"Pivot verso il futuro", il libro che aiuta le imprese nella digital disruption

Ultimo aggiornamento il 30 gennaio 2020 alle 8:18

“Pivot verso il futuro”, il libro che aiuta le imprese a innovare in modo perpetuo

Nato da due anni di ricerche condotte da Accenture, il libro di Omar Abbosh, Paul Nunes e Larry Downes fornisce alcuni strumenti per ridisegnare il business

Come combinare il proprio modello di business con i tanti, nuovi, strumenti tecnologici a disposizione? E come reinventare la propria azienda nell’era della digital disruption?

 

Il libro “Pivot verso il futuro“, di Omar Abbosh, Paul Nunes e Larry Downes edito da Egea, nasce dopo due anni di ricerche condotte da Accenture nel cercare una risposta a queste domande.

Un volume, sulla base di indagini condotte su migliaia di imprese, in oltre trenta settori industriali, che raccoglie gli esempi di alcune tra le più interessanti aziende a livello globale al fine di fornire strumenti utili a ridisegnare il business imprenditoriale in un’era in continua evoluzione digitale.

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Il libro: come nasce l’idea

La stessa Accenture negli anni ha saputo reinventarsi continuamente e rappresenta una realtà importante da studiare nella messa a punto di un sistema aziendale dinamico, che preveda una “re-invenzione perpetua” e possa liberare valore e generare una crescita sostenibile nel tempo.

A presentare il volume, all’Università Bocconi di Milano, Paul Nunes, global managing director Accenture Research, e Fabio Benasso, presidente e amministratore delegato di Accenture Italia.

“Siamo immersi in una fase di trasformazione unica, senza precedenti storici. Per fronteggiare le sfide dell’era post digitale, il management deve adottare una nuova forma mentis, contraddistinta da flessibilità e reattività al cambiamento, bilanciando una leadership innovativa con elevate capacità gestionali, competenze tecnologiche e abilità come la visione critica, la molteplicità di competenze, l’empatia e la creatività – commenta Fabio Benasso – Questo percorso coinvolge non solo le imprese, ma l’intero Sistema Italia, che deve spingere sempre più verso modelli aziendali collaborativi e convergenti”.

Fabio Benasso

 

Pivot: che cosa si intende e perché è sempre più centrale

“Ci troviamo in un’epoca in cui la tecnologia cambia in maniera esponenziale mentre le aziende e le persone mutano in modo lineare e puntuale (questo significa che restano invariate fino ad un certo punto e poi assumono cambiamenti netti) – spiega Paul Nunes – Il risultato è che si crea un gap tra le possibilità di cui le aziende potrebbero usufruire e le risorse tecnologiche a disposizione. E quando questo gap è troppo grande, si dà la possibilità alle new entrance di affermarsi nel settore. Un esempio lampante è il caso Uber, che ha sfruttato la mancata capacità dei tassisti tradizionali di adattarsi ad un nuovo contesto in chiave tecnologica”.

Paul Nunes

 

Alla luce di questa situazione, cosa dovrebbero fare, quindi, le aziende per colmare il divario esistente?

“Le imprese dovrebbero innovare in modo continuo e perpetuo. Tutto questo deve essere fatto dall’intero corpus aziendale, che deve essere capace di creare un equilibrio tra 3 ere che, finora, hanno caratterizzato l’azienda: il vecchio (old), ovvero il core business; il presente (now); e le  prospettive future (new). Questo è quello che si definisce il “wise pivot”, e che permette alle imprese di espandersi in nuove aree senza abbandonare la propria identità”, spiega il global managing director.

Reinterpretare, dunque, il proprio core business alla luce delle innovazioni tecnologiche è la chiave del successo. “La strada da perseguire è quella verso la redditività, investendo in: capitale, capitale umano e innovazione. Si deve riuscire a creare un ambiente bilanciato nonostante le tempistiche veloci a cui si muove l’innovazione”, afferma Nunes.

Incubare nel proprio business nuovi modelli e nuovi soggetti per ottenere maggiori profitti e innovazione in un clima collaborativo. Questo processo può aiutare le aziende, soprattutto quelle italiane, dove sono presenti tante PMI con un potenziale inespresso – commenta Fabio Benasso – Un esempio di chi è riuscito in questa missione è Illimity, la banca di nuovo paradigma che è stata capace di creare un ecosistema nuovo attorno a sè con una visione disruptive del concetto di banca e del mondo finanziario, in un clima di collaborazione. Integrare più soggetti tramite coprogettazioni e partnership, in un mondo sempre più dinamico che vede al centro i dati e la tecnologia aperta è il modello da perseguire”.

 

I settori oggi più disruptive

“Senza dubbio il campo del retail, del business, della cybersecurity, della mobilità e della finanza (che in Italia si sta trasformando lentamente ma comunque si avvia verso modelli convergenti) rappresentano oggi le realtà imprenditoriali più disruptive – conclude Benasso – Lavorare con operatori e produttori e creare un ecosistema collaborativo per disegnare nuovi prodotti è quello di cui oggi le aziende hanno bisogno, alla luce di un nuovo disegno dei processi dell’industry”.

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