La sperimentazione di 5 anni è partita da Chicago, che ha già un solido ecosistema di start-up tecnologiche, formazione, investitori e società con il giusto approccio di sviluppo e gender equality. Considerata la popolazione femminile statunitense “il problema dell’accesso a certe professioni colpisce anche molte donne di colore, sistematicamente lasciate indietro”, afferma Renee Wittemyer, direttore della strategia del programma e degli investimenti in Pivotal Ventures. In Usa solo il 26% delle donne occupa posizioni in professioni informatiche e le donne afroamericane e le donne ispaniche rappresentano rispettivamente il 3% e l’1% dei lavoratori della tecnologia. Per questo il progetto GET Cities promette di adottare un approccio collaborativo tra imprese e studenti STEM, anche con esperienze di tirocinio retribuito per permettere alle studentesse di contesti svantaggiati di finanziare percorsi formativi. Dove è stato già fatto risultati sono giudicati molto positivi, con percentuali di partecipazione molto alte. “Il cambiamento nazionale è accelerato quando si inizia a livello locale”, afferma Wittemeyer.
Sulla costa opposta, a New York, Leila Janah, figlia di un ingegnere di origine indiana, è nata e cresciuta e si è laureata in matematica e scienze. Da sempre attiva in associazioni di volontariato, la svolta è arrivata durante una vacanza in Ghana, per partecipare a un programma di insegnamento di inglese per bambini non vedenti durante il periodo universitario: insieme al linguaggio Braille ha iniziato ad apprendere anche le condizioni delle aree più povere del mondo, e di quante persone avevano bisogno di sostegno. Nel 2008, fonda la Samasource – dal sanscrito “Sama” che vuol dire “eguale” – va Nairobi, in Kenya, con l’obiettivo di assumere persone, facendole lavorare nel campo digitale, per fornire idee, dati, progetti e strumenti poi utilizzati nei campi più vari, dai videogiochi alla meccanica per auto.
Le assunzioni di migliaia di persone nel campo della produzione di creme cosmetiche continuano nel 2015 in Uganda, Benin e In India con l’azienda Lxmi. In totale, con due aziende, ha dato lavoro a più di 11mila persone di cui la metà donne e ne ha aiutate cinquantamila, inserendole in un sistema industriale che va dalla produzione di cosmetici a quella di dati utili per i giganti americani Google, Facebook, Microsoft, Getty Images e Walmart. L’hanno chiamata “l’imprenditrice dei poveri”: “Il nostro obiettivo – scriveva nel 2018 – è indicare una nuova strada per gli affari, che preveda un senso di giustizia verso chi è povero, e non il raggiungimento del massimo profitto”. A New York Leila è morta pochi giorni fa, colpita a 37 anni da una forma rara di cancro, e lascia un vuoto enorme se pensiamo a quanto ancora avrebbe potuto fare.
Non sappiamo se Leila e Melinda si siano mai conosciute, ma vogliamo che voi lettori le conosciate per quello che stanno facendo o che hanno fatto, partendo da una consapevolezza e da un chiaro principio: nessuno di noi può decidere dove nascere, ma di sicuro a chi ha la sfortuna di non conoscere il benessere, più degli aiuti materiali serve un lavoro. Davvero chiunque, in ogni parte del mondo, può avere tutte le carte in regola per meritarselo e vivere con dignità.