Il Covid 19 infetta l'economia. L'Italia rischia commissariamento del MES?
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Ultimo aggiornamento il 16 marzo 2020 alle 18:13

Il coronavirus infetta l’economia. L’Italia rischia il commissariamento del MES?

L'intervista ad Alessandro Merli, Fellow della Johns Hopkins University SAIS Europe e unico giornalista italiano ad aver pubblicato un'intervista a Mario Draghi da Presidente della BCE

Tre lettere, tutte in maiuscolo, che hanno dominato per settimane la politica italiana. MES, Meccanismo Europeo di Stabilità. Era il dicembre scorso, ma sembrano passati anni: il dibattito politico italiano si divideva tra il sì alla riforma del cosiddetto European Stability Mechanism e il no deciso da parte delle opposizioni, infuriate per la cessione di sovranità e il cappio che il nuovo corso avrebbe stretto attorno al collo dell’economia italiana. Nessuno poteva aspettarsi l’arrivo del cigno nero sui mercati: coronavirus, Covid 19, epidemia e poi pandemia. «Di solito in Europa le crisi servono per avviare le riforme. Il nuovo MES ha lati positivi per l’Italia e, come è normale che sia, ne prevede anche di negativi». StartupItalia ha intervistato Alessandro Merli, Fellow della Johns Hopkins University SAIS Europe e unico giornalista ad aver pubblicato un’intervista a Mario Draghi, quando l’ex presidente della BCE sedeva sullo scranno più alto di Francoforte.

Che cos’è il MES

Alla fine dello scorso anno, proprio quando impazzava la polemica politica attorno al MES, un’indagine Demopolis ha stimato che appena il 9% degli italiani conoscesse a fondo la questione, mentre il 66% ammetteva addirittura di non saper neanche cosa fosse. «Il MES è uno strumento creato dopo la crisi dell’euro, scoppiata con la Grecia nel 2010 e poi in altri paesi. Prima della nascita del Meccanismo Europeo di Stabilità – ha spiegato Merli – l’Europa interveniva in modo casuale, caso per caso, concedendo magari prestiti bilaterali. Finché non si è capita la necessità di uno strumento centrale che avesse la forza di intervenire a sostegno dei paesi in difficoltà».

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Sergio Mattarella, Mario Draghi e Christine Lagarde

© Quirinale

All’inizio degli Anni Dieci l’Italia è stata tra i paesi che più hanno appoggiato la nascita del MES, proprio in virtù del suo enorme debito pubblico. Tra i più alti al mondo, la sua sostenibilità era sempre più a rischio. Ma come funziona questo Meccanismo Europeo di Stabilità? «Il MES concede prestiti ai paesi che incontrano difficoltà ad approvvigionarsi sui mercati. In cambio, a garanzia delle risorse che altrimenti si esaurirebbero, il paese si impegna in un programma economico concordato». Il cosiddetto memorandum, termine che rimanda subito al contesto greco e alle misure lacrime e sangue imposte ad Atene dalla Troika (BCE, Commissione Europea e FMI)

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Cedere sovranità

Chi critica il MES e l’annessa riforma – Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, è forse il politico più battagliero sul tema – parla di sovranità del paese a rischio e di accordi svantaggiosi per Roma. «In tutto questo c’è una cessione di sovranità, mi pare inevitabile – ha spiegato Alessandro Merli – Come in qualsiasi do ut des. Penso che però l’Europa abbia imparato la lezione della crisi quando ad alcuni paesi son state imposte condizioni troppo stringenti come nel caso della Grecia».

La riforma del MES, che avrebbe dovuto essere approvata nell’Eurogruppo di oggi, lunedì 16 marzo (ma posticipata a causa del coronavirus), contiene alcuni elementi che potrebbero giovare tanto all’Italia quanto al perfezionamento dell’Unione bancaria europea. Alessandro Merli ha argomentato così: «Una delle cose che più interessanti della riforma vede il MES nel ruolo di backstop, ovvero finanziatore del fondo di risoluzione per le banche. Finora nell’Unione bancaria c’era un resolution fund, il cui finanziamento avveniva però in modo progressivo. Col nuovo MES, qualora si verificasse la crisi delle banche, sarebbe l’organo stesso a fornire direttamente i soldi. Questo è positivo per noi visto il nostro sistema bancario traballante».

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BCE cattiva o BCE buona?

Negli ultimi giorni si è molto discusso sull’infelice frase di Christine Lagarde, Presidente della Banca Centrale Europea. Durante la conferenza stampa di giovedì scorso, a mercati aperti, quel suo «non siamo qui per far scendere lo spread» ha gettato gli investitori nel panico, facendo chiudere Piazza Affari a quasi -17% (peggior dato nella storia). La nuova guida di Francoforte è forse meno amica dell’Italia, dopo la storica reggenza di Mario Draghi, figura fondamentale per la salvezza dell’euro grazie al Quantitative Easing? «Si tratta di due personalità molto diverse: Draghi era un tecnico, ma anche un uomo dalla profonda sensibilità politica».

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Già Governatore della Banca d’Italia, esperienza nel mondo della finanza, studi economici al MIT di Boston. «Lagarde è invece un profilo più politico, scelto forse perché non ci si aspettava che questo periodo sarebbe stato così turbolento. Chiaro che per lei la prova del fuoco è arrivata prima del previsto. Va detto però che la BCE ha già allentato le regole per le banche: nel momento in cui un debitore non riuscirà a pagare, quei debiti non verranno subito giudicate sofferenze».

E il debito?

Il decreto Cura Italia appena approvato dal Consiglio dei Ministri ha di fatto partorito un’altra finanziaria in tempi record: 25 miliardi per risollevare l’economia, in deroga alle norme sul pareggio di bilancio. Tutti soldi di cui ci verrà comunque chiesto conto nonostante il periodo d’emergenza globale dovuta al coronavirus? «Il patto di stabilità – ha spiegato Merli – è come se fosse sospeso in questo momento. Non ci saranno questioni sullo zero virgola. Certo è che il nostro debito non potrà esser rinegoziato facilmente. Se per assurdo qualcuno proponesse di cancellarlo i primi a perderci saremmo proprio noi italiani: chi ha i BOT in pancia sono soprattutto le banche, le assicurazioni e i nostri fondi pensioni, oltre alle tantissime famiglie».

Senato della Repubblica

© Senato

Una volta chiusa questa drammatica fase di pandemia, l’Unione Europea potrebbe comunque trovarsi di fronte a una nuova ondata sovranista ed euroscettica. In tutto questo l’euro è al sicuro? «La moneta unica rappresenta una diga – ha concluso Alessandro Merli – Pensiamo alle turbolenze che ci sarebbero se l’Italia non ne facesse parte. Forse sarebbero ancora più amplificate. Se è vero che lo spread è aumentato, il livello resta ancora lontano dai massimi storici. Se avessimo una nostra moneta ci sarebbe una spirale di svalutazioni con un’immediata compressione dei salari reali. La prima a soffrirne sarebbe la popolazione».

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