Milano, siamo stati all'interno del nuovo ospedale anti Covid in Fiera
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Ultimo aggiornamento il 31 marzo 2020 alle 19:34

Milano, siamo stati nel nuovo ospedale anti Covid in Fiera

“È un buon lavoro, ma non avremmo mai voluto farlo. Prendiamo atto del risultato, però questo non è il momento di gioire" ha ricordato Enrico Pazzali presidente di Fondazione Fiera

Organizzazione lombarda. Rapidità in stile cinese. Tra Milano e Wuhan la distanza non si misura solo in migliaia di chilometri. Sono bastate duecentoquaranta ore per costruire dal nulla un reparto di terapia intensiva.  La struttura c’era già, quella della vecchia Fiera campionaria; tutto il resto è stato approntato a tempo di record.

 

 

Per chi ha frequentato questi saloni nel corso di una delle tante esposizioni che li hanno resi celebri nel mondo, sostituire le immagini che vedrete alle istantanee di pochi mesi fa costa fatica.

 

Corridoi che hanno visto chiudere affari con vigorose strette di mano, pacche sulle spalle e – più di una volta –  solenni sbronze, sono diventati corsie. Invece di hostess in completo blu e sorriso d’ordinanza, di fronte agli ingressi stazionano donne e uomini della Protezione Civile, rinchiusi nelle loro tute informi. E  al posto dei visitatori, fra poco, nei “moduli” arriveranno centinaia di pazienti in lotta per la vita, attaccati a un respiratore o con la testa infilata in un casco.

 

Il nuovo ospedale, creato con la collaborazione del Policlinico, è stato presentato alla stampa nella mattinata di martedì  in attesa di diventare operativo fra qualche giorno. E’ stato Oscar Cassa, direttore tecnico dei lavori, a guidare la visita dei cronisti. Si respira anche qui l’odore del gel disinfettante che caratterizza ogni angolo di questa città in guerra con il virus, ogni androne, persino il negozio del panettiere.

Oscar Cassa, direttore tecnico del cantiere (ph: Antonio Piemontese)

 

Coronavirus: la Fiera di Milano trasformata in un ospedale

Doveva essere una sorta di ospedale da campo da quattrocento letti; si è scelto di renderlo una struttura moderna dotata di tutte le attrezzature riducendoli della metà. Duecentocinque posti dotati di tutto ciò che serve a un reparto di terapia intensiva in grado di reggere l’emergenza, dai ventilatori alla TAC. Perché non diventasse un lazzaretto, con la gente portata solamente a morire.

 

Ventiquattro pazienti saranno smistati  qui dal coordinamento regionale dell’Unità di crisi all’inizio di settimana prossima. La prima tranche di lavori è completata, racconta Cassa, e i tecnici sono già all’opera per approntare la seconda. Sono stati oltre milleduecento i donatori che hanno raccolto un totale di 21 milioni di euro, con contributi da pochi spiccioli a cifre con molti zeri.

 

Manca Bertolaso, ricoverato al San Raffaele

È un buon lavoro, ma non avremmo mai voluto farlo. Prendiamo atto del risultato, però questo non è il momento di gioire” ha ricordato Enrico Pazzali, presidente di Fondazione Fiera, ai presenti. Il riferimento è, ovviamente, alle migliaia di morti registrate finora. “Cinquecento persone hanno lavorato giorno e notte senza sosta. Ho ancora in testa il rumore del trapano. E non vedo la mia famiglia da dieci giorni”. Di fianco a lui, il presidente della Regione Attilio Fontana; tra il pubblico, Giulio Gallera, l’assessore che più di ogni altro sta gestendo la partita e, si dice, candidato in pectore alla guida di Palazzo Marino per il 2021.

 

Il grande assente è Guido Bertolaso, richiamato dall’Africa proprio da Fontana all’inizio di marzo per dirigere il progetto. Pochi giorni dopo essere sbarcato a Milano, il medico romano ha contratto il coronavirus: adesso è ricoverato al San Raffaele, pare in buone condizioni. “C’erano dei rischi, lo sapevo – ha mandato a dire – Ma quando il Paese chiama, bisogna rispondere”.  E anche da lì, l’uomo delle emergenze ha trovato il modo di essere presente, coordinando i lavori in costante  contatto telefonico con il cantiere.

 

Una delle unità dove saranno alloggiati i malati. (ph. Antonio Piemontese)

Un ospedale in Fiera costruito in soli dieci giorni

Ora servono 200 medici tra anestesisti e rianimatori e 500 infermieri. Chi vuole mettersi a disposizione può farlo sul sito del nosocomio: si cercano anche figure non sanitarie. “La struttura potrebbe non essere smantellata”, ha rivelato Fontana, confessando che l’idea gode dell’appoggio del Governo. Smontare tutto al termine del lockdown, ha spiegato il politico, potrebbe essere prematuro: nessuno può escludere una seconda ondata epidemica. Con il morale della popolazione che comincia a cedere per la quarantena forzata, resistere alla fretta è il compito più difficile.

 

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