitari. Il tentativo è di capire come gli operatori possano essere educati in modo veloce e completo, a seconda di quello di cui l’ospedale ha bisogno. Lo stesso vale per le grandi aziende. Abbiamo manager che non riescono a gestire questo cambio di rotta e che quindi sono interessati a quei programmi di education che permettano loro di acquisire questa conoscenza per guidare la trasformazione digitale dei loro progetti. Insomma, le potenzialità le abbiamo ma dobbiamo imparare a metterle in atto e a sfruttarle con efficienza. Nel nostro piccolo, come Ente europeo, vogliamo supportare l’Italia in questo cambiamento.

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