Wuhan, cinque cose che non tornano nel racconto cinese sul Covid 19
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Ultimo aggiornamento il 9 giugno 2020 alle 16:58

Wuhan, cinque cose che non tornano nel racconto cinese sul Covid 19

La città epicentro della pandemia torna al centro delle cronache. Ecco le questioni ancora aperte

Di nuovo Wuhan. La città cinese riconosciuta come il Ground Zero della pandemia è tornata sui siti di tutto il mondo dopo che uno studio di Harvard ha aperto una delicata questione sulla responsabilità di Pechino nell’informare il mondo su quel che stava accadendo nella megalopoli da oltre 10 milioni di abitanti. Non l’inverno scorso, ma ad agosto 2019. In questo 2020 eccezionale, con il mondo bloccato dal lockdown e l’economia in recessione, la Cina è presa di mira da molti paesi – USA in testa – per via di una gestione non sempre trasparente dell’emergenza. Tante fake news, notizie non verificate per allarmare, ma anche legittimi dubbi dei Governi che prima di tutto vogliono attrezzarsi in vista di una possibile seconda ondata. Ecco dunque cinque questioni aperte attorno alla città di Wuhan e al comportamento di Pechino.

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1. Quando è partita davvero l’epidemia?

I satelliti sopra Wuhan hanno ripreso i parcheggi affollati degli ospedali e dei nosocomi la scorsa estate. A confermarlo è uno studio pubblicato da poco dall’Università di Harvard. La circostanza di per sè non rappresenta certo la cosiddetta pistola fumante e neppure basta per confermare una negligenza dolosa da parte di Pechino, ma solleva comunque la questione sul racconto che Pechino ha diffuso nei mesi scorsi. Rapido riepilogo: in Italia si inizia a parlare del coronavirus soltanto nella seconda metà di gennaio e presto si scopre che casi sospetti di polmonite a Wuhan erano diffusi già nell’inverno 2019. Le accuse rimbalzano da una parte all’altra del Pacifico: Washington accusa Xi Jinping di aver taciuto, mentre il governo cinese lancia il sospetto che siano stati proprio gli USA stessi a “importare” il coronavirus in Cina durante i giochi olimpici militari dell’ottobre 2019.

2. La morte di Li Wenliang, il primo medico a denunciare

In questi mesi abbiamo letto tantissime storie di medici e infermieri deceduti sul lavoro. Capi di stato, politici e semplici cittadini non hanno smesso di onorare e ricordare il lavoro svolto nella trincea delle terapie intensive. Tuttavia la storia di Li Wenliang, 34 anni, racconta anche di quanto sia difficile denunciare l’arrivo di qualcosa di tremendo in un regime dittatoriale come quello comunista. Li era medico presso il dipartimento di oftalmologia dell’ospedale di Wuhan e il 30 dicembre 2019 ha denunciato ai colleghi la presenza di un virus letale: è morto di coronavirus a inizio febbraio quando in Italia e in Occidente ancora nessuno poteva immaginare cosa sarebbe successo. Nonostante le sue denunce, nessuno gli aveva dato ascolto e venne zittito quasi fosse un agitatore. Di tutti i medici caduti durante la pandemia Li dovrà essere sempre il primo ad essere onorato.

3. Il Capodanno cinese

Lo scorso 25 gennaio ricorreva il Capodanno cinese, un momento atteso da milioni di lavoratori che colgono l’occasione per uscire dalle grandi città e andare a trovare famiglia e parenti in campagna. Pochi giorni prima, il 23 gennaio, era stata imposta una rigida quarantena a Wuhan, nella provincia dello Hubei e all’intera Cina in maniera meno rigida. Eppure, come ricorda su Limes Francesco Sisci, «all’annuncio della quarantena, secondo le dichiarazioni ufficiali, circa cinque milioni di abitanti di Wuhan hanno lasciato la città per festeggiare il Capodanno cinese. Il morbo si è quindi diffuso al galoppo in tutto il paese. Anche nelle campagne, dove il censimento preciso dei malati e delle vittime è impossibile».

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4. Insabbiamento: non sarebbe la prima volta

Se c’è una cosa che abbiamo capito in questi mesi è che non soltanto in pochi si intendono di cose cinesi, ma che la Cina è ai più sconosciuta nei suoi meccanismi. Di fatto è probabile che a inizio anno i dirigenti di governo sui territori abbiano minimizzato la situazione, illudendosi che la malattia sarebbe presto passata senza ulteriori danni. La Cina non sarebbe nuova a tentativi di insabbiamento di malattie: così fu nel 2003 per la Sars e soltanto grazie alle denunce e alla voce di dottore Jiang Yanyong fu possibile intercettare l’avanzata del virus. Anche Jiang venne censurato dal governo.

5. Gli aiuti: questione geopolitica

La collaborazione tra medici e ospedali di tutto il mondo è stata una delle più belle pagine di cooperazione internazionale. Eppure in tanti hanno sollevato la questione degli aiuti cinesi con Pechino pronta a utilizzare tutto il proprio soft power per presentarsi agli occhi del mondo come paese generoso. Un modo per ripulirsi la coscienza? O mettere subito a tacere i dubbi sulla negligenza iniziale? Difficile da sapere, ma è evidente che gli scontri tra USA e Cina si sono giocati anche sul terreno della solidarietà.

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