La PA paga con eccessivo ritardo le imprese. La Corte Ue condanna l'Italia

Ultimo aggiornamento il 28 gennaio 2020 alle 12:16

La PA paga con eccessivo ritardo le imprese. La Corte Ue condanna l’Italia

Roma non è riuscita ad assicurare che le sue pubbliche amministrazioni rispettino effettivamente termini di pagamento non superiori a 30 o 60 giorni

Imprenditori pagati dalla pubblica amministrazione con tanto, troppo ritardo. E nelle more del pagamento molte aziende chiudono perché non riescono a fare fronte alle richieste dei propri creditori. Una situazione arcinota che, da oggi, è finita anche sotto la lente della Corte di Giustizia Ue. Per i magistrati l’Italia si è rivelata inadempiente non essendo riuscita ad assicurare che la PA paghi le imprese entro i 30 o i 60 giorni imposti dalle direttive comunitarie.

© Twitter Corte di Giustizia Ue

La condanna all’Italia

Nella sentenza Commissione contro Italia C-122/18 pronunciata oggi, la Corte, riunita in Grande Sezione, ha constatato una violazione da parte dell’Italia della direttiva 2011/7/UE, relativa alla lotta contro i ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali, in quanto Roma non è riuscita ad assicurare che le sue pubbliche amministrazioni, quando sono debitrici nel contesto di simili transazioni, rispettino effettivamente termini di pagamento non superiori a 30 o 60 giorni di calendario, stabiliti all’articolo 4, paragrafi 3 e 4, di tale direttiva.

Leggi anche: Milano, non c’è pace per i monopattini. Il Tar rinvia il debutto

Tutto è partito dagli esposti degli impreditori

La Commissione, alla quale operatori economici e associazioni di operatori economici italiani avevano rivolto varie denunce sui tempi eccessivamente lunghi in cui sistematicamente le pubbliche amministrazioni italiane saldano le proprie fatture, aveva così proposto contro l’Italia un ricorso per inadempimento dinanzi alla Corte.

© Twitter Corte di Giustizia Ue

La difesa italiana

L’Italia ha sostenuto, a propria difesa, che la direttiva 2011/7 impone unicamente agli Stati membri di garantire, nella loro normativa di recepimento di tale direttiva e nei contratti relativi a transazioni commerciali in cui il debitore è una delle loro pubbliche amministrazioni, termini massimi di pagamento conformi all’articolo 4, paragrafi 3 e 4, di detta direttiva nonché di prevedere il diritto dei creditori, in caso di mancato rispetto di tali termini, a interessi di mora e al risarcimento dei costi di recupero. Secondo Roma, le disposizioni non impongono, invece, agli Stati membri di garantire l’effettiva osservanza, in qualsiasi circostanza, dei termini da parte delle loro pubbliche amministrazioni.

Leggi anche: Tetto al contante, bonus per chi usa la carta. Cosa prevede il Piano per la rivoluzione Cashless

La sentenza della Corte Ue

La Corte invece ha anzitutto respinto tale argomentazione dichiarando che l’articolo 4, paragrafi 3 e 4, della direttiva 2011/7 impone agli Stati membri di assicurare il rispetto effettivo, da parte delle loro pubbliche amministrazioni, dei termini di pagamento da esso previsti. Ha rilevato che, in considerazione dell’elevato volume di transazioni commerciali in cui le PA sono debitrici di imprese, nonché dei costi e delle difficoltà generate per queste ultime da ritardi di pagamento da parte di tali amministrazioni, il legislatore dell’Unione ha inteso imporre agli Stati membri obblighi rafforzati per quanto riguarda le transazioni tra imprese e pubbliche amministrazioni.

Rimani sempre aggiornato sui
temi di StartupItalia!
iscriviti alla newsletter